Bruno Neri, il calciatore partigiano

In ricordo di Bruno Neri, calciatore e partigiano, caduto per la libertà.

La poesia e lo spirito

neri

Mimmo Mastrangelo

Bruno Neri, che qualche anno dopo dovrà fare la scelta della montagna ed abbracciare la lotta partigiana, non poteva alzare il braccio in ossequio al regime fascista e in uno stadio che veniva dedicato allo squadrista Giovanni Berta. L’evento (e il rituale) proprio non stava nelle corde del mediano già terzino della Fiorentina. Era il 10 settembre del 1931, a Firenze si inaugurava l’avveniristico stadio progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi. In campo per una amichevole la squadra viola e il Montevarchi.
Come si può vedere in una foto Neri è l’unico tra i giocatori allineati sul campo prima del fischio d’inizio a non fare il saluto romano dei fascisti.

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Diecimila di questi click

Mentre inizio a scrivere mancano due soli click al traguardo delle diecimila visualizzazioni di pagine di questo blog.
Tutto è iniziato il 20 maggio dello scorso anno, sull’onda dell’entusiasmo per la promozione in Serie B, quando ho scelto la piattaforma, il layout e il titolo. Quasi contemporaneamente ho postato tre articoli: il primo della serie, per la categoria Alfabeto biancoverde, si intitola A come Aesse. In totale, da allora, i miei polpastrelli hanno sfornato centocinque post, compreso il presente.
Le statistiche di WordPress mi dicono che, dopo la home page, il post più visto (ben 980 volte) è La scossa delle 19 e 35 e la ricerca che non ho finito: come ogni irpino comprende, parlo del sisma del 1980 e l’ho postato il 23 novembre. Il pezzo di argomento calcistico che ha raccolto più click (314) è Brescia – Avellino, le anafore del giorno dopo, scritto una domenica mattina appena sveglio, dopo la prima vittoria esterna dei Lupi in questo campionato.
Eccettuata l’Italia, il Paese da cui proviene il maggior numero di visite sono gli Stati Uniti (247), poi Svizzera (107), Germania (73), Regno Unito (46). Alcune visite giungono da altri continenti: Brasile (34), anzitutto, poi Canada, Argentina, Giappone, Libano, Australia, Etiopia, Thailandia, Ecuador. I tifosi dell’Avellino, del resto, sono ovunque, e qualche articolo per le categorie Lost & Found, Altre storie biancoverdi e Il calcio degli altri fa il resto: le visite, infatti, provengono per un terzo da Facebook, poi dal Forum Pianeta Biancoverde, quindi da motori di ricerca; in quarta posizione Twitter, dove cinguetto da qualche mese come @rinoeillupo.
Oltre alla quantità, la qualità: in questi mesi i complimenti e gli incoraggiamenti di amici, conoscenti e sconosciuti, durante un’occasione conviviale come sugli spalti di uno stadio, non sono mancati; e ogni volta è una sorpresa sapere che qualcuno apprezza ciò che scrivi, e magari anche come lo scrivi. Perché, a dirla tutta, io sono sì un (grande) tifoso dell’Avellino, ma pure uno cui piace scrivere: me ne sono accorto bloggando, anche se in fondo l’ho sempre saputo.
Ora che il post è terminato, il traguardo è stato nel frattempo raggiunto e superato: diecimila e più volte grazie ai lettori di questo blog; per Pellegrino e per il lupo, altri diecimila e più di questi click!

Il circo e il teatro

“La prima lezione di ogni giocatore e di ogni allenatore dovrebbe essere questa: <In questo gioco, se non c’è dramma non c’è niente>. Se perdere o vincere una partita non viene vissuto come un evento cruciale e con una trama e una storia, con una svolta o una catastrofe, che riguarda il passato, il presente e il futuro, la dignità e il decoro e naturalmente la faccia con cui uno si alza l’indomani, allora lasciamo perdere.

Il calcio è il circo dei nostri giorni, ma anche il teatro. Deve essere emozione, paura e tremito, desolazione o euforia.”

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.

Squadra grande, squadra mia

E in Germania, in Germania per chi tiferesti? Penso il Borussia Moenchengladbach. In Spagna? Il Bilbao, il Bilbao. Quando sai benissimo che non è così che funziona. Funziona che ti deportano. La squadra per cui tifi un’intera vita non è mai una libera scelta. È un dettaglio del karma. Così come pure i nemici, i rivali, gli avversari. Sono lì, preconfezionati, come un kit della Lego. I baresi, i barlettani, i tarantini. Puoi anche decidere di montarli diversamente, i pezzi che hai. Ma, esperienza personale, non otterrai mai nient’altro che sgorbi. C’ho provato. (…). Perché capita. A volte i grandi amori tradiscono. O sembra che lo stiano facendo. E tu non reggi, non puoi reggere. Le arterie allora si gonfiano, il sangue si gela. E decidi che basta. Che non vuoi saperne più niente. E fuggi tra le braccia di amanti flebili, a ricercare la scintilla primordiale. La Fiorentina, il Livorno, l’Atalanta. Il Genoa, finalmente dissi, da oggi tifo Genoa. Tifo. Puah. Un amico mi fece, un giorno: “Ma non tifavi la viola?”. E a me, lo ricordo bene, venne da piangere. (…) Anni di prove, di onanismo forzato, di clandestinità. Fino al giorno in cui riemersi. E la vidi. Rossa e nera, splendida, battersela epicamente contro un Foligno qualsiasi. E sussurrarle nell’orecchio, come il miglior Umberto Tozzi: “Non ho smesso di amarti mai”. (…)
Se fossi nato a Roma? Roma, Roma.
E a Torino? Beh, c’è da chiederlo? C’è una sola squadra a Torino. (…)
Ma in definiriva, dimmi un po’, tu dov’è che sei nato?
A Foggia.

Tratto da E non vorrei lo sai lasciarti mai perché di Lobanowski 2

Dedicato a tutti quelli che sono tornati, non avendo mai smesso di amare l’Avellino.

Video killed the radio star

Noi la domenica davanti alla tv non siamo mai stati.

Mai.

Finché il calcio è stato il calcio, finché tutte le squadre di A, B, C1 e dei quattro gironi di C2, giocavano il pomeriggio alle 14,30, alle 15 o alle 16, la mia famiglia, allargata a mo’ di clan ai nonni e agli zii, non ha mai passato una sola domenica davanti al televisore. Mai.

Anzi, il campo pilotava i pranzi. Ne stabiliva l’utilità, l’indispensabilità. Ed era un parere assoluto e inappellabile, quello della prima sezione staccata del tribunale dello “Zaccheria”. Bisognava che le cerimonie ufficiali familiari, gli anniversari, i battesimi, le comunioni e le cresime, fossero in sintonia con gli impegni del Foggia. Altrimenti, peggio per le cerimonie. 

“Domenica è il compleanno di nonna, andiamo a mangiare da lei”, “Domenica? Ma domenica c’è il Giarre”, “Ah, il Foggia gioca a Foggia? E vabbé, ma è il compleanno di nonna, ci resta male”, “Sì, ma che cazzo, lo sa …”, “… ma che ne può sapere?”, “Come che ne può sapere? E’ sempre la stessa storia”. Il risultato era uno schieramento di brutti grugni in preda ad una fretta spasmodica. Demoniaca. Una chiamata all’adunata che precedeva la sigla del Tg2. Una velocità ritmica, olimpica e coordinata delle donne nel far planare lasagne e ravioli sul desco, che venivano poi consumate nel più rigido silenzio e attraverso un lavorio di mandibole, denti e mascelle ostinato e determinatissimo. (…) Poi zio si alzava. E mi chiedeva: “E’ già ora?”. Allora zio sospirava. E annuiva. E gli occhi erano quelli di un Cristo del Mantegna. Di un Cristo nell’Orto. (…) Sulla tavola della festa, ridotta al campo di battaglia di una guerra lampo, calava un silenzio mistico. Una compassione cristiana per il plotoncino di volontari che scostava le sedie e si metteva in piedi per andare incontro alla sorte. Al più terrifico dei destini. Io e Guido recuperavamo la sciarpetta dalla poltrona a fiori. La legavamo al polso. E nel moto di condivisione femminile, in quel “poverini” che dicevano le facce tristi di chi rimaneva al riparo, c’era un particolare lampo per noi. Che recitava: “Così piccoli, già segnati”. Ma nessuno poteva metterci in salvo. Gli uomini di casa partivano. C’era una missione da compiere. Un supplizio da patire. Una pena da espiare.

Altro che televisione.

(…) La domenica era lo “Zaccheria”. Altrimenti, erano ancora lontani i tempi in cui il video avrebbe spento la stella della radio.

Tratto da E non vorrei lo sai lasciarti mai, di Lobanowski 2

Guardare, vivere, soffrire, comunicare

Perché amare lo sport?
Bisogna innanzitutto ricordare che tutto ciò che accade al giocatore accade anche allo spettatore.
Ma, mentre in teatro lo spettatore è solo un osservatore, nello sport è un attore.

In questo caso guardare non è soltanto vivere, soffrire, sperare, comprendere, ma anche e soprattutto esprimere i propri sentimenti con la voce, il gesto,  il volto, significa prendere a testimone il mondo intero, in una parola,  comunicare.
Roland Barthes, Lo sport e gli uomini, Einaudi, 2007

L’angoscia e l’oblio

“Il calcio sopporta una maledizione che allo stesso tempo è la salvezza di giocatori, allenatori e ultrà afflitti da una sconfitta. Si tratta di un’attività in cui non basta vincere, ma bisogna vincere sempre, in ogni stagione, in ogni torneo, in ogni partita.

Nel calcio non c’è posto per il riposo né per il divertimento, a poco serve avere uno straordinario palmarès storico o aver conquistato un titolo l’anno prima. Essere stato ieri il migliore oggi non conta più, figuriamoci domani.

Forse è per questo che il calcio è uno sport che incita alla violenza, e non a causa dei calci, ma per l’angoscia.

Viceversa bisogna riconoscere che ha qualcosa di non definibile e che non si trova di solito negli altri ordini della vita: incita all’oblio, il che equivale a dire che non incita mai al rancore, una cosa che si impara soltanto in età adulta.”

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.

Oggi l’Avellino comincia il ritiro precampionato. Dimentichiamo ugualmente la vittoria del campionato scorso e le ultime quattro o cinque retrocessioni dalla serie cadetta; saranno quarantadue giornate d’angoscia, questo è certo.