Lupi per sempre: Sandro Tovalieri

Non scrivo da molto tempo, insensibile alle sollecitazioni di Fabio, di Ruggero, di Elena.

O meglio, non aggiorno il blog da tempo.

Ricominciamo, allora, con un pezzo che l’estate scorsa mi ha chiesto Felice D’Aliasi per il suo Lupi per sempre, da qualche settimana nelle edicole d’Irpinia e nella mia libreria, qui arricchito con il corredo multimediale minimo che la carta non consente.

Ricominciamo, per vedere di nascosto l’effetto che fa.

A seguire, l’altro pezzo finito nell’antologia, dedicato a un altro ex giallorosso: Paolo Baldieri.

***

Diciassette maggio 1987

Lo stadio è gremito in ogni ordine di posto. In Curva Nord i tifosi della Roma si mescolano con quelli irpini. Io sono al mio posto, alla balaustra, a suonare il tamburo, incurante di ciò che può succedere alle mie spalle: con i giallorossi non corre buon sangue.

A sedici anni è così: vivi per il pallone e scegli senza tanto pensarci su. Dopo quattro anni di abbonamenti in Curva Sud, con papà e Andrea, o con zio Gaetano quando papà non può accompagnarci, la stagione sportiva 1987/87 la vivo dalla Curva Nord, affiliato agli Executors, insieme a Franco e Pippo: la tessera bianca con le scritte verdi nel portafogli, il giubbotto di chissà quale materiale sintetico con lo sponsor Dyal sul petto, un paio di riunioni nella sede di via Zoccolari, e l’asta di un tamburo in mano, da suonare la domenica, nell’unica fugace esperienza ultrà nella mia lunga carriera di tifoso.

La Roma è passata in vantaggio in avvio, con un sinistro a incrociare di Bruno Conti che fa secco Coccia proprio sotto la Nord. Per gli ospiti i due punti significherebbero la qualificazione alla Coppa Uefa. Per l’Avellino, invece, la gara conta poco. Con ventotto punti in ventinove partite e la salvezza in cassaforte, l’ultima di campionato vale solo come vetrina, per festeggiare al Partenio una stagione terminata in crescendo, impreziosita da ben quattro vittorie esterne, alcune delle quali roboanti, come il 2 a 6 di Udine. E però i Lupi non rinunciano ad attaccare.

Vinicio ci crede, e a 13′ dal termine toglie Walter Schachner e inserisce Sandro Tovalieri, l’ex di turno. Per l’intero campionato i due si sono disputati la maglia numero 9: Bertoni a destra e il golden boy Alessio a sinistra sono i due titolari fissi dell’attacco biancoverde. Forse proprio la continua altalena ne ha bagnato le polveri: l’austriaco baffuto ne ha segnati quattro, il ragazzo di Pomezia dalla lunga chioma la metà, uno al Milan e l’altro alla Sampdoria, due grandi che al Partenio le hanno sempre prese di santa ragione. Le promesse di inizio stagione, in entrambi i casi, non sono state confermate, e neppure i tabellini delle stagioni precedenti. Vincitore di un Viareggio con la Roma Primavera di Giannini, Di Carlo, Desideri, Impallomeni, Baldieri, poi prolifico cannoniere con Pescara e Arezzo in serie B, al suo secondo campionato nella massima serie dopo l’esordio in giallorosso Sandro Tovalieri segna meno di quanto vorrebbe e potrebbe e di quanto vorrebbero i tifosi, che lo amano.

Eppure bastano due minuti, a Sandro-goal, per rimettere le cose a posto: un angolo dalla destra, e il numero 16 che sbuca di testa in mezzo a un’area affollatissima e gela Tancredi. Il cerchio si chiude e l’esultanza è incontenibile. La corsa verso la Curva Nord è travolgente, i tabelloni pubblicitari scavalcati come gli ostacoli dai cavalli a Piazza di Siena, per terminare l’esultanza tra gli abbracci dei compagni, giusto sotto di me, che grido e sollevo le braccia senza mai abbandonare la mazza del tamburo. Dietro di me i romanisti imprecano.

Pochi minuti dopo, il forcing dei Lupi viene premiato dal raddoppio di Murelli, difensore nell’inedita veste di realizzatore, che segna di testa in mischia.

A fine partita la tradizionale invasione di campo a festeggiare un campionato da record che frutta la nona salvezza consecutiva. L’ultima esultanza per l’ultima permanenza. Almeno finora: ci torneremo, prima o poi ci torneremo.

***

Undici giugno 2016

Sono in ritardo sulla tabella di marcia. Tre quarti d’ora e inizia la festa per il terzo compleanno dell’Avellino Club Roma. Tre anni che hanno cambiato il mio modo di essere tifoso: ho trovato una casa comune nella quale vivere da espatriato la mia passione di sostenitore dei Lupi.

Tre quarti d’ora e io sono ancora a Garbatella, a una mezz’ora d’auto da San Lorenzo, dove ci siamo dati appuntamento per i festeggiamenti. Elena ha appena sfornato la terza teglia di pasta al forno, che Michele sta prendendo in consegna, per caricarla con tutto il resto nel capiente bagagliaio della sua auto. Raggiungerà la sede del club prima di me. Perché io sono in ritardo, e non ho ancora fatto la doccia e indossato la T-shirt del club.

Mentre Michele si congeda squilla il telefono. Sul display “Sandro Tovalieri”. Fedele alla parola data, si sta muovendo da Ardea per unirsi ai festeggiamenti, dei quali è ospite d’onore. È in coda sulla Pontina, ma tra poco passerà dalle mie parti e mi supererà. Fra tre quarti d’ora – gli dico – ci vediamo alla stazione Tiburtina.

L’ho contattato qualche giorno prima su Twitter, poi qualche scambio di battute al telefono, pochi sms per invitarlo alla festa. E lui ha accettato subito. Su Amazon ho acquistato una copia della sua autobiografia. Si intitola “Cobra. Storia di un centravanti di strada”. Per me, però, lui è semplicemente Sandro-goal, uno dei beniamini della mia adolescenza. Quattrocentocinquanta presenze in carriera, centocinquanta reti, un terzo delle quali nella massima serie.  Il calciatore lo conoscono tutti, leggendo il libro ho conosciuto l’uomo.

cobra

La doccia è fulminea, in auto brucio qualche semaforo, e il ritardo è colmato. All’appuntamento siamo puntuali, poi di corsa alla festa. I tifosi più stagionati lo guardano con affetto, quelli più giovani con curiosità. I padri spiegano ai figli chi sia quel signore, e che carriera ha fatto. Tra gli ospiti della festa c’è Massimo, tifoso del Cagliari, sposato con un’irpina. Anche in Sardegna Tovalieri ha lasciato goal e ottimi ricordi.

Ci è piaciuto, il Sandro Tovalieri ex calciatore. Un maestro di calcio per tanti giovani talenti del vivaio giallorosso, un uomo dai valori saldi, un antidivo, che ricambia con poche parole e piene di significato il nostro invito e la nostra sete di ricordi. Ha il cuore diviso in tanti piccoli frammenti, tanti quanti la dozzina di maglie che ha vestito. Uno di questi è biancoverde, piccolo ma importante.  Ci racconta di una stagione vissuta con l’emozione della giovane età, dell’atmosfera della città, del tifo alla domenica, di quando alzava gli occhi e vedeva trentamila persone sugli spalti, quale che fosse l’avversario, e si chiedeva se la città nel frattempo non si fosse svuotata. Era la serie A, il patrimonio più grande da difendere. Una categoria che Avellino merita, conclude Tovalieri.

Perchè ci torneremo, prima o poi ci torneremo. E anche lui lo sa.

Annunci

La macchina del tempo

Il venerdì di Avellino – Cagliari è lungo e troppo poco azzurro, fitto com’è di impegni, che mi allontanano dai tornelli per inchiodarmi al maxischermo. Mentre cerco di non soccombere, mi arriva la telefonata di Massimo, che non è Rastelli, ma un mio compagno di università, anno accademico 1989/90 e seguenti.

Alcune cose, nel frattempo, non sono cambiate. A quarantaquattro come a diciotto anni, io sono dell’Avellino, Massimo del Cagliari. Anche se allo stadio non va più da tempo, di trasferte ne ha fatte, eccome. Di stirpe e di tifo è sardo, e la bandiera con i quattro mori sventola fiera alla Balduina. L’amore gli ha fatto conoscere l’Irpinia, meglio di quanto non gliel’avessi raccontata io mentre gli parlavo di Barbadillo e Dirceu, Baldieri e Sorbello, nei lunghi pomeriggi in sala studio. Ci incontriamo qualche volta, durante le feste comandate, in riva al Sabato. a pochi passi da Abellinum. Segretamente coltivo l’idea di conquistare suo figlio alla fede biancoverde.

Lo invito al Club, lui tentenna, ma infine viene, allegro come sempre. Il Cagliari ha appena pareggiato la rete iniziale dei Lupi. Ci raggiunge poco dopo anche Ruggero, pure lui luissino, ma interista e barlettano. La macchina del tempo esiste e funziona benissimo.

cancedda

Guardiamo la partita e parliamo di ciò che è stato e ciò che è. Gioco a calcio, vado allo stadio, ogni tanto un po’ di Subbuteo: non sono poi cambiato molto, e chissà se è un bene o un male. Chissà pure dov’è finita quella foto che ci ritrae, ventenni, al centro del campo, capitani di un’epica sfida tra Roma e Resto del Mondo. Avevano a disposizione una sola fascia da capitano, la indossammo insieme e contemporaneamente. Con lo stesso spirito con cui abbiamo guardato, uno affianco all’altro, questo Avellino – Cagliari.

E tutto torna (aspettando Como – Avellino)

Tornare a bloggare per tentare di districare l’intrico di sentimenti.
In treno, direzione Como, nello zaino la sciarpa e lo steccato senza stecche dell’Avellino Club Roma. Lasciata Milano, dai finestrini la Brianza, con i boschi, le case basse e le fabbriche.
A Como ci ho abitato tre anni e questa trasferta è un pellegrinaggio sui luoghi che mi hanno visto poco più che trentenne tentare un difficile equilibrio tra responsabilità e voglia di altrove.
Abitavo a via Diaz, e per me Diaz era Ramon. Prima di andarci a vivere, Como era un passaggio fugace nel tragitto verso la Svizzera nelle concitate settimane dopo il Sisma. Era Corneliusson e Notaristefano, Giunta e Matteoli. Era il goal annullato a Benedetti che l’aveva messa di testa sotto il diluvio in una partita da dentro o fuori: una trasferta che non ho fatto, ma che ho vissuto nei racconti di chi c’era (Enrico, che fine hai fatto?) e nelle immagini di Telenostra. Tifosi irpini in bicicletta sul lungolario e in pedalò sul Lario.
Nel 2004, invece, la trasferta più breve della storia. Il Sinigaglia sta lì, a metri cinquecento da casa mia. Una partita triste, pochi spettatori per la sfida tra ultimi e penultimi. La banda Zeman passa per 3 a 0, ma non gioiamo, condannati come siamo alla retrocessione. Segna Alessio D’Andrea in compartecipazione con Tonino Sorrentino. Un ragazzo dall’accento brianzolo inveisce contro i comaschi: è figlio di emigranti e non se lo scorda.
È un senso di estraneità da cui non sono stato immune. Oggi torno in riva al Lario per fare i conti, separare i ricordi belli e brutti, archiviare questi ultimi. Una bella vittoria e l’ospitalità di Mary e delle ragazze mi rimettetanno in sesto. Più tardi mi raggiunge Elena, e tutto torna.

Nucelle e Rivoluzione (Avellino 1 – Latina 0)

‘Ind’e nucelle’. Espressione remota, dei tempi in cui lo Stadio Partenio era circondato da rigogliosi noccioleti, alla domenica adibiti a parcheggio dagli intraprendenti proprietari. Si stava in serie A, il piazzale traboccava di auto e ognuno si arrangiava come poteva.
Poi sono arrivati il terremoto e i prefabbricati a Campo Genova, le villette costruite a uno sputo dalla Curva Sud, il calcio moderno e le reti di protezione dietro la porta.
Ed è solo grazie alla rete di protezione che stavolta il pallone calciato dal dischetto da Ruben Olivera non finisce ‘ind’e nucelle’.
”Nucelle’. Quelle che ogni sabato decine di pseudotifosi, rivolti ai nostri calciatori, li invitano ad ‘arrigliare’: inabili con i piedi, i nostri al più potrebbero dedicarsi alla raccolta del prezioso frutto a guscio, una volta architrave dell’economia irpina.
Di questi soloni ieri, contro il Latina, se ne vedono e se ne sentono pochi. La loro memoria è selettiva: le sconfitte sono un’onta incancellabile, le vittorie, anche quelle esterne, atto dovuto. E poi piove e fa freddo: il tempo da Lupi fa filtro all’ingresso come il più arcigno dei buttafuori di Formentera. Entrano solo quelli di sempre, i pochi ma buoni che all’estetica preferiscono la passione.
Io ci sono, e dell’Avellino Club Roma siamo una dozzina a fare il nostro.

image

Con me c’è il caro amico Fabio, che ho reclutato a metà strada, a Itri, ma che abita in Alta Carnia, tra le Dolomiti Friulane: è il tifoso dell’Avellino più a Settentrione tra quelli in Italia, uno che al Partenio ci veniva in treno, le cui gesta meritano più ben di un post.

image

Fucina di aneddoti, mi racconta quello del rigore sbagliato da tal Bruno Sepe, roccioso stopper della Nuova Itri nel derby con il Fondi, lui che di Fondi era nativo, in un qualche remoto campionato dilettantistico. ‘Lo tiro io’, disse prendendosi il pallone, lui che rigorista non era. Più o mono come ‘El Pollo’ Olivera ieri, lui che è rigorista e che stava per passare all’Avellino prima di approdare tra le paludi pontine.
Estetica o passione, dicevo. Di passione ieri, contro il Latina, se ne vive tanta, specie nella ripresa. Arini e D’Angelo fanno guerra di trincea e mordono le eleganti caviglie di Crimi e compagni; Comi ci mette tutto quello che ha e sfiora in un paio di occasioni la rete; Rodrigo Ely domina la difesa, che concede poco e niente agli avanti pontini. Gli ospiti, contro i quali non abbiamo mai vinto, hanno il portafogli pieno e un tasso tecnico ragguardevole e manovrano con disinvoltura.
In certi frangenti sembra una partita di rugby, complice anche il campo pesante: una percussione centrale dell’Asceota murato da Di Gennaro inaugura la battaglia, il calcio in touche di Olivera la infiamma. Passata la paura, il quadro psicologico si capovolge. È netta la percezione di aver subìto un paio di ingiustizie: Chiosa espulso nell’occasione del penalty, un fallo da rigore su Comi in precedenza non sanzionato. Con uno in meno e senza niente da perdere, decidiamo di vincerla.
E ci riusciamo, grazie a una capocciata del solito Gigi Castaldo, centravanti atipico di una squadra operaia che può fare la Rivoluzione.
In attesa che sorga il sol dell’avvenire, si festeggia in campo e sugli spalti. L’Avellino è vivo e lotta insieme a noi.

image

Bisogna saper perdere

rokes
‘No, non puoi sempre vincere!’, cantavano nei favolosi anni Sessanta i Rokes.
Vaglielo a spiegare a certi tifosi dell’Avellino. Vaglielo a spiegare, se il giovedì, dopo cinque giorni, la sconfitta casalinga con il Cittadella non è stata ancora metabolizzata e in rete si sprecano le illazioni gratuite, le teorie del complotto, le polemiche e perfino lo spettro della retrocessione fa qua e là capolino.
Un ‘tanto peggio, tanto meglio’ contro il quale l’Avellino Club Roma ha preso posizione con un comunicato di sostegno a società, allenatore e squadra e con un accorato appello all’unità di intenti.
Ho chiesto allora a Stani, grande tifoso del Lupi, dirigente sportivo ed ex arbitro internazionale di handball, di scrivere un pezzo per questo blog. Il tema? Saper perdere, saper vincere. Cosa che in molti non sanno fare, all’ombra del Partenio e dietro i tasti dei propri device.
Di seguito il contributo di Stani, che di etica e di cultura sportiva scrive nel suo blog Sport and victory.

Come bisogna comportarsi quando si perde? E quando si vince?
Non stiamo parlando esclusivamente del comportamento che dovrebbe assumere un generico addetto ai lavori (giocatore, dirigente, allenatore, ecc.), ma anche di come dovrebbe comportarsi un semplice tifoso o appassionato sportivo. Quali sono i limiti da non superare? E quali sono le cause che fanno in modo che questi limiti vengano superati?
Un errore che si potrebbe commettere è quello di pensare che colui che partecipa attivamente all’evento sportivo (per es. il giocatore), in caso di sconfitta, provi sentimenti e assuma comportamenti diversi da chi assiste all’evento stesso (il tifoso); non solo comportamenti e sentimenti sono gli stessi, ma hanno anche la stessa natura e identica origine.
La cultura sportiva prevede il “fair play” cioè procedure “standard” di comportamento da seguire sempre, dopo una vittoria o una sconfitta, procedure scritte e non scritte ma universalmente accettate; è una sorta di “bon ton” o galateo sportivo. Questo va a braccetto con il modo in cui si dovrebbe agire durante l’evento sportivo; ma, in quest’ultimo caso, molti tendono a giustificare eventuali comportamenti scorretti con il fatto che l’adrenalina è a mille ed è molto più difficile l’autocontrollo.
Per quanto riguarda i giovani atleti e i giovani tifosi, il problema dovrebbe essere affrontato in contesti diversi da quello in cui avviene la competizione agonistica vera e propria. In termini di educazione, formazione, informazione e apprendimento, molto lavoro dovrebbe essere svolto in ambito familiare, scolastico e, soprattutto, per i soli atleti, durante le sessioni di allenamento. Ma è cosa nota che la maggior parte degli allenatori tende a dare molta importanza alle questioni di carattere tecnico, tattico e atletico e a lasciare poco spazio alla preparazione mentale e culturale dei competitori (che poi saranno anche tifosi) in ambito sportivo. In tanti anni di dirigenza sportiva, non ho mai visto un allenatore dedicare il proprio tempo, in maniera adeguata e programmata, a questioni inerenti la preparazione psicologica alle diverse situazioni che si susseguono durante un evento sportivo.
Un grande aiuto in tal senso, potrebbe essere offerto dalla figura dello psicologo dello sport che, però, da molti è sempre visto con sospetto; spesso è sempre paragonato a una sorta di psichiatra che deve intervenire in ambienti frequentati da pazienti sofferenti di malattie mentali. Beata ignoranza!
Tornando alla somiglianza di comportamento e all’identità di sentimenti tra gli addetti ai lavori e il mondo del tifo o, quantomeno, dei semplici appassionati sportivi, vale sempre e ovunque il detto “Winning at all costs” cioè vincere a tutti i costi.
E se non si vince? Semplice! Ci lasciamo accompagnare da sentimenti come la rabbia, la delusione, la frustrazione, l’amarezza, lo sconforto e da comportamenti come le contestazioni, le imprecazioni, le bestemmie, le offese, le critiche negative e talvolta gli atti di violenza.
Et voilà! Il gioco è fatto, ma non è completo. Infatti la competizione non si esaurisce sul terreno di gioco al termine della generica gara, no! Quando si perde, l’agonismo deve continuare in qualche modo oltre misura e a tempo indeterminato, superando i limiti della decenza sportiva, appunto con i comportamenti, gli atteggiamenti e i sentimenti sopra descritti.
Tutto questo viene condito con preziosi contributi frutto della cultura dell’alibi (vedi a riguardo cosa dice Julio Velasco), della cultura del sospetto, della cultura del capro espiatorio, del vittimismo congenito, delle aspettative troppo distanti dalla realtà oggettiva delle cose, di situazioni pregresse che esulano dall’ambito sportivo e così via. Ci vorrebbe uno psicologo dello sport anche per i tifosi!
L’avversario, poi, non esiste! Mai una volta che si riconosca prima la superiorità dell’avversario rispetto agli errori, sempre presenti e inevitabili, dei giocatori, dei dirigenti e, soprattutto, dell’allenatore della propria squadra. In caso di sconfitta, è molto più semplice commentare in maniera catastrofica la prestazione della propria squadra che esaltare la “performance” vincente degli avversari. E cosa dire dell’assunzione delle proprie responsabilità? Un vero e proprio “optional” da tirare fuori in poche circostanze e, comunque, in maniera mirata, senza mai perdere la faccia, senza mai sporcare la propria immagine di sportivo e tifoso.
Il problema è universale, non solo di pochi o alcuni; la questione ha dimensioni planetarie, non è vero che riguarda solo il nostro paese (parola di ex arbitro internazionale!).
Possiamo vedere la luce in fondo al tunnel? C’è un solo modo e già ho scritto a riguardo: educazione, formazione, informazione, apprendimento e tanta, tanta pazienza, condita da un ferreo spirito di sacrificio, da parte dei formatori e degli educatori.
Ma il gioco vale la candela?

Una questione di centimetri (Pro Vercelli 1 – Avellino 1)

Arrivo alla Officine XN, la tana dell’Avellino Club Roma, con lieve ritardo: Pro Vercelli – Avellino è già iniziata. Il “Silvio Piola” , però, merita il rango di campo principale di “Tutto il calcio”, e i primi minuti li seguo alla radio, mentre attraverso San Giovanni e raggiungo San Lorenzo. L’inviato sbaglia la formazione, segnalando tra i titolari Arnor Angeli. Tra gli undici, invece, neppure un belga.

La colpa del ritardo è tutta della tavola da Subbuteo, che per pochi centimetri non entra dal portabagagli: troppo larga, e l’impenetrabilità dei corpi non fa sconti. Per fortuna ho una Pluriel: via la capote, il truciolato infilato dall’alto, in verticale. Il risultato è un veicolo bizzarro, mezzo auto e mezzo barca a vela, con il quale solco lento e guardingo le vie della Capitale, occhi aperti a scrutare i vigili urbani, orecchie tese a seguire le imprese dei Lupi.

A Vercelli non sono mai stato, ma ho a casa un gagliardetto della Pro. I 7 scudetti delle Bianche Casacche, Virginio Rosetta, il giovane Silvio Piola: epoche lontane, storie e personaggi conosciuti attraverso i libri e gli almanacchi, alimento per il mio amore per il gioco del pallone. Ma anche un indistinto Nordovest, fatto di risaie, nebbia e zanzare: Riso amaro, Giuseppe De Santis dietro la macchina da presa e Silvana Mangano improbabile mondina. Il protagonista maschile del film è Raf Vallone, già calciatore nelle giovanili del Grande Torino, l’ultimo capitolo di un calcio epico, di cui quello attuale è pallido riflesso.

Raggiungo finalmente le Officine e consegno il prezioso carico; dopo la partita si gioca a calcio in punta di dita. Saluto collettivamente i presenti, una trentina circa.

Contemporaneamente un destro di Gigi Castaldo inaugura la lunga serie di occasioni non concretizzate per un nonnulla, la cui somma produce l’1 a 1 finale.

Il vantaggio dell’Avellino è in comproprietà tra Gigione e Paolo Regoli. Il bomber di Giugliano è oggi una spanna sopra a tutti gli altri, per tecnica e generosità; il terzino, orfano del gemello Arrighini, festeggia la ritrovata efficienza fisica con la prima rete in B.

Al goal esulto da seduto: la partita la guardo sdraiato su un pouf; al mio fianco Angelo Picariello, in versione Rai News24, che mi elargisce le sue preziose annotazioni tecniche e mi incoraggia ad aggiornare questo blog, per il quale in settimana ha speso parole al miele in diretta televisiva.

Una poltrona per due, insomma, che ci inghiottisce impedendoci di scattare in piedi per unirci ai festeggiamenti. La rete sembra il preludio di una rinfrancante vittoria esterna, e invece no, perché a 5 dal termine ci punisce Di Roberto. Anche qui è una questione di centimetri. Come per la tavola da Subbuteo.

L’importanza del punto conquistato al “Silvio Piola” è tutta nei numeri. In casa la Pro ha uno score di prim’ordine, fatto di 7 vittorie e una sola sconfitta; con quello di ieri, i pari sono appena 3. Lontano dal Partenio i Lupi hanno mosso la classifica in 8 occasioni sulle 11 trasferte totali. In un campionato estremamente equilibrato, rispettare la media inglese garantisce di sedersi al tavolo della post-season in una posizione vantaggiosa.

Al triplice fischio, però, il rammarico per l’occasione mancata prevale. Con 2 punti in più avremmo raggiunto il secondo posto in classifica. Avellino sprecone, sintetizza a caldo Mariano Messinese. Su Facebook Francesco scrive di un primo tempo da ricordare, il migliore che abbia mai visto dal ritorno in cadetteria. A Latina, lo scorso anno, eravamo stati ancora più convincenti, ribatto. Tra questa squadra e quella dello scorso anno c’è un filo rosso: siamo sempre qui, a giocarcela, al limite delle nostre possibilità. Al mercato di riparazione e a una diversa preparazione atletica le chance di trasformare gli auspici in realtà.

Raggiunti in extremis, tocca sfogarsi: con le mie miniature verdi ne segno cinque al mio avversario di giornata, giovane blogger caudino, che paga a caro prezzo le incaute parole della vigilia. A Subbuteo ancora ci so fare. Per festeggiare la ritrovata adolescenza, all’indomani mi taglio perfino la barba.

subbuteo

Ci sa fare tra i pali Pietro Terracciano, un amico di questo blog, che dopo l’ennesimo infortunio torna a difendere la porta del Catania. Forza Pietro, ci si rivede sotto al vulcano.

L’Avellino spiegato a una giapponese (Pescara 0 – Avellino 0)

Parte da Milano e mi riporta a casa, ma non è esattamente il treno di Natale né l’Espresso delle 21, entrambi di gargiuliana memoria: attacco il post da un vagone di Italo, in partenza da Milano Garibaldi e con destinazione Roma Tiburtina. Con quello che costa, il treno non è troppo pieno, e neppure corre troppo piano: tre ore e arrivo. Da lì, tiro diritto alla tana dell’Avellino Club Roma, per la festa prenatalizia. In palinsesto ricchi premi, cotillons, brindisi e Lupi-Lupi.
Li ho lasciati ieri allo stadio Adriatico,  gli amici della Capitale, dopo il pareggio a reti bianche con il Pescara: un buon punto, lo dico subito, a scanso di equivoci. Al triplice fischio mi accolgono i Lupi del Nord, antichi sodali con i quali raggiungo la metropoli ambrosiana, dove sono atteso a festa di triplice compleanno. Ecco perché, partito da Roma alla volta di Pescara, a Roma ritorno, il giorno dopo, da Milano.

image

In totale ieri mi faccio sette ore d’auto e di chiacchiere. Gli inviti ad aggiornare il blog non mancano, e gli spunti neppure.
Il viaggio da Roma lo faccio con Giuseppe e con Nando. La giornata è tersa, la temperatura gradevole; le cime sono ricoperte da una coltre candida che neppure il Soratte nei versi del poeta Orazio. Verrebbe voglia di fare una bella scritta nella neve, così grande che la si veda dall’auto. Un po’ come quandi il Giro d’Italia fa tappa allo Stelvio o al Pordoi e l’elicottero inquadra dall’alto gli incitamenti a questo o quel ciclista, vergati sulla bianca lavagna ghiacciata. Cosa si potrebbe scrivere? “Forza Lupi” è banale, ci vorrebbe un guizzo di creatività. “Forza Filkor”, dovremmo scrivere: il fantomatico magiaro è argomento di conversazione per metà almeno del viaggio. Se qualche anno fa si costituì un fans club per Marco Capparella, anche Attila merita che i suoi adepti si riuniscano in circolo per decantarne le gesta.
Il viaggio per l’Alta Italia è più lungo. Con Michele e Daniele andavamo insieme in trasferta un decennio fa, quando anch’io ero lombardo e indossavo fiero la sciarpa dei Lupi del Nord.

image

Con Michele rievochiamo un viaggio di ritorno dall’Aquila, zavorrati dal pareggio allo scadere di Vidallè e da pastiere, pizzechiene e pizzecollerba, ché erano appena finite le vacanze di Pasqua e si rincasava con le provviste.
Francesco, che sta a Milano da meno tempo, lo conosco dai tempi dei forum di avellinocalcio.net e poi del Pianeta Biancoverde. Sono tanti i campionati che abbiamo sulle spalle. Un pedigree di sostenitori al seguito che nel mio caso alimenta le ragioni e i contenuti di questo blog, nel caso di Francesco lo spinge ad essere uno dei principali autori delle voci di Wikipedia dedicate all’Avellino. Si deve a lui la modifica principale: la riunificazione delle voci di Aesse e Uesse, precedentemente separate, caso unico nel wikipedianesimo calcistico. Una circostanza che mi addolorava un bel po’: grazie a Lupo Caliente per aver ripristinato la verità.
Mentre esco dallo stadio chiamo in radio. Il conduttore mi parla di una brutta prestazione. Io lo contraddico: non toccava a noi fare la partita, ma ai padroni di casa.
Il punto è buono e la prova è incoraggiante, in termini di applicazione e capacità di soffrire: un passo in avanti verso l’uscita dal tunnel. Peccato per l’espulsione di Ely, per me troppo severa, giunta mentre stavamo affacciandoci più di frequente loro metà campo. Con Comi a fare da pivot, Castaldo ha potuto svariare su tutto il fronte d’attecco ed è parso in ripresa. Bene anche Zito, che ha i mezzi tecnici che molti dei nostri non hanno.
I nostri, noi. “Oggi giochiamo a Pescara”, ho detto ieri a colazione a Tomoko, l’amica giapponese nostra ospite per qualche giorno con marito siculo e figlio piccolo che timidamente cerco di conquistare alla causa dei Lupi, non avendo ancora scelto la sua squadra.
“Noi? Perché, giochi anche tu?”, mi ha chiesto meravigliata.
“In un certo senso sì”, le ho risposto, prima di lanciarmi in una dissertazione su identità e senso d’appartenenza, calcio e tifoserie, nella prospettiva di un italiano, e anzi di un irpino.