Dovete morire tutti

Dovete morire tutti

Ecco la scritta che campeggia all’ingresso del settore ospiti del Guido Biondi di Lanciano.

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Lanciano 1 – Avellino 0, si torna con i piedi per terra

Ogni volta che devo partire per una trasferta, la sera prima dormo poco e male. Il fenomeno si ripete regolarmente per le gite scolastiche e quelle di piacere, ma il valore aggiunto dell’agitazione notturna per motivi calcistici sono i sogni, più o meno ad occhi aperti, che mi accompagnano finché non suoni la sveglia.

Oggi si va a Lanciano, e il palinsesto onirico della notte della vigilia (qui anche nell’originario significato di “veglia”) si divide in parti uguali tra football e storia antica.

Ecco dunque i flashback dell’ultima trasferta al Guido Biondi, quando il Lanciano non si chiamava ancora Virtus: in panca c’era Nanu Galderisi, in attacco i tre tenori Grieco, Biancolino ed Evacuo, con il primo a trasformare un rigore  procuratosi dal secondo, la curva ospiti bella piena e gli spalti con la caratteristica forma a velodromo.

Ecco, a seguire, le reminiscenze di storia patria, dove qui per Patria si intende il Sannio: Hirpini e Frentani, due delle cinque tribù sannite, rispettivamente la più meridionale e la più settentrionale, almeno secondo E.T. Salmon ne “Il Sannio e i Sanniti”, poichè per altri le genti stanziate a nord del fiume Fortore avrebbero costituito un’entità etnica e politica a se stante. La partita di oggi, insomma, è un derby sannita che si gioca in Serie B, con buona pace di streghe e stregoni di Benevento, città peraltro fondata dagli Hirpini.

Peccato non poter percorrere qualche bella strada statale, per inoltrarsi nel territorio dei Marsi e dei Peligni: l’ultima volta una sosta del tutto casuale a Barrea, lungo la via che mi stava conducendo al ritiro di Castel di Sangro, mi ha condotto al bel Museo della civiltà dei Safini, misterioso popolo anch’esso, come quello sannita, di stirpe sabina.

Ma torniamo a bomba. Si parte stavolta con un passeggero d’eccezione, penna appuntita del giornalismo nazionale e nostrano, fan accanito di Mister Rastelli. Poco più avanti, un’altra vettura con altri soci dell’Avellino Club Roma: li raggiungeremo in Autogrill.

Il rifornimento preventivo di bevande mi dà grossa soddisfazione: il pakistano che gestisce il negozio sotto casa mia mi chiede se sto andando al mare. “Football”, gli dico, e lui mi chiede di che squadra sono. È un appassionato, e conosce l”Avellino.

Il vitto si compone di una ricca cianfotta di fagiolini, melanzane, peperoni e pomodori, cui aggiungo cous cous e un uovo sodo, rapidamente consumato all’uscita dal casello.

Il settore ospiti è stato rimodernato; dalla nostra curva si vede il mare. Siamo forse cinquecento.

All’intervallo il Lanciano è in vantaggio di un goal, un colpo di testa su angolo del centrale di difesa Amenta. La Virtus sta giocando meglio, e solo Terracciano impedisce un passivo più grave, con due prodigi su tiro da fermo di Mammarella e un rigore in movimento forse di Falcinelli. Da parte nostra una ghiotta occasione di Arini e un atterramento di Soncin su cui l’arbitro sorvola.

Nella ripresa prendiamo campo, ma la supremazia è sterile: tiriamo in porta una volta sola con una capocciata di Galabinov. Terracciano, Schiavon, Castaldo sono gli ultimi ad arrendersi.

Torniamo con i piedi per terra, e forse è meglio così.

Lost & found: Jonathan Vidallè

Mettiamola così: Jonathan Vidallè, argentino classe ’77, non è stato il miglior centravanti che abbia mai vestito la casacca biancoverde. Lo dicono i numeri, che per un attaccante non mentono mai: 13 presenze (playoff compresi) e una sola marcatura nel campionato di Serie C1, anno di grazia 2001.

Stesso ruolo e una vaga somiglianza con il connazionale Gabriel Omar Batistuta, dissimili le fortune calcistiche.

Dopo essersi formato nella cantera del Velez, a vent’anni Vidallè approda in Europa grazie all’Inter. Sandro Mazzola gli mette gli occhi addosso; la Beneamata lo dirotta prima agli svizzeri del San Gallo, poi alla Cremonese, a farsi le ossa in serie B.

A San Siro, però, Vidallè non ci metterà mai piede, e il trampolino di lancio diventa invece l’apice di una carriera irrimediabilmente declinante verso le categorie inferiori: in grigiorosso pochi spiccioli e nessuna rete a referto e l’anno successivo l’ingaggio a L’Aquila, in C2.

I rosssoblù abruzzesi, allenati da Aldo Luigi Ammazzalorso, vincono il campionato di C2 e Vidallè ne segna cinque.

Tecnico e centravanti si ritrovano l’anno successivo ad Avellino, dove il nostro approda nel mercato di riparazione. L’argentino è chiamato a rimpiazzare Nassim Mendil, beniamino dei tifosi, che fa le valigie in direzione Lecco.

L’Avellino di quell’anno è una gran bella squadra. Mascara, Fini, Costantino, De Zerbi, Ignoffo, Puleo, Polito sono tanta roba, la qualità del gioco è eccelsa, i risultati riaccendono l’entusiasmo sopito. Dopo un avvio incerto, sono ben 17 le gare consecutive senza sconfitte: il filotto comincia con la vittoria casalinga sulla Nocerina e termina esattamente un girone dopo al San Francesco, con i Lupi sconfitti dai Molossi per 2 a 0, nonostante il solito numerosissimo pubblico al seguito.

Qui vado a memoria, perché c’ero anch’io, e perché il World Wide Web non mi soccorre: proprio a Nocera esordisce Vidallè, che mette a dura prova il mio sentimento religioso quando fallisce un goal già fatto calciando sulla traversa a uno sputo dalla linea di porta.

Non ci sono, invece, nella successiva trasferta, quando l’Avellino supera l’Atletico Catania. Delle tre reti dei Lupi, il puntero segna la seconda. Clamoroso al Cibali: quella resta la prima e unica marcatura di Vidallè in maglia biancoverde.

Partito Ammazzalorso, parte anche Vidallè, che torna a L’Aquila. Ed è qui che lo ritroviamo il 27 aprile 2003, quando contro l’Avellino prima si procura un rigore, e poi con un colpo di testa in pieno recupero beffa la sua ex squadra e inchioda il risultato finale sul 2 a 2. Tra i quattromila al seguito ci sono anch’io – in una trasferta incastonata tra le vacanze di Pasqua in Irpinia e il ritorno in Lombardia – e pure stavolta le imprecazioni si sprecano, soprattutto quando l’autore del goal viene ad esultare sotto il nostro settore.

Da quella volta i destini dell’Avellino e di Vidallé si divaricano. Noi cominciamo l’altalena tra C e B, lui tra C1 e C2: dopo Taranto va a San Benedetto, Viterbo, Gela, Lanciano e Rieti. Quindi, nella stagione 2007/08, scende tra i dilettanti marchigiani e dice sì all’albiceleste del Centobuchi (sic), squadra dell’omonima frazione di Monteprandone, con cui gonfia il sacco in otto occasioni, di cui due dal dischetto; completano il quadro un’autorete, espulsioni e roventi polemiche.

Veniamo al dunque: che fine ha fatto Vidallè?

Arrivato il momento di appendere gli scarpini al chiodo, collabora con il Parma come consulente per il mercato sudamericano. Entra quindi nello staff dirigenziale del Boca Juniors: il Web lo descrive come “braccio destro del direttore sportivo Pablo Budna”, è più precisamente uno dei componenti della segreteria tecnica del club xeneize, lo stesso nel quale alcuni decenni fa iniziò la carriera di calciatore suo padre, Enrique Vidallé, con l’accento acuto, di ruolo portiere.