Memorabilia: Geronimo Barbadillo

Di Geronimo Barbadillo ricordo le gambe arcuate, i capelli afro, le serpentine sulla fascia destra e le interviste del dopo partita, tutte uguali: “Io creo che Avellino giugado bene e creo che deve continuare a giugare così para poder restare in serie A”.
Questo era Barbadillo, e questo è il suo autografo.

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Dum Romae luditur, Cittadella expugnatur

Il locale nel quale si riuniscono stasera i Lupi della Capitale pare meglio adatto alla visione del Superbowl: atmosfera stelle e strisce, magliette della Nba e gagliardetti della Nhl, arredi in legno, ti aspetti che da un momento all’altro faccia il suo ingresso una banda di motociclisti in versione Easy rider.
Sul grande schermo del Legend Pub va invece in onda Cittadella – Avellino, e tanto basta a diradare il sogno americano, soppiantato da quelli d’alta classifica frammisti agli incubi di un passato neppure lontano: di fronte a noi una bestia nera che solo l’Albinoleffe ce le ha suonate più spesso. Nel brutto logo del Cittadella, il peggiore di tutto il calcio professionistico, campeggiano una torre merlata e quattro palloni, tanti quanti quelli che ci ha rifilato Diego Armando Meggiorini nell’ultima nostra apparizione al Tombolato.
Meglio essere cauti, dunque, per la cabala e per gli infortuni che ci azzoppano metà squadra. Mancano Terracciano, Fabbro e Castaldo: alla vigilia, su un bel pareggio io ci farei la firma.
La nuova tana dei Lupi è gremita all’inverosimile, e la soglia psicologica delle cinquanta unità raggiunta e superata. “Simmo cchiù nui qua che i tifosi d’o Cittadella ‘o stadio”, come sempre vuoto. Arrivano hamburger e patatine, si fuma come ai tempi che furono. Arnaldo ha portato lo steccato, mentre la regia televisiva inquadra a più riprese lo striscione sugli spalti.
Mi sono perso i primi dieci minuti: abito a Roma da cinque lustri, ma ancora sbaglio strada sul più bello, e nell’occasione mi impappino in tangenziale.
Mi dicono di un’occasione per Galabinov (sarà vero?), io faccio in tempo ad annotare un bel salvataggio di Seculin su incornata di Coralli. Il Citta sfonda sul lato di De Vito. Brividi su una bella combinazione su punizione: i rimpalli e la fortuna ci consentono di tenere la porta inviolata.
Zappacosta da distanza siderale scalda i guantoni di Di Gennaro, poi un sinistro vincente del Bulgaro – stasera in gran forma – infiamma i cuori e le ugole dei tifosi al ventottesimo: uno a zero per noi e nel pub parte il “lu-pi lu-pi”. I granata sono sotto ed è sempre una bella sensazione.
Da una parte e dall’altra si randella che è un piacere, e ne fa le spese Rastelli, espulso.
Alla ripresa del gioco uno scellerato esterno destro di Schiavon solo davanti al portiere ci impedisce di mettere in ghiaccio il risultato.
Va via il segnale per alcuni minuti, e il turpiloquio trionfa.
Quando Sky ripristina il collegamento, a Cittadella diluvia. La seconda rete di Galabinov, in contropiede, è meravigliosa: quando la sassata, ancora di sinistro, si insacca, tutta la pioggia depositata sulla rete schizza via, con notevole effetto scenico. Una rete da vedere e rivedere fino allo sfinimento.
È passato da poco il quarto d’ora, c’è da stringere i denti, e però c’è Arini, mentre il terreno si fa pesante.
Due conclusioni dalla distanza, una per parte, non sorprendono gli estremi avversari, mentre la fiondata di Alborno esce di un soffio. Entra, invece, il colpo di testa di Coralli, a un minuto dal termine e poco dopo Di Roberto e poi Perez, in mischia, ci graziano. Sacrificio, è quello cui la mia squadra è votata, come canta Ghemon.
Finisce due a uno per noi, ed è giusto così: Cittadella è espugnata, mentre a Roma si festeggia.

La bicicletta di Ardiles in “Fuga per la vittoria”? A inventarla fu Vito Chimenti da Bari

Ne parlavo stamattina su un campo di calcetto. Tentando vanamente di eseguire quel colpo a effetto.

Mondocalcio Magazine

Il film è Fuga per la vittoria, famosa pellicola statunitense diretta dal regista John Huston, arricchita dalla partecipazione di calciatori dal calibro di Bobby Moore e Pelè. Questo nel video, con la maglia numero tre, è Osvaldo Ardiles, campione del mondo in Argentina 1978. Il gesto atletico è la bicicletta: dribbling secco nel quale in corsa la palla viene alzata, trattenuta tra i piedi a tenaglia e portata in avanti con il tacco, scavalcando così l’avversario con un pallonetto.

Al calciatore però non va l’esclusività del gesto. Vedendo il film, a Palermo ed Avellino, i tifosi – fine anni settanta e inizio anni ottanta – avranno di sicuro sgranato gli occhi, riso simpaticamente ed esclamato: “Uà alla Chimenti”.

Vito Chimenti, uomo del sud, nato a Bari il 9 dicembre 1957. Calciatore lontano dallo stereotipo moderno, folti baffi a coprire il labbro superiore, calvizie e una faccia da vigile…

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I Lupi, gli Uffizi e il matrimonio di Sarah

Dopo aver visto dai gradoni dello stadio sette partite, dopo averne guardate in tivvu’ le rimanenti due, quella di oggi contro il Carpi la seguirò di soppiatto e con mezzi di fortuna da Palazzo Vecchio o dagli Uffizi.
Mi consolo pensando a Peter Abbott, anch’egli supporter dei Lupi – quelli di Wolverhampton, però – che dopo aver assistito a oltre 1900 partite consecutive in 37 anni, giusto oggi dovrà saltarne una, causa matrimonio delle figlia Sarah.

Mondiale 2014, Prandelli “spegne” twitter a calciatori. È giusto farlo?

Come farei la domenica sera senza @alefabbrosmith o @faffolino?

Lega Pro Blog

C’erano una volta le carte, il biliardino, le passeggiate e due chiacchiere in salotto. Il passato che non conosceva ancora il 2.0. Oggi nei ritiri – che siano di club o nazionali – “comandano” console e social networks.Twitter su tutti.

E, giocoforza, cambia il rapporto tra calciatori e tifosi (molto più diretto) e quello tra gli stessi atleti e i vertici delle rispettive dirigenze. Che vengono di fatto scavalcati. La conferenza stampa diventa prevedibile, formale, troppe volte quasi “prestampata”. A volte capita che possa prendere spunto da un tweet. Altre, ed è il caso più ricorrente, ne è addirittura il seguito.

Il calciatore si confida nel suo mondo virtuale e si apre ai followers più di quanto non faccia con il giornalista davanti alla telecamera. Scelta sua, in un mondo libero e liberalizzato, ma proprio a tutti non va bene così. E via alle contromosse.

L’ultimo a…

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Siena, Monteriggioni e tutta la Val di Chiana

“Cioè, tutto è cominciato durante un aprile di circa due anni fa, no, quando feci un viaggio in questa splendida, no, regione che è la Toscana, no, perchè ero un sacco desideroso di conoscere città come Firenze, Siena, Pisa, Lucca, Monteriggioni e tutta la Val di Chiana (…) .”
Per noi, invece, la trasferta nella terra del Palio, del Monte dei Paschi, di Gianna e Alessandro Nannini, di Papa Piccolomini e Pia de’ Tolomei, del Chianti Gallo Nero e del pecorino di Pienza, dei pici e della cinta, del panforte, dei cavallucci e dei ricciarelli, inizia dall’obelisco dell’Eur.
Due gli equipaggi in partenza. A Siena ci attende un migliaio di sostenitori biancoverdi: solo di Marinelli siamo in sei, più una.
Come per Ruggero, il protagonista di “Un sacco bello” interpretato da Carlo Verdone, anche per noi l’avventura toscana finisce male, con la famosa “spada de foco” che i padroni di casa ci mostrano non una, ma tre volte.
Perdiamo tre a zero, insomma, e il risultato è bugiardo.
In avvio premiamo, ma non concretizziamo, e l’arbitro ci mette lo zampino. Solare il fallo da rigore su Castaldo, successivamente atterrato da Dellafiore, ultimo uomo. La giacca nera in un caso sorvola, nell’altro perdona, e ancora nel secondo tempo è Fabbro a recriminare.
Poi il Siena prende il sopravvento, e Terracciano è prodigioso per tre volte nella stessa azione.
La rete di Giacomazzi è un cadeaux di Massimo, le due di Rosina, nella ripresa, sono contropiedi che nascono da altrettante palle perse in mezzo al campo. Proprio in mediana soffriamo l’assenza di Arini, sulla corsia mancina De Vito mostra tutti i suoi limiti, in avanti Soncin è abulico. Meglio i subentrati Pape Dia, Herrera e Biancolino (oggi all’esordio). Complessivamente, la panchina è corta e gli infortuni si fanno sentire.
Fossimo stati meno spavaldi, magari avremmo pareggiato.  Ma forse è proprio l’attitudine a giocarsela su tutti i campi la nota lieta che viene dal terreno di gioco.
Dagli spalti, invece, la conferma di un sostegno numeroso, caldo, incessante e corretto.
Ora sotto col Carpi: le partite da vincere sono quelle.