La macchina del tempo

Il venerdì di Avellino – Cagliari è lungo e troppo poco azzurro, fitto com’è di impegni, che mi allontanano dai tornelli per inchiodarmi al maxischermo. Mentre cerco di non soccombere, mi arriva la telefonata di Massimo, che non è Rastelli, ma un mio compagno di università, anno accademico 1989/90 e seguenti.

Alcune cose, nel frattempo, non sono cambiate. A quarantaquattro come a diciotto anni, io sono dell’Avellino, Massimo del Cagliari. Anche se allo stadio non va più da tempo, di trasferte ne ha fatte, eccome. Di stirpe e di tifo è sardo, e la bandiera con i quattro mori sventola fiera alla Balduina. L’amore gli ha fatto conoscere l’Irpinia, meglio di quanto non gliel’avessi raccontata io mentre gli parlavo di Barbadillo e Dirceu, Baldieri e Sorbello, nei lunghi pomeriggi in sala studio. Ci incontriamo qualche volta, durante le feste comandate, in riva al Sabato. a pochi passi da Abellinum. Segretamente coltivo l’idea di conquistare suo figlio alla fede biancoverde.

Lo invito al Club, lui tentenna, ma infine viene, allegro come sempre. Il Cagliari ha appena pareggiato la rete iniziale dei Lupi. Ci raggiunge poco dopo anche Ruggero, pure lui luissino, ma interista e barlettano. La macchina del tempo esiste e funziona benissimo.

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Guardiamo la partita e parliamo di ciò che è stato e ciò che è. Gioco a calcio, vado allo stadio, ogni tanto un po’ di Subbuteo: non sono poi cambiato molto, e chissà se è un bene o un male. Chissà pure dov’è finita quella foto che ci ritrae, ventenni, al centro del campo, capitani di un’epica sfida tra Roma e Resto del Mondo. Avevano a disposizione una sola fascia da capitano, la indossammo insieme e contemporaneamente. Con lo stesso spirito con cui abbiamo guardato, uno affianco all’altro, questo Avellino – Cagliari.

Via Piave, 90

Sul più bello, ecco Natale, Capodanno e la sosta di campionato. Stavolta dopo le cinque vittorie consecutive e la sbornia di Cesena.

Succede da qualche anno che il campionato si fermi per qualche settimana dopo il turno prenatalizio. E le strategie per gestire la dipendenza da pallone sono ormai rodate. La principale: il pellegrinaggio in edicola, nei giorni in cui sono ad Avellino. Il menu è ricco: l’album e le figurine Panini, l’almanacco illustrato, sempre della casa modenese, il calendario ufficiale ora dell’Aesse e ora dell’Uesse, quello della Curva Sud da comprare al Bar Broadway. Ma, se la sorte è benevola, ci scappano anche la sfida a Subbuteo o la partitina postcenone.

Stavolta raggiungo il chiosco di San Ciro con un intento preciso: mettere le mani sul libro di Felice D’Aliasi, I ragazzi del ’72, che ripropone l’epopea di quel campionato di serie C stravinto dai Lupi. Una cronaca serrata, che mi consente di (ri)vivere le emozioni della stagione in cui tutto e cominciato.

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Non avevo ancora compiuto due anni mentre l’Avellino stendeva di rigore il Lecce e approdava per la prima volta nella sua storia in cadetteria, al netto della promozione revocata del 1948/49. Prendeva avvio per la nostra squadra una lunga parabola ascendente, culminata nel decennio in massima serie, e scattava per me la scintilla del tifo, poi divampata in incendio.

Abitavamo a via Piave, civico 90. La sala e il corridoio erano invasi da palloni di ogni tipo, con i quali mi esercitavo a calciare indoor e outdoor, nell’ampio terrazzo all’ultimo piano dell’edificio, da cui spesso la sfera precipitava nel cortile. Nello stesso palazzo abitava l’allenatore dei Lupi, mister Toni Giammarinaro. Al piano terra, qualche anno dopo, avrebbe avuto sede lo storico club di Marcantonio Napolitano. Da via Piave a Contrada Zoccolari, dove sorge il futuro stadio Partenio, ci vuole un attimo. Il testa a testa con il ‘Leccione’ accendeva le mie fantasie e mi faceva sentire parte di una storia collettiva che accendeva di entusiasmo un’intera città. Non sapevo leggere, ovviamente, ma già riconoscevo i calciatori dalle figurine. Era sufficiente mostrami gli scarpini, dicono, e io ne indovinavo il nome. Oriali era quello con la scarpa scoperchiata.

Al campo sportivo ci sarei andato per la prima volta solo qualche anno dopo. Mi ci portò mio nonno. Giocavamo contro l’Alessandria, o forse era il Novara. I cancelli della curva nord furono aperti all’intervallo, e così entrammo senza pagare, in tempo per assistere a un secondo tempo d’attacco, nel quale l’Avellino fece sua la partita.

Miniussi, Codraro, Piaser. La formazione l’ho imparata a memoria qualche anno dopo. Con il tempo, però, un po’ l’avevo dimenticata. Palazzese dove giocava? E Zoff, era un mediano o un interno di centrocampo? Dopo aver letto e riletto il libro di D’Aliasi, quella formazione non la scorderò più. Perfino le partite mi sembra di averle vissute. La rete del baffuto Codraro in acrobazia contro la Juve Stabia, rievocata da Angelo Picariello,  ha ora le fattezze del goal di un altro difensore, Gill Voria, contro la Sambenedettese, l’anno che Vullo ci riportò in serie B.

Memorabilia: Jorge Juary

Avanzava tra gli scaffali del supermercato GS sorreggendosi sulle stampelle, dopo il grave infortunio procuratosi al termine del girone d’andata, che lo aveva messo fuori dai giochi fino al termine del campionato 1980/81. Quello del meno cinque e del terremoto.

A dieci anni, io ero timido all’eccesso. Ma l’occasione era troppo ghiotta: l’autografo di Juary.

Vergato sul retro di un cartoncino di auguri (un battesimo?) frettolosamente estratto dalla borsa di mia madre: eccolo, l’autografo del campione, su cui poi incollai una foto in bianco e nero ritagliata da qualche giornalino.

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E tutto torna (aspettando Como – Avellino)

Tornare a bloggare per tentare di districare l’intrico di sentimenti.
In treno, direzione Como, nello zaino la sciarpa e lo steccato senza stecche dell’Avellino Club Roma. Lasciata Milano, dai finestrini la Brianza, con i boschi, le case basse e le fabbriche.
A Como ci ho abitato tre anni e questa trasferta è un pellegrinaggio sui luoghi che mi hanno visto poco più che trentenne tentare un difficile equilibrio tra responsabilità e voglia di altrove.
Abitavo a via Diaz, e per me Diaz era Ramon. Prima di andarci a vivere, Como era un passaggio fugace nel tragitto verso la Svizzera nelle concitate settimane dopo il Sisma. Era Corneliusson e Notaristefano, Giunta e Matteoli. Era il goal annullato a Benedetti che l’aveva messa di testa sotto il diluvio in una partita da dentro o fuori: una trasferta che non ho fatto, ma che ho vissuto nei racconti di chi c’era (Enrico, che fine hai fatto?) e nelle immagini di Telenostra. Tifosi irpini in bicicletta sul lungolario e in pedalò sul Lario.
Nel 2004, invece, la trasferta più breve della storia. Il Sinigaglia sta lì, a metri cinquecento da casa mia. Una partita triste, pochi spettatori per la sfida tra ultimi e penultimi. La banda Zeman passa per 3 a 0, ma non gioiamo, condannati come siamo alla retrocessione. Segna Alessio D’Andrea in compartecipazione con Tonino Sorrentino. Un ragazzo dall’accento brianzolo inveisce contro i comaschi: è figlio di emigranti e non se lo scorda.
È un senso di estraneità da cui non sono stato immune. Oggi torno in riva al Lario per fare i conti, separare i ricordi belli e brutti, archiviare questi ultimi. Una bella vittoria e l’ospitalità di Mary e delle ragazze mi rimettetanno in sesto. Più tardi mi raggiunge Elena, e tutto torna.

Bruno Neri, il calciatore partigiano

In ricordo di Bruno Neri, calciatore e partigiano, caduto per la libertà.

La poesia e lo spirito

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Mimmo Mastrangelo

Bruno Neri, che qualche anno dopo dovrà fare la scelta della montagna ed abbracciare la lotta partigiana, non poteva alzare il braccio in ossequio al regime fascista e in uno stadio che veniva dedicato allo squadrista Giovanni Berta. L’evento (e il rituale) proprio non stava nelle corde del mediano già terzino della Fiorentina. Era il 10 settembre del 1931, a Firenze si inaugurava l’avveniristico stadio progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi. In campo per una amichevole la squadra viola e il Montevarchi.
Come si può vedere in una foto Neri è l’unico tra i giocatori allineati sul campo prima del fischio d’inizio a non fare il saluto romano dei fascisti.

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Fine delle trasmissioni

Vorrei sbagliarmi, ma credo che la somma dei fatti accaduti ieri fuori dal campo e di quelli accaduti oggi sul terreno di gioco e nel postpartita segni un punto di non ritorno.

Per il calcio, per molti appassionati e per il fantastico ciclo vincente che in tre anni ha consegnato all’Avellino una promozione diretta in B, una Supercoppa di Lega Pro e due campionati trascorsi sempre nella parte sinistra della classifica e quasi sempre tra le prime 8 del torneo.

Mentre in A il Parma gioca per onore di firma, sommerso dai debiti, in cadetteria Brescia e Varese stanno raschiando il fondo per terminare il campionato. A Vicenza, intanto, gli eredi della Lanerossi mascherano con i risultati sportivi un’altra grave crisi finanziaria. Senza denari non si canta messa, tranne che nell’agonizzante calcio italiano, incapace di darsi regole o almeno di farle rispettare, e quindi alla mercé di decisioni prese altrove, nelle segrete stanze o nelle Prefetture e Questure della Repubblica.

Il Varese, insomma, e con essa le società sopra citate, al campionato non avrebbero dovuto partecipare. Ovvio che quando si è in quelle condizioni non si sia in grado di assicurare il regolare svolgimento di una gara. Ovvio che le istituzioni sportive, incapaci di fare il proprio mestiere, siano surrogate da quelle dell’ordinamento generale. Si tratti di Calciopoli di decidere il rinvio di una partita, i meccanismi dell’ordinamento sportivo non funzionano ormai da troppo tempo.

Sulla decisione del Presidente Taccone di non fare ricorso per chiedere la vittoria a tavolino ho qualche perplessità. Una scelta di stile, d’accordo, in qualche misura forzata dai cinguettii del Presidente della Lega di Serie B Abodi, ma che non ha tenuto conto della realtà: gli atti vandalici e il clima di contestazione hanno obbligato il derelitto Varese a una prova d’orgoglio, come ha ammesso nel dopogara Bettinelli, tecnico dei padroni di casa. Insomma, la partita è stata falsata da circostanze esterne, di cui, colpevole o meno, la società del Varese avrebbe dovuto rispondere a titolo di responsabilità oggettiva.

Per i supporter che hanno raggiunto il Franco Ossola è stata forse la trasferta più lunga, sicuro la più tormentata della storia: ai milleottocento chilometri che separano l’Irpinia dal confine elvetico si sono aggiunti l’inaspettato rinvio del match, l’incertezza sul quando e il come del recupero, la necessità di procurarsi un tetto per la notte. Roba da scoraggiare anche i più ostinati. E in effetti, temo, qualcuno dei trecento di Varese getterà la spugna, almeno per un po’. Se sarà così, non gli si potrà dare torto.

Quale ricompensa per questi fedelissimi? Uno schiaffo in faccia.

Una gara da vincere senza esitazioni, che si mette bene anche oltre i nostri meriti, e che però non riusciamo a fare nostra. Per pareggiare, al Varese basta un po’ di corsa e il coraggio di chi non ha niente da perdere, poiché ha già perso tutto. La difesa è narcolettica, il tap-in dall’area piccola facile facile. Uno a uno e palla al centro. Ci sarebbe tempo per raddrizzarla, e invece l’Avellino scompare dal campo, in bambola sia tecnicamente che agonisticamente. I fischi allo scadere sono meritati, come quelli di Padova lo scorso anno. E non c’entra il nigeriano Osuji, l’anno scorso con i biancoscudati o ora col Varese: non è lui che ci ha fatto la macumba.

Preoccupano, e molto, le dichiarazioni a fine gara di Rastelli. La squadra – dice – non ha fatto nulla di ciò che avevamo preparato in settimana. L’allenatore, insomma, consegna ai microfoni la certificazione di una frattura tra guida tecnica e calciatori cui spetta alla Società rimediare, per dare un senso a questo scampolo di stagione.

Sia che si raggiungano i play-off, sia che anche quest’anno il traguardo sfumi negli ultimi metri, la sensazione è quella della fine di una storia, fatta di molte esaltanti vittorie e di qualche delusione tanto più cocente quanto più inattesa.

Inattesa come l’amarezza che mi lascia questo brutto fine settimana iniziato con le porte divelte e finito con un pareggio che sa di sconfitta e molte nubi, nere e minacciose, all’orizzonte.

E se incontri Juary?

La settimana scorsa, in giro per le Marche in auto, per qualche giorno di vacanza.

In un bar di Acqualagna, non lontano da Urbino, chiedo notizie dell’enfant du pays, Mario Paradisi, trent’anni fa estremo difensore dei Lupi.

L’oste lo conosce, ha anzi il numero di telefono, e mi promette che proverà a chiamarlo. L’appuntamento è per la sera stessa: danno Vicenza – Avellino, il locale è attrezzato con Mediaset Premium e io vedrò la partita lì.

Di ritorno dal mare spingo sull’acceleratore per non arrivare tardi. Ancora non so se incontrerò il nostro portiere di un tempo, e però mo rammarico di non avere con me una sciarpa, una maglietta, qualcosa di verde da indossare e magari regalargli.

“Ma davvero non hai portato niente?”, mi fa Elena. “Devi sempre avere qualcosa dell’Avellino con te, in macchina, per ogni evenienza: e se incontri Juary?”

Paradisi non c’è e gli astanti mi guardano con curiosità. Poi scambiamo due chiacchiere. Uno di loro è amico di Federico Orlandi, altro portiere nato da quelle parti, il terzo di Fumagalli e Di Masi nel 2013. Mi racconta che era a Gubbio la sera che vincemmo per tre a due. Mi parla del goal di Castaldo, io della punizione di Zullo. Vado via contento, nonostante la sconfitta a Vicenza.