Avellino 2 – Novara 1: buona la prima

Ci preoccupiamo di uscire di casa con un’ora di anticipo, e questa è già una notizia. L’altra è che quando arriviamo la nostra storica postazione in Tribuna Terminio, in asse con la linea di centrocampo, è bella che occupata. C’è gente, insomma, e altra ne arriva, fino a coprire l’attuale capienza del nuovo Partenio: la serata è di gala, e il previsto sold out si tramuta in un bel colpo d’occhio. Sui gradoni appena ridipinti siedono intere famiglie. Davanti a noi una coppia di Bologna, con i due figli di verde vestiti: ci diamo appuntamento per le trasferte emiliano-romagnole. Alcuni amicI di vecchia data e i tribunisti dell’Avellino Club Roma. La Curva Sud è in gran spolvero.

Questa la cornice, ma il quadro non è da meno. La squadra è ben messa in campo e gioca bene. La difesa è una diga olandese; Togni ha i classici piedi educati, e se perde qualche palla di troppo ci pensa Arini a recuperarla; Schiavon cresce alla distanza, rivelando buone doti di incursore; Zappacosta e un disinvolto Bittante difendono e attaccano sulle fasce; Galabinov lavora di fisico, Castaldo di tecnica e astuzia.

Il rigore che sblocca il match è solare: Castaldo si inventa un pallone giocabile una palla vagante e il portiere ospite lo stende. Chissà perché, l’arbitro si dimentica di sventolargli in faccia il cartellino rosso. La finta di Gigi lascia di sasso Kosicky e manda in paradiso i diecimila del Partenio.

Il raddoppio di Zappacosta vale il gol di Carlos Alberto nella finale dei mondiali di Messico ’70. L’azione è corale, l’assist di Galabinov, il diagonale del numero 2 una perfetta sintesi di potenza e precisione.

La rete dei piemontesi, autori di una reazione tradiva, nasce invece da un’uscita sfortunata di Seculin, che si lamenta per un fallo che dagli spalti non sembra esserci: dopo aver sfiorato il 3 a 0 (palo di Schiavon), i Lupi devono difendere il risultato e la palla, all’occorrenza, è spedita in tribuna ed oltre di essa.

Finisce con i biancoverdi in trionfo sotto la Sud e poi la Terminio e il Professore Marinelli a sventolare il bandierone a scacchi, che da maggio adorna il balcone della mia casa paterna.

Sabato si va a Latina: anche quest’anno, ai pontini ricorderemo chi è la capolista.

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“Auguri Pellgrino”

Che tifare per una piccola squadra di provincia avesse i suoi vantaggi, questo l’ho sempre saputo.
Ora di certezze ne ho un’altra: quel riccioluto californiano in felpa di Zuckerberg è un benemerito dell’umanità.
Tutto merito suo se, nel giorno del mio compleanno, sulla mia bacheca si materializzano gli auguri di uno dei miti della mia infanzia di tifoso.
Lui è Jorge Juary, e quelle due parole, compreso l’errore di digitazione, mi emozionano più e meglio di quella doppietta rifilata dal brasiliano al Napoli, quando eravamo in Serie A.

Guardare, vivere, soffrire, comunicare

Perché amare lo sport?
Bisogna innanzitutto ricordare che tutto ciò che accade al giocatore accade anche allo spettatore.
Ma, mentre in teatro lo spettatore è solo un osservatore, nello sport è un attore.

In questo caso guardare non è soltanto vivere, soffrire, sperare, comprendere, ma anche e soprattutto esprimere i propri sentimenti con la voce, il gesto,  il volto, significa prendere a testimone il mondo intero, in una parola,  comunicare.
Roland Barthes, Lo sport e gli uomini, Einaudi, 2007