Scritte sui muri #9: Sportivi benvenuti a Modena

Ubicazione: Stadio Alberto Braglia, Modena, porta carraia

Modalità: pittura a smalto

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Il lupo di Orvieto

Mi fa piacere ospitare una bella storia, raccontata da Antonio Savarese, socio dell’Avellino Club Roma: una firma di prestigio, ad un anno esatto dalla nascita di questo blog.

 

Oggi ho deciso di raccontarvi una storia e quando avrete finito di leggerla capirete che proprio non potevo non farlo.

Avevo detto a qualcuno che non sarei venuto al picnic del club perché mi ero già organizzato. Con la mia famiglia e quella di alcuni amichetti dei miei bambini saremmo andati a Orvieto, dove i piccoli sarebbero stati impegnati tutto il giorno in una fattoria a mungere caprette, fare formaggi e cose simili.

Approfittando della “libertà”, noi grandi andiamo a visitare Orvieto. Una visita culturale comprende anche un buon ristorante, prenotato già qualche giorno prima. Dopo il Duomo, i negozi e le stradine orvietane, eccoci arrivati. Si chiama l’Antica Rupe e dal profumo di tartufo che si sente dalla strada le cose promettono molto bene. Saliamo le scale e chiediamo del nostro tavolo.

Poi, mentre sto per avvicinarmi al posto di combattimento, con la coda dell’occhio vedo qualcosa di familiare. No, non può essere, non può proprio essere: non uno, ma due gagliardetti del lupo (uno dell’AS e uno dell’US) in bella mostra di fianco alla reception.

Mi blocco e chiamo il ragazzo che ci aveva accolto. “Scusa – gli dico – mi spieghi che significano quei gagliardetti?”. E lui: “Come che significano? Io sono tifoso dell’Avellino”. “Grande – gli faccio – anch’io”. E lui: “Sì, ma tu sarai di Avellino, io sono di Orvieto, i miei genitori sono di Orvieto, i miei nonni sono di Orvieto. E non sono mai stato ad Avellino”.

Si chiama Luca. E mi racconta, tra una portata e l’altra, la sua storia. Da piccolo giocava nelle giovanili della Ternana. Poi un giorno incrocia i lupi e s’innamora di quelle magliette e di Barbadillo. Da allora è pazzo dei colori biancoverdi.

Suo fratello Simone, che serve con lui nel ristorante di famiglia, “è un gobbo – scherza Luca – ma siamo gemellati. Siamo stati insieme a Torino e mi sono emozionato. Nel locale, comunque, non sono ammessi gagliardetti bianconeri”.

Per il lavoro che svolge, Luca non è mai riuscito a vedere i lupi al Partenio. Gli ho raccontato del club Roma e ha promesso di venirci a trovare. Non sono riuscito, però, a strappargli la promessa di venire ad Avellino.

P.s.: qui si mangia benissimo.

(Luca è quello con la cravatta)

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È stato bello, poteva essere magnifico (Modena 1 – Avellino 0)

“Ho fatto il turno di notte a Melfi. Ho staccato, mi sono messo in macchina, ho fatto un salto a Lacedonia per andare a prendere un amico e insieme siamo venuti qui a Modena”.

“Ma tu sei Mario? Ti ho riconosciuto dalla sciarpa dei Lupi del Nord. Dio mio, quanti anni sono che non ci vediamo?”
“Non so, c’erano Galderisi e Oddo: dieci anni, o poco meno”.
“E questo ragazzo chi è?”
“Mio figlio: si è fatto grande, non è vero? Ora andiamo in trasferta insieme.”
“L’hai cresciuto bene, nel culto del Lupo. Alla faccia di quelli che tifano Inter, Milan o Juventus”.

“Carissimo! Quanto tempo!”
“C’era Vullo in panchina. Ti ricordi quella volta a Fermo? Una macchina dietro di me mi fa i fari. Mi dico: ‘Che vuole questo?’ Poi vedo le sciarpe biancoverdi che sventolano dai finestrini e capisco: gli amici dell’Emilia-Romagna”.
“Ti abbiamo riconosciuto subito: chi è che va in giro per le Marche di domenica mattina con una macchina arancione? Ho letto che ancora ce l’hai. E ti ricordi quella volta a Pesaro?”
“Certo, ci siamo conosciuti in piadineria. È bastato qualche sguardo, e senza dire neppure una parola abbiamo capito che anche l’altro era dell’Avellino”.

“Aspetta: tu sei il fratello di Andrea?”
“Tu sei …?”
“Mirko, il fratello di Antonio. Sto a Pisa”.

“Alfredo, e tuo fratello non è venuto?”
“Lo sai, non è tifoso. Abita qui, ma non c’è stato verso. La famiglia la rappresento io, che vengo da Venezia”.

“Fabio, eccoci”.
“Ti presento mia moglie, e questi sono i piccoli. Andrea, Rino ti ha portato le figurine. Scrivilo: non è vero che lo stadio è un posto poco adatto alle famiglie. Ne ho viste diverse, oggi”.
“Lo sai quanto mi fa piacere che ci vediamo. Tra due settimane c’è il Padova: è la volta buona che mantengo la promessa e ti vengo a trovare su in Friuli”.

“Pippo, cosa ci fai in trasferta?”
“Guarda la combinazione, ieri ero qui a Carpi a sbrigare un servizio. A mia moglie ho detto: ‘Domani andiamo alla partita”.

Arriviamo al Braglia con due ore di anticipo, e quello che accade prima della partita da solo basta a dare un senso a questo ennesimo sabato al seguito del bianco e del verde. È questa la mia gente, e la partita è forse solo un pretesto per dare sfogo a quella voglia di comunità, reale o immaginata, di cui non è possibile fare a meno.

Sistemiamo con cura lo striscione. La coreografia dice tutto quello che c’è da dire: questi sono i nostri colori. Siamo in tanti, forse in cinquecento.

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La sconfitta è meritata, e dice che non siamo pronti per obiettivi ambiziosi, poiché fuori casa stentiamo e la panchina è corta. Resta il fatto che le occasioni per il pareggio le abbiamo avute. Resta il fatto che, senza la beffa di martedì sera, a doppia firma Mancosu&Ghersini, tutto sarebbe stato diverso.

Applaudiamo i calciatori e li riconosciamo lupi come noi. In precedenza altri applausi e incitamenti per gli allievi del Modena, a compensare inutili frizioni con i tifosi modenesi sistemati in gradinata.

Sale il magone, monta la stanchezza per una giornata e un campionato lunghissimi e intensi.
Carmine alla guida, Nando e Michele, e 450 chilometri da percorrere per il ritorno, che stavolta non è certo più breve dell’andata.
Facciamo il conto delle trasferte fatte in questa stagione, tiriamo le somme di un anno di Avellino Club Roma.

È stato bello, poteva essere magnifico, e forse non è detta l’ultima parola.

La mia fede

IRPINIA ED AVELLINESI...NON SOLO CALCIO

Questa mattina voglio parlare della nascita della mia passione per il gioco del calcio e della fede nella mia squadra.

Ho quarantadue anni e da piccolo ho avuto la fortuna di partecipare come spettatore   alla parte finale dello spettacolo e del mito biancoverde in serie A.

L’amore scoppiò un lontano pomeriggio nuvoloso di tanti anni fa.

Mio zio mi passò a prendere subito dopo pranzo per portarmi allo stadio Partenio, io per l’entusiasmo non avevo dormito tutta la notte e la mattina alle sette ero già pronto con la sciarpetta al collo, che mio padre aveva acquistato giorni prima da una bancarella.

All’epoca abitavamo in Via degli Imbimbo, vicino la vecchia Sip.

Incamminandoci verso il parcheggio dello Stadio, mi ricordo come se fosse ieri i profumi di carne arrostita e le urla dei bagarini, il mio cuore batteva sempre più forte.

Non conoscevo i nomi dei  calciatori della mia…

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Sarà dolce il ritorno (Avellino 2 – Spezia 0)

Sarà dolce il ritorno a Roma, dopo questa bella vittoria sullo Spezia, a bordo della fedele Pluriel arancione, che le sapienti mani del meccanico hanno rimesso in sesto, di nuovo, quando sembrava aver reso l’anima allo sfasciacarrozze.
Romba ancora, dopo duecentomila e passa chilometri, l’auto che acquistai dieci anni fa, di ritorno da una trasferta a Vicenza: la precedente vettura aveva deciso di abbandonarmi nel bel mezzo del parcheggio del Romeo Menti.
Romba, anzi ulula, l’Avellino, che in vista del traguardo di un campionato lunghissimo si dimostra in gran forma, nel fisico e nella testa, e lancia la volata per un posto play-off che ora non può sfuggirci.
L’ha rimessa in sesto mister Rastelli, quando molti dicevano che la stagione era finita, e quanti non si accodavano al coro delle cornacchie lo facevano per fede, più che per raziocinio.
Sono tornati a mordere i garretti capitan Angelo D’Angelo ed Eros Schiavon, oggi autore di un assist e di un goal, affrancati da compiti di impostazione, di cui si fa carico un Togni ordinato e diligente.
Timbra il cartellino Andrey Galabinov, oggi spietato, a differenza di Gigione Castaldo, che semina molto e raccoglie poco, ben marcato da Magnusson.
Si rivede Saulo “Woodstock” Decarli, che se la cava contro Ferrari, che mi è piaciuto più del compagno di reparto Ebagua.
Chiude la porta a doppia mandata Andrea Seculin, che se la vede con Giulio e con Migliore, il terzino sinistro che ci manca, che già all’andata mi aveva impressionato.
Esulta il pubblico, numeroso ma non strabordante, caloroso e colorato, con una folta rappresentanza di bambini, provvisti di bandiere, striscioni e trombette.

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Stanno zitti, sovrastati, gli arrighisacchi che siedono in Terminio e che telefonano alle radio, quelli per cui il nostro tecnico sbaglia la formazione, non sa fare i cambi ed è il capo dei cattivi.
Martedi c’è il Trapani, che precediamo di due lunghezze. La banda Boscaglia incrocia da cinque campionati i nostri destini: lo scorso anno ci consegnò la Supercoppa, ora deve staccarci il biglietto per la post-season. Sarebbe il giusto premio per una stagione da incorniciare.
Forza Lupi e forza Avellino!

Io ci credo (Cesena 2 – Avellino 0)

Questa non è la mia prima volta al Manuzzi, per Cesena – Avellino. Zero punti ma tanti ricordi.
Sembra ieri, era invece il 2005: c’è Oddo in panchina, la squadra è quella con Danilevicius, Leon, Allegretti.
In Romagna ci vado con mio fratello. Partiamo da Firenze, evitando accuratamente le autostrade: facciamo il Passo del Muraglione, appennino allo stato puro, tornanti e motociclisti, freni e frizione messi a dura prova.
Arriviamo a destinazione con largo anticipo: tocca fare il biglietto. Ed è qui che casca l’asino. È da poco in vigore l’obbligo del biglietto nominativo, nessuno ha capito come funziona, qualcuno ha deciso che il giorno della partita i botteghini restino chiusi.
Il biglietto, insomma, non ce lo fanno, a noi e a qualche decina di biancoverdi al seguito. Ci si arrangia accalcandosi alle inferriate dei varchi d’ingresso, da cui si vede una fetta di campo.
Moretti ci porta in vantaggio, poi il Cesena ce ne fa tre; nel finale accorcia Masiello.
Torniamo al Manuzzi nel 2008, e stavolta riesco a varcare i tornelli, insieme a qualche altro migliaio di sodali: siamo a fine maggio, ci giochiamo la salvezza, tutti i fedelissimi sono al loro posto. Calori in panchina, Pantanelli in porta, Corallo, Sirignano, Anastasi, Conticchio, Cipriani in campo. Una squadra davvero scarsa, a conti fatti, che soccombe senza neppure lottare.
Oggi l’Avellino porta a Cesena una squadra di calcio vera, che ha onorato il campionato e la maglia.

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Nel primo tempo la palla sembra entrare in un paio di occasioni; nella ripresa caliamo e il maggior tasso tecnico dei padroni di casa ci punisce, dopo che l’arbitro ha graziato il pugilatore Coppola.
La squadra dà tutto quello che ha e disputa una buona partita contro un avversario che ha un organico di prim’ordine, con un paio di elementi molto forti (Camporese, D’Alessandro).
Il campionato non è finito. I ragazzi ce la metteranno tutta e il Partenio potrà essere l’arma in più. Io ci credo e sabato sarò al mio posto.
Onore all’intelligenza dei trecento di Cesena: solo applausi a fine partita per i Lupi. Chi non ha visto la partita eviti di sputare sentenze.