Nucelle e Rivoluzione (Avellino 1 – Latina 0)

‘Ind’e nucelle’. Espressione remota, dei tempi in cui lo Stadio Partenio era circondato da rigogliosi noccioleti, alla domenica adibiti a parcheggio dagli intraprendenti proprietari. Si stava in serie A, il piazzale traboccava di auto e ognuno si arrangiava come poteva.
Poi sono arrivati il terremoto e i prefabbricati a Campo Genova, le villette costruite a uno sputo dalla Curva Sud, il calcio moderno e le reti di protezione dietro la porta.
Ed è solo grazie alla rete di protezione che stavolta il pallone calciato dal dischetto da Ruben Olivera non finisce ‘ind’e nucelle’.
”Nucelle’. Quelle che ogni sabato decine di pseudotifosi, rivolti ai nostri calciatori, li invitano ad ‘arrigliare’: inabili con i piedi, i nostri al più potrebbero dedicarsi alla raccolta del prezioso frutto a guscio, una volta architrave dell’economia irpina.
Di questi soloni ieri, contro il Latina, se ne vedono e se ne sentono pochi. La loro memoria è selettiva: le sconfitte sono un’onta incancellabile, le vittorie, anche quelle esterne, atto dovuto. E poi piove e fa freddo: il tempo da Lupi fa filtro all’ingresso come il più arcigno dei buttafuori di Formentera. Entrano solo quelli di sempre, i pochi ma buoni che all’estetica preferiscono la passione.
Io ci sono, e dell’Avellino Club Roma siamo una dozzina a fare il nostro.

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Con me c’è il caro amico Fabio, che ho reclutato a metà strada, a Itri, ma che abita in Alta Carnia, tra le Dolomiti Friulane: è il tifoso dell’Avellino più a Settentrione tra quelli in Italia, uno che al Partenio ci veniva in treno, le cui gesta meritano più ben di un post.

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Fucina di aneddoti, mi racconta quello del rigore sbagliato da tal Bruno Sepe, roccioso stopper della Nuova Itri nel derby con il Fondi, lui che di Fondi era nativo, in un qualche remoto campionato dilettantistico. ‘Lo tiro io’, disse prendendosi il pallone, lui che rigorista non era. Più o mono come ‘El Pollo’ Olivera ieri, lui che è rigorista e che stava per passare all’Avellino prima di approdare tra le paludi pontine.
Estetica o passione, dicevo. Di passione ieri, contro il Latina, se ne vive tanta, specie nella ripresa. Arini e D’Angelo fanno guerra di trincea e mordono le eleganti caviglie di Crimi e compagni; Comi ci mette tutto quello che ha e sfiora in un paio di occasioni la rete; Rodrigo Ely domina la difesa, che concede poco e niente agli avanti pontini. Gli ospiti, contro i quali non abbiamo mai vinto, hanno il portafogli pieno e un tasso tecnico ragguardevole e manovrano con disinvoltura.
In certi frangenti sembra una partita di rugby, complice anche il campo pesante: una percussione centrale dell’Asceota murato da Di Gennaro inaugura la battaglia, il calcio in touche di Olivera la infiamma. Passata la paura, il quadro psicologico si capovolge. È netta la percezione di aver subìto un paio di ingiustizie: Chiosa espulso nell’occasione del penalty, un fallo da rigore su Comi in precedenza non sanzionato. Con uno in meno e senza niente da perdere, decidiamo di vincerla.
E ci riusciamo, grazie a una capocciata del solito Gigi Castaldo, centravanti atipico di una squadra operaia che può fare la Rivoluzione.
In attesa che sorga il sol dell’avvenire, si festeggia in campo e sugli spalti. L’Avellino è vivo e lotta insieme a noi.

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Bisogna saper perdere

rokes
‘No, non puoi sempre vincere!’, cantavano nei favolosi anni Sessanta i Rokes.
Vaglielo a spiegare a certi tifosi dell’Avellino. Vaglielo a spiegare, se il giovedì, dopo cinque giorni, la sconfitta casalinga con il Cittadella non è stata ancora metabolizzata e in rete si sprecano le illazioni gratuite, le teorie del complotto, le polemiche e perfino lo spettro della retrocessione fa qua e là capolino.
Un ‘tanto peggio, tanto meglio’ contro il quale l’Avellino Club Roma ha preso posizione con un comunicato di sostegno a società, allenatore e squadra e con un accorato appello all’unità di intenti.
Ho chiesto allora a Stani, grande tifoso del Lupi, dirigente sportivo ed ex arbitro internazionale di handball, di scrivere un pezzo per questo blog. Il tema? Saper perdere, saper vincere. Cosa che in molti non sanno fare, all’ombra del Partenio e dietro i tasti dei propri device.
Di seguito il contributo di Stani, che di etica e di cultura sportiva scrive nel suo blog Sport and victory.

Come bisogna comportarsi quando si perde? E quando si vince?
Non stiamo parlando esclusivamente del comportamento che dovrebbe assumere un generico addetto ai lavori (giocatore, dirigente, allenatore, ecc.), ma anche di come dovrebbe comportarsi un semplice tifoso o appassionato sportivo. Quali sono i limiti da non superare? E quali sono le cause che fanno in modo che questi limiti vengano superati?
Un errore che si potrebbe commettere è quello di pensare che colui che partecipa attivamente all’evento sportivo (per es. il giocatore), in caso di sconfitta, provi sentimenti e assuma comportamenti diversi da chi assiste all’evento stesso (il tifoso); non solo comportamenti e sentimenti sono gli stessi, ma hanno anche la stessa natura e identica origine.
La cultura sportiva prevede il “fair play” cioè procedure “standard” di comportamento da seguire sempre, dopo una vittoria o una sconfitta, procedure scritte e non scritte ma universalmente accettate; è una sorta di “bon ton” o galateo sportivo. Questo va a braccetto con il modo in cui si dovrebbe agire durante l’evento sportivo; ma, in quest’ultimo caso, molti tendono a giustificare eventuali comportamenti scorretti con il fatto che l’adrenalina è a mille ed è molto più difficile l’autocontrollo.
Per quanto riguarda i giovani atleti e i giovani tifosi, il problema dovrebbe essere affrontato in contesti diversi da quello in cui avviene la competizione agonistica vera e propria. In termini di educazione, formazione, informazione e apprendimento, molto lavoro dovrebbe essere svolto in ambito familiare, scolastico e, soprattutto, per i soli atleti, durante le sessioni di allenamento. Ma è cosa nota che la maggior parte degli allenatori tende a dare molta importanza alle questioni di carattere tecnico, tattico e atletico e a lasciare poco spazio alla preparazione mentale e culturale dei competitori (che poi saranno anche tifosi) in ambito sportivo. In tanti anni di dirigenza sportiva, non ho mai visto un allenatore dedicare il proprio tempo, in maniera adeguata e programmata, a questioni inerenti la preparazione psicologica alle diverse situazioni che si susseguono durante un evento sportivo.
Un grande aiuto in tal senso, potrebbe essere offerto dalla figura dello psicologo dello sport che, però, da molti è sempre visto con sospetto; spesso è sempre paragonato a una sorta di psichiatra che deve intervenire in ambienti frequentati da pazienti sofferenti di malattie mentali. Beata ignoranza!
Tornando alla somiglianza di comportamento e all’identità di sentimenti tra gli addetti ai lavori e il mondo del tifo o, quantomeno, dei semplici appassionati sportivi, vale sempre e ovunque il detto “Winning at all costs” cioè vincere a tutti i costi.
E se non si vince? Semplice! Ci lasciamo accompagnare da sentimenti come la rabbia, la delusione, la frustrazione, l’amarezza, lo sconforto e da comportamenti come le contestazioni, le imprecazioni, le bestemmie, le offese, le critiche negative e talvolta gli atti di violenza.
Et voilà! Il gioco è fatto, ma non è completo. Infatti la competizione non si esaurisce sul terreno di gioco al termine della generica gara, no! Quando si perde, l’agonismo deve continuare in qualche modo oltre misura e a tempo indeterminato, superando i limiti della decenza sportiva, appunto con i comportamenti, gli atteggiamenti e i sentimenti sopra descritti.
Tutto questo viene condito con preziosi contributi frutto della cultura dell’alibi (vedi a riguardo cosa dice Julio Velasco), della cultura del sospetto, della cultura del capro espiatorio, del vittimismo congenito, delle aspettative troppo distanti dalla realtà oggettiva delle cose, di situazioni pregresse che esulano dall’ambito sportivo e così via. Ci vorrebbe uno psicologo dello sport anche per i tifosi!
L’avversario, poi, non esiste! Mai una volta che si riconosca prima la superiorità dell’avversario rispetto agli errori, sempre presenti e inevitabili, dei giocatori, dei dirigenti e, soprattutto, dell’allenatore della propria squadra. In caso di sconfitta, è molto più semplice commentare in maniera catastrofica la prestazione della propria squadra che esaltare la “performance” vincente degli avversari. E cosa dire dell’assunzione delle proprie responsabilità? Un vero e proprio “optional” da tirare fuori in poche circostanze e, comunque, in maniera mirata, senza mai perdere la faccia, senza mai sporcare la propria immagine di sportivo e tifoso.
Il problema è universale, non solo di pochi o alcuni; la questione ha dimensioni planetarie, non è vero che riguarda solo il nostro paese (parola di ex arbitro internazionale!).
Possiamo vedere la luce in fondo al tunnel? C’è un solo modo e già ho scritto a riguardo: educazione, formazione, informazione, apprendimento e tanta, tanta pazienza, condita da un ferreo spirito di sacrificio, da parte dei formatori e degli educatori.
Ma il gioco vale la candela?