Sbrogliare la matassa (Varese 1 – Avellino 1)

Sbrogliare la matassa di questo Varese – Avellino non è agevole, neppure il giorno dopo, dopo otto ore di sonno che compensano solo parzialmente la levataccia del sabato mattina e le quattordici ore di auto sulle diciotto di questa trasferta all’estrema Thule.
Inevitabile provarci a partire dalla coda: viste e riviste le immagini, quella che va in scena al minuto 94 è una evidente carica al portiere, che il direttore di gara avrebbe dovuto sanzionare. Non c’è solo Ely a ostacolare da tergo Terracciano, su cui contemporaneamente si abbatte una mischia in stile rugby alla quale partecipa anche il portiere biancorosso Bressan. Mentre quest’ultimo esulta sotto la sua curva, Pietro – cui per ulteriore beffa le statistiche attribuiranno un’autorete – esce dal campo in lacrime, e tra i nostri tifosi da tastiera c’è perfino chi riesce ad addebitargli presunti errori tecnici.
Per quanto mi riguarda, ogni diversa interpretazione è preclusa a chi sia intellettualmente onesto, dopo che lo stesso Bressan, da uomo di calcio e da portiere, riconosce che il goal andava annullato.
Essere raggiunti all’ultimo giro di lancette, ed essere raggiunti in questo modo; essere raggiunti dopo averne segnato uno già nel primo tempo e senza che la quaterna arbitrale abbia visto; essere raggiunti dopo aver avuto in almeno tre occasioni la palla del match point; essere raggiunti dopo settecento chilometri e con altrettanti ancora da fare: nella vita può accadere di meglio.
Ci sarebbe, insomma, di che non bloggare, per questo turno.
Voglio però che la Rete tenga traccia di questa giornata di un tifoso dell’Avellino e dei suoi compagni d’avventura, il viaggio in auto complessivamente più lungo che mi sia capitato di compiere in un giorno solo per motivi calcistici.
Con Arnaldo ci incontriamo alle sei alla Stazione Tiburtina; con lui il figlio, dieci anni, alla sua prima volta fuori casa. Tanto perché comprenda cosa vuol dire una trasferta, il padre deve aver scelto questa maratona: dopo Varese c’è la Svizzera, e alla Coppa Uefa non partecipiamo.
Giovanni fa le scuole elementari e ha una predilezione per la geografia: appena passiamo il confine regionale ci ragguaglia sull’orografia dell’Umbria, al 75 % collinare e al 25 % montuosa.
Le montagne vere ci attendono al varco a Barberino del Mugello, e a Roncobilaccio ci viene incontro il nevischio. Bomba o non bomba, arriveremo a Varese.
Alla guida c’è mio fratello, che nel frattempo abbiamo reclutato a Firenze. Ci si nutre di Pocket Coffee, si attinge al thermos, anch’esso pieno del prezioso liquido, ci si esercita a dominare la vescica e lo stomaco finché a Fiorenzuola non decidiamo di fermarci e di dare fuoco alle polveri dei rispettivi pranzi al sacco, come l’equipaggio rimpinguati durante la sosta nella capitale della Renzia.
A Masnago arriviamo con un’ora e mezza di anticipo. Ci sono già diversi equipaggi giunti dal Nord Italia e dalla Confederazione Elvetica. Accenti che si mescolano, padri con i figli nati oltreconfine ma con la sciarpa biancoverde al collo. Come dice Andrea, il tifo dell’Avellino, specie in trasferte simili, è bello soprattutto per questo.
Varcati i tornelli, entriamo nel Franco Ossola. Lo stadio-velodromo è messo male; dal settore ospiti si vede pochissimo, troppo lontana l’altra porta e la vista di quella più vicina ostruita da un’inferriata arrugginita sulla quale tocca arrampicarsi in qualche modo per collocare lo striscione dell’Avelllino Club Roma. Dal terreno di gioco, appena rizollato, si alza polvere come se si giocasse su uno sterrato.
Il Varese parte bene. Oduamadi imperversa sulla sinistra e mette in ambasce Bittante, D’Angelo e Fabbro, tutti ammoniti in rapida sequenza. Ne scaturiscono alcuni calci fermi, che la difesa sbroglia agevolmente.
Dopo i primo quindici o venti minuti prendiamo in mano il pallino del gioco.
Il pacchetto arretrato è guidato eficacemente dal rientrante Peccarisi e i lombardi non tirano mai in porta, neppure nell’occasione del pareggio. A centrocampo siamo tonici, con l’Asceota sugli scudi. A sinistra giostra un Millesi in versione Caceres. In avanti il Bulgaro si muove bene e ha in Ciano un valido compagno di reparto: i due dialogano forse meglio di quanto faccia la coppia titolare Galabinov & Castaldo.
Ho la sorte di filmare la punizione con cui Ciano ci porta in vantaggio; carico il video su Facebook: il pugno alzato è di mio fratello.
Poi il finale, su cui ho già detto la mia, mentre sull’arbitraggio non aggiungo altro.
Il viaggio di ritorno, che per definizione “è sempre più breve”, è invece tutt’altro che una passeggiata. Alla stanchezza che monta si aggiungono la rabbia e l’amarezza; ciò che non eravamo riusciti a vedere dal vivo, lo vediamo da Internet, e sfogarsi tra di noi, al telefono con gli amici a casa o su Facebook serve a poco.
Tocco terra all’una di notte, e un’altra ora, prima di addormentarmi, la passo a riguardare video, foto e commenti su uno schermo più grande.
A consuntivo sono due punti persi contro una squadra molto involuta rispetto a quanto mostrato al Partenio nel girone d’andata. La classifica ne risente, e da un potenziale terzo posto ci ritroviamo al sesto. Ecco perché, tabelle alla mano, non concordo con chi afferma che nell’economia di una stagione due punti in più o in meno non contino più di tanto.
Dopo l’autodafè casalingo con il Lanciano, resta in ogni caso una buona prestazione, che si inserisce nella scia delle prove di Trapani e di Terni, occasioni nelle quali avremmo strameritato di vincere; anche se in teoria il pareggio fuori casa non è mai da buttare. Ci mancano, dopo la sosta, i risultati al Partenio, che sabato prossimo attende il Pescara, giunto alla sesta sconfitta consecutiva: il Delfino giungerà in Irpinia con un nuovo tecnico al timone, dopo l’esonero di Pasquale Marino.
La caffeina in eccesso si è nel frattempo diluita, l’adrenalina e la rabbia pure, la matassa è stata dipanata: bloggare il giorno successivo, alla fine dei conti, serve anche a questo.

Il circo e il teatro

“La prima lezione di ogni giocatore e di ogni allenatore dovrebbe essere questa: <In questo gioco, se non c’è dramma non c’è niente>. Se perdere o vincere una partita non viene vissuto come un evento cruciale e con una trama e una storia, con una svolta o una catastrofe, che riguarda il passato, il presente e il futuro, la dignità e il decoro e naturalmente la faccia con cui uno si alza l’indomani, allora lasciamo perdere.

Il calcio è il circo dei nostri giorni, ma anche il teatro. Deve essere emozione, paura e tremito, desolazione o euforia.”

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.

Altre storie biancoverdi: i maltesi del Floriana a Gaucci jr.

Era da tempo che seguivo le vicende dei biancoverdi maltesi del Floriana FC, con l’intento di trarne, prima o poi, un post per questo blog.
Avrei potuto raccontare dei venticinque scudetti in bacheca in centoventi anni di storia; dei colori sociali scelti dopo una partita amichevole con i militari irlandesi di stanza nell’isola; del bello stemma con il leone rampante e del motto “Ex ludis virtus”; della mia vacanza a Malta nell’estate del 1993, con gli edifici barocchi di Floriana adornati a festa dopo la vittoria nel campionato; di come da quella volta gli Irish Bhoys non siano più riusciti a prendersi il titolo nazionale; di una stagione modesta, con i nostri attualmente impegnati nella poule retrocessione; del centrocampista Giacomo Favero, ex Rimini, o dei piedi buoni dell’italo-brasiliano Igor Coronado, capocannoniere della squadra.
Poca roba, in fondo.
Ecco, però, che giusto ieri l’altro, i soci del Floriana, dopo un ballottaggio nel quale si confrontano due cordate di investitori, una inglese e l’altra italiana, eleggono il nuovo presidente.
Se cliccate su questo link lo vedrete con la sciarpa biancoverde al collo, l’aspetto forse un po’ dimesso.
È una vecchia conoscenza: Riccardo Gaucci, figlio di Big Luciano, già al timone del Catania e numero due del Perugia.
Gaucci jr. debutterà da presidente nel prossimo match casalingo contro il Qormi FC, imbottito di italiani a me sconosciuti e allenato da Karel Zeman, altro “figlio di” (non è una parolaccia!).

La banda del Büchel (Avellino 1 – Lanciano 3)

È una bella batosta, quella di oggi.
Che contro il Lanciano fosse una partita tosta si sapeva, ma nessuno si aspettava questa Caporetto, dopo la prova confortante di Terni. Tre reti al passivo all’intervallo: sul Partenio aleggiano i fantasmi dell’Albinoleffe, Rastelli si traveste da Zeman.
Il nuovo Bonazzi si chiama Büchel. Il capellone austriaco, in prestito al Lanciano dalla Juve, imperversa sul nostro fronte destro e manda in bambola prima Decarli e poi Pisacane. Il numero 15 fa secco Terracciano con un sinistro dalla distanza e serve gli assist in occasione delle altre due marcature.
La terza rete la segna il solito Amenta, che in difesa le prende tutte, sia di testa che di piede, una diga contro la quale si infrangono i tentativi veilletari di un attacco spuntato.
La formazione iniziale sorprende tutti. Squalificato Arini, Zappacosta è assente per un infortunio last minute e si aggiunge in infermeria ai lungodegenti Izzo e Ladrière. Le novità si chiamano Togni, Abero e Pizza, quest’ultimo dirottato sulla destra, in un ruolo non suo. Nessuno dei tre si distingue, e – sotto di due reti – l’ex viareggino fa posto a Ciano. Il brasiliano, scongelato al primo sole dopo due mesi in freezer, sperpera l’ennesima occasione; appena un po’ meglio l’uruguaiano.
Terracciano non la prende e tutta la difesa gioca malissimo. Si inizia con De Carli a destra, poi Saulo passa centrale, ma cambiando l’ordine degli addendi il prodotto non cambia: un disastro. Pisacane è in ambasce, forse il meno peggio è Fabbro, che però non è ancora tornato ai suoi livelli.
In mezzo al campo i ritmi compassati di Romulo spengono le velleità di D’Angelo e di Schiavon: non si contrasta, non si corre e neppure si inventa qualcosa. Ci chiediamo perché non ci sia Angiulli, e anche il sinistro di Millesi ci manca moltissimo.
Bittante è in panchina, dopo averle giocate tutte o quasi, giusto quando potrebbe essere schierato a destra, salvo essere buttato nella mischia nel finale. Biancolino, che pure subentra nella ripresa, si dimostra ancora in gran spolvero e serve Castaldo per la rete della bandiera. Squalificato Gigione, il Pitone meriterebbe la maglia da titolare alla prossima.
Accorciamo le distanze quando mancano ancora venti minuti. La Virtus non ha fretta e l’arbitro se la cava con il minimo sindacale: ammonizione a Sepe e soli tre minuti di recupero. Da rivedere un atterramento in area di Castaldo: il direttore di gara fischia fallo in attacco.
A fine gara non so se fischiare o applaudire honoris causa, e nel dubbio resto zitto, ripiego lo striscione e me ne vado alla macchina, per riparare a casa e prepararmi per la sfilata di carnevale di domani.
Nel tragitto mi imbatto in una suora benedettina. Tiene nella mano un cappello e una sciarpa verdi. Mi avvicino e mi presento: ho fatto le elementari dalle monache. La madre si ricorda di me, ci salutiamo calorosamente e facciamo due chiacchiere, pure sulla partita. “I ragazzi hanno bisogno delle vostre preghiere”, dice mio padre. “Qui le preghiere non servono, serve che si allenino”, dice lei. Parole sante.

Altre storie biancoverdi: Grün-Weiss die farben, für die wir alles geben!

Grün-Weiss die farben, für die wir alles geben!. Il bianco e il verde i nostri colori, e per essi diamo tutto, stando almeno a quanto asserisce Google Translator.

E’ la scritta che campeggia sullo striscione, lungo quanto l’intera tribuna, che i supporters dello SK  Rapid (si pronuncia Rapìd, con l’accento sulla “i”) espongono per la coreografia, rumorosa e coloratissima, che fa da preludio all’ennesima edizione del derby viennese, disputatasi domenica scorsa al Gerhard Hannapi-Stadion: diciassettemila posti, tutti esauriti nell’occasione.

Bissando il successo dell’andata, i biancoverdi di casa si impongono per tre reti a una, in rimonta, nei confronti degli storici rivali, i viola del FK Austria. Una piccola grande soddisfazione, in un campionato nel quale il titolo è ormai sfumato.

Il Rapid vanta il maggior numero di scudetti d’Austria, ben trentadue (cui va aggiunto, durante l’Anschluss, il campionato tedesco 1940/41). A sua volta l’Austria è la squadra più titolata d’Oltrebrennero, considerando anche le coppe. Le due compagini viennesi, per inciso, sono le uniche due società a non essere mai retrocesse dalla massima divisione. Le loro maglie sono state indossate dai principali campioni che l’Austria ha sfornato negli anni Settanta e Ottanta: nelle fila del Rapid il baffuto bomber Hans Krankl, con l’Austria “Chiocciolino” Prohaska, il nostro Walter Schachner, qualche anno dopo Toni Polster. Più indietro, ai tempi del Wunderteam, l’alfiere dell’Austria è “Cartavelina” Sindelar, che all’annessione nazista non si piegò. Con qualche approssimazione, il Rapid, fondato come Wiener Arbeiter Fussballklub (Club calcistico dei lavoratori), è la squadra del popolo, l’Austria quella della borghesia.

Per tornare alle questioni del tifo, il Rapid è inoltre la squadra austriaca con il maggior numero di appassionati e con la media più elevata di spettatori. Quantità e qualità: famosi per il Rapidsviersterlunde, un applauso ritmato che immancabilmente va in scena nell’ultimo quarto d’ora della partita, i tifosi biancoverdi sanno dare vita a notevoli performance, come la coreografia realizzata nel derby casalingo di qualche anno fa, che vediamo nel video seguente.