E tutto torna (aspettando Como – Avellino)

Tornare a bloggare per tentare di districare l’intrico di sentimenti.
In treno, direzione Como, nello zaino la sciarpa e lo steccato senza stecche dell’Avellino Club Roma. Lasciata Milano, dai finestrini la Brianza, con i boschi, le case basse e le fabbriche.
A Como ci ho abitato tre anni e questa trasferta è un pellegrinaggio sui luoghi che mi hanno visto poco più che trentenne tentare un difficile equilibrio tra responsabilità e voglia di altrove.
Abitavo a via Diaz, e per me Diaz era Ramon. Prima di andarci a vivere, Como era un passaggio fugace nel tragitto verso la Svizzera nelle concitate settimane dopo il Sisma. Era Corneliusson e Notaristefano, Giunta e Matteoli. Era il goal annullato a Benedetti che l’aveva messa di testa sotto il diluvio in una partita da dentro o fuori: una trasferta che non ho fatto, ma che ho vissuto nei racconti di chi c’era (Enrico, che fine hai fatto?) e nelle immagini di Telenostra. Tifosi irpini in bicicletta sul lungolario e in pedalò sul Lario.
Nel 2004, invece, la trasferta più breve della storia. Il Sinigaglia sta lì, a metri cinquecento da casa mia. Una partita triste, pochi spettatori per la sfida tra ultimi e penultimi. La banda Zeman passa per 3 a 0, ma non gioiamo, condannati come siamo alla retrocessione. Segna Alessio D’Andrea in compartecipazione con Tonino Sorrentino. Un ragazzo dall’accento brianzolo inveisce contro i comaschi: è figlio di emigranti e non se lo scorda.
È un senso di estraneità da cui non sono stato immune. Oggi torno in riva al Lario per fare i conti, separare i ricordi belli e brutti, archiviare questi ultimi. Una bella vittoria e l’ospitalità di Mary e delle ragazze mi rimettetanno in sesto. Più tardi mi raggiunge Elena, e tutto torna.

Col cuore si vince (Avellino 2 – Livorno 1)

Col cuore si vince.
E il cuore dell’Avellino batte forte, al ritmo scandito da uno stadio colmo di entusiasmo, che non smette di incitare la squadra e i singoli nonostante le avversità.
L’autorete di Bittante avrebbe tagliato le gambe a qualunque squadra. Non alla nostra, che riparte a testa bassa a riannodare i fili di un avvio di gara promettente. Il pubblico neppure mugugna, e anzi incoraggia il buon Luca, che tiene botta e cresce alla distanza, meritando infine la sufficienza.
Il Livorno si limita all’ordinaria amministrazione e non punge. I nostri accumulano calci d’angolo e Pozzebon non sfrutta un assist di Castaldo. Dalla distanza ci provano prima Zito e poi Schiavon.
Nella ripresa è netta la sensazione che il meritato pareggio sia imminente. Quando Rastelli si gioca la carta Comi, la partita cambia verso. Gianmario serve di testa a Castaldo un pallone che Gigione trasforma in rete, in un remake di Avellino – Pro Vercelli.
Pochi minuti dopo, Mazzoni è prodigioso su un destro dalla distanza di Schiavon e ancor più sul colpo di testa in ribattuta di Castaldo.
Il match è bellissimo. Entra Galabinov e ci spaventa. Con la mano di richiamo, Alfredone toglie dalla porta un pallone insidioso.
Fino al novantesimo: allo scadere Castaldo ricambia il favore e con un velo mette Comi in condizione di girare in rete una punizione di Zito.
È il giusto premio per la squadra, il suo allenatore, il pubblico.
La classifica dice che i Lupi sono al secondo posto. I festeggiamenti a fine gara – con mio padre impegnato a partecipare alla sciarpata – dicono che il Partenio ci crede.
Oltre ai due cannonieri, sugli scudi Gomis, Ely e Pisacane. Positiva anche l’impressione suscitata dal subentrato Angeli.
L’Avellino è forte, più forte della malasorte. Non lo fermano gli infortuni (Fabbro, Regoli, Visconti, D’Angelo, Filkor, Frattali). Non lo fermano gli autogoal.
Non lo ferma più niente e nessuno, questo Avellino dal cuore grande.

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La mia fede

IRPINIA ED AVELLINESI...NON SOLO CALCIO

Questa mattina voglio parlare della nascita della mia passione per il gioco del calcio e della fede nella mia squadra.

Ho quarantadue anni e da piccolo ho avuto la fortuna di partecipare come spettatore   alla parte finale dello spettacolo e del mito biancoverde in serie A.

L’amore scoppiò un lontano pomeriggio nuvoloso di tanti anni fa.

Mio zio mi passò a prendere subito dopo pranzo per portarmi allo stadio Partenio, io per l’entusiasmo non avevo dormito tutta la notte e la mattina alle sette ero già pronto con la sciarpetta al collo, che mio padre aveva acquistato giorni prima da una bancarella.

All’epoca abitavamo in Via degli Imbimbo, vicino la vecchia Sip.

Incamminandoci verso il parcheggio dello Stadio, mi ricordo come se fosse ieri i profumi di carne arrostita e le urla dei bagarini, il mio cuore batteva sempre più forte.

Non conoscevo i nomi dei  calciatori della mia…

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Ogni cosa è biancoverde (di ritorno da Torino)

La sortita allo Juventus Stadium dura due giorni.
Il ritorno è un lungo viaggio in auto, al collo la sciarpa dell’Avellino pure durante la sosta per il pranzo: si commenta l’aspetto tecnico, certo, ma soprattutto lo spettacolo sugli spalti.
La soddisfazione è enorme, di fronte al coro di elogi per i Lupi al seguito, numerosi e corretti come di rado accade: dai tifosi bianconeri, dai telecronisti, dai radiocronisti, dai giornali, dalle testate online, su Twitter e Facebook.
Magnifico, tra tutti, il pezzo di Marco Ansaldo su La stampa.

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Tra una galleria e un’altra, i video su YouTube sono cliccatissimi: il titolo di “Maestri della sciarpata” è meritato e ci riempie di orgoglio.
Da casa Elena mi fa la rassegna stampa e ne tira fuori un pezzo commovente per il suo nuovo giornale.
Insomma, ieri, e non solo nelle dieci e passa ore di viaggio, ogni cosa è biancoverde.
Tanto che, percorrendo a piedi le ultime centinaia di metri dal ritorno a casa, mi imbatto in un adesivo del Nucleo Roma Ultras Avellino, appiccicato al palo di un segnale stradale.
Forse c’è sempre stato, forse qualcuno lo ha attaccato dopo la partita del giorno prima: fatto sta che non lo avevo mai visto prima, pur avendo fatto tante volte quella strada.
Forse so chi lo ha messo lì: a lui, se è lui, e se mai mi leggesse, dico che è tempo di tornare nel branco.

Avellino 2 – Novara 1: buona la prima

Ci preoccupiamo di uscire di casa con un’ora di anticipo, e questa è già una notizia. L’altra è che quando arriviamo la nostra storica postazione in Tribuna Terminio, in asse con la linea di centrocampo, è bella che occupata. C’è gente, insomma, e altra ne arriva, fino a coprire l’attuale capienza del nuovo Partenio: la serata è di gala, e il previsto sold out si tramuta in un bel colpo d’occhio. Sui gradoni appena ridipinti siedono intere famiglie. Davanti a noi una coppia di Bologna, con i due figli di verde vestiti: ci diamo appuntamento per le trasferte emiliano-romagnole. Alcuni amicI di vecchia data e i tribunisti dell’Avellino Club Roma. La Curva Sud è in gran spolvero.

Questa la cornice, ma il quadro non è da meno. La squadra è ben messa in campo e gioca bene. La difesa è una diga olandese; Togni ha i classici piedi educati, e se perde qualche palla di troppo ci pensa Arini a recuperarla; Schiavon cresce alla distanza, rivelando buone doti di incursore; Zappacosta e un disinvolto Bittante difendono e attaccano sulle fasce; Galabinov lavora di fisico, Castaldo di tecnica e astuzia.

Il rigore che sblocca il match è solare: Castaldo si inventa un pallone giocabile una palla vagante e il portiere ospite lo stende. Chissà perché, l’arbitro si dimentica di sventolargli in faccia il cartellino rosso. La finta di Gigi lascia di sasso Kosicky e manda in paradiso i diecimila del Partenio.

Il raddoppio di Zappacosta vale il gol di Carlos Alberto nella finale dei mondiali di Messico ’70. L’azione è corale, l’assist di Galabinov, il diagonale del numero 2 una perfetta sintesi di potenza e precisione.

La rete dei piemontesi, autori di una reazione tradiva, nasce invece da un’uscita sfortunata di Seculin, che si lamenta per un fallo che dagli spalti non sembra esserci: dopo aver sfiorato il 3 a 0 (palo di Schiavon), i Lupi devono difendere il risultato e la palla, all’occorrenza, è spedita in tribuna ed oltre di essa.

Finisce con i biancoverdi in trionfo sotto la Sud e poi la Terminio e il Professore Marinelli a sventolare il bandierone a scacchi, che da maggio adorna il balcone della mia casa paterna.

Sabato si va a Latina: anche quest’anno, ai pontini ricorderemo chi è la capolista.

D come De Napoli

Ferdinando De Napoli, classe ’64, irpino di Chiusano San Domenico e prodotto del vivaio biancoverde, è l’unico calciatore dell’Avellino che abbia indossato la maglia della Nazionale maggiore, completando un cursus honorum iniziato nella Under 21 di Azeglio Vicini, fucina di talenti del calibro di Zenga, Donadoni, Giannini, Vialli e Mancini.

Dopo essersi fatto le ossa a Rimini, in C1, Nando torna all’ombra del Partenio e a 19 anni debutta in serie A, maglia numero 11 sulle spalle, in una sfortunata trasferta allo Stadio Olimpico.

E’ l’11 dicembre 1983, dodicesima di campionato, e l’Avellino affronta i campioni d’Italia in condizioni di emergenza: mancano Di Somma, Vullo, Barbadillo e Limido, e Ottavio Bianchi lancia nella mischia i giovanissimi Lucci, Biagini e De Napoli, cui nella ripresa si aggiunge Maiellaro. In porta c’è Zaninelli, con Cervone silurato durante il mercato di riparazione e Paradisi scalpitante in panchina.

Segna due volte il solito Falcao, bestia nera degli Irpini, e al 58esimo la partita sembra finita. I nostri non si danno per vinti. Prima Diaz è steso in area, ma Lo Bello fa lo gnorri. Quindi all’80esimo la rete di Walter Biagini, di mestiere libero, e 8 minuti dopo il pari di Ramon, bestia nera dei giallorossi, con un sinistro secco dal limite dell’area. In zona Cesarini ci pensa Maldera a ristabilire il vantaggio interno, con la difesa che dorme e Colomba che si fa espellere per proteste.

Di lì in poi, Nando le gioca tutte, ora con la maglia numero 11, ora con il 3, in qualche occasione con il numero 6, a sostituire il libero titolare e quello di riserva, entrambi indisponibili.

Alla 17esima il primo goal in A, in biancoverde e al Partenio, una capocciata sotto la Curva Nord, nella vittoria per 2 a 1 sull’Ascoli, la partita della sigaretta che, negli spogliatoi, qualcuno avrebbe spento sul volto di Mazzone, tecnico dei marchigiani, una delle tante battaglie, dentro e fuori dal campo, tra le due “provinciali terribili” degli anni Ottanta.

L’anno successivo De Napoli si prende la maglia numero 4 e il soprannome di “Rambo”, stessa grinta e stesso taglio di capelli: un mediano d’altri tempi, infaticabile nel fango del Partenio, di quelli che marcano a uomo il numero 10 avversario – gente che a quell’epoca si chiama Maradona, Platini, Falcao o Zico – ma che quando riconquista la palla sa sempre cosa farne.

Alle doti calcistiche si aggiungono quelle caratteriali: una semplicità e una modestia che rispecchiano il genius loci dell’ambiente nel quale è cresciuto. Il pubblico del Partenio – fortunatamente ancora scevro dalla <mentalità ultras> – acclama il campione fatto in casa: “Lode a te, Rambo De Napoli”.

Al termine del campionato 1985/86, in tasca un contratto già firmato col Napoli di Ferlaino, dove ritroverà il suo mentore Ottavio Bianchi, Bearzot lo convoca per il Mundial messicano dell’86, che gioca da titolare: “Sono andato al raduno con la maglietta della mia città, l’Avellino, ricorda ancora Nando.

Dopo l’avventura messicana, De Napoli torna al Partenio da avversario, e io, insieme a tutti gli spettatori di casa, lo sommergo di fischi per il “tradimento”: in quegli anni il derby è uno, Napoli – Avellino, e la scelta dell’azzurro partenopeo non l’abbiamo digerita. Io sono in Curva Nord, con una mazza di tamburo che qualche capo ultrà degli Executors mi ha messo in mano. Di suonare non smetto, ma il settore trabocca di tifosi del Napoli, alcuni dei quali appena un paio di file dietro di me, e la sensazione non è delle più confortevoli. Non ci sono biglietti nominativi, non ci sono tornelli, non c’è la tessera del tifoso, non ci sono steward, e il settore ospiti è solo una convenzione.

Dopo i trionfi dell’era Maradona e i Mondiali di Italia ’90, giocati ancora da titolare con Vicini in panca, va al Milan di Berlusconi e Sacchi, acquisti faraonici e panchina lunghissima, nella quale rimane il più delle volte seduto: in rossonero Nando aggiunge trofei al palmarès e zeri al conto in banca, ma termina la parabola ascendente di una carriera contrassegnata da ben 54 presenze in Azzurro e che, per l’Almanacco, finisce a Reggio Emilia, dove gioca ancora tre campionati.

A Reggio il mediano di Chiusano resta a vivere una volta appese le scarpe al chiodo, diventando team manager della squadra granata.

Un vero peccato che il migliore prodotto calcistico della nostra terra – finora – non abbia avuto modo di tornare alla base; il legame con l’Avellino è ancora saldissimo: basta dare uno sguardo al sito ufficiale.

Come dire: se lo incontrassi oggi, mi rimangerei quei fischi di venticinque e più anni fa e lo sommergerei di applausi.

G come Genova

La storica promozione in serie A, al quinto anno di cadetteria, arriva a Marassi contro la Sampdoria esattamente 35 anni fa, l’11 giugno 1978, davanti a migliaia di tifosi irpini giunti nel capoluogo ligure con ogni mezzo e da ogni parte d’Italia e d’Europa.
Segna Mario Piga con un destro da fuori area, l’Avellino di Carosi è terzo e vola nella massima serie insieme all’Ascoli e al Catanzaro di bomber Palanca.
Non ho ancora compiuto sette anni, ma sono già in serie A, e la notizia l’apprendo dalla radio di mio nonno. Festeggio inconsapevole, ma per fortuna ho ancora dieci anni davanti per calcare i gradoni del Partenio e godermi la serie A, nove salvezze e la retrocessione a San Siro per un solo punto mancante.
Oggi Mario Piga è un mio contatto di Facebook, e la serie A un patrimonio inestimabile di emozioni e ricordi e un traguardo che magari un giorno taglieremo nuovamente.