Capitombolo al Tombolato (Cittadella 3 – Avellino 1)

Se l’arcivescovo di Costantinopoli si fosse disarcivescostantinopolizzato, avrebbe l’Avellino capitolato al Tombolato?
Il fatto è che l’arcivescovo di disarcivescostantinopolizzarsi non ne ha voluto sapere, e al Tombolato di Cittadella l’Avellino le ha prese, e di brutto.
Il giorno dopo siamo qui a spargere balsamo sulle ferite, e così speriamo faccia lo staff tecnico, chiamato a meditare sull’adeguatezza di schemi e uomini all’attuale momento di forma fisica e mentale non brillantissima.
Dico la mia: meglio coprirsi con un classico 4-4-2, che all’occorrenza può diventare un 4-3-1-2, con Kone o Soumare nel ruolo di guastatori. Rimandato senza appello Bittante, scomparso Regoli, a destra non si crossa e non si contiene, e allora meglio un Pisacane-Ely-Chiosa-Visconti, con Zito davanti a quest’ultimo, senza compiti difensivi. Pure D’Angelo deve giocare, mentre resta irrisolto il problema di chi imposti il gioco: Arini in quel ruolo perde le sue caratteristiche di rubapalloni e di incursore.
Quanto ai tifosi, sono questi i momenti in cui la differenza tra la lana e la seta diventa eclatante: sui social network è andata in onda la solita fiera dell’isteria. Chissà a Bologna, chissà a Catania, chissà a Bari.
Qualche fattariello di contorno, a chiudere questo anomalo post del lunedì sera.
L’Avellino Club Roma ha inaugurato la sua nuova sede: non moltissimi i presenti, e però diversi bambini, a rammentare quali sono le cose importanti nella vita. Inaspettatamente si è materializzato pure Angelo, che fino a un minuto prima postava foto da Ascea con ciascuno dei componenti della famiglia di capitan D’Angelo.
Nel maxischermo è comparso, a un certo punto, il nostro steccato, retto dal pioniere Carmine, per l’occasione unico rappresentante del club in terra euganea. Come la squadra, a quanto pare anche noi soffriamo in avvio di campionato, specie in trasferta.
Lascia Roma, per qualche tempo, Luca, che se ne va a Londra: un pizzico di verde a colorare il grigio della perfida Albione. In bocca al Lupo e a presto.
Dopo la partita chiamo al telefono Fabio: era allo stadio e sta tornando nel suo Friuli. Mi sollecita il post e mi parla di Ugo Tosetto, il Keegan della Brianza, che era invece di Cittadella. Gli chiedo qualche particolare gustoso, e mi racconta della rete del pareggio giunta mentre la curva esegue la canzone dei Puffi, con annessa coreografia. Non sarà il caso di accantonarla?
La bacheca di Facebook mi propone la foto dell’indimenticato Pietro Terracciano con una vistosa fasciatura alla mano destra. Si è infortunato all’esordio in campionato, come dire nel momento meno propizio della stagione. Ma ha le spalle larghe e supererà anche questa.
Finiamo con il nuovo portiere: ad Alfred Gomis la palma del migliore a Cittadella, con alcuni interventi davvero prodigiosi.

Dramma, fantasy o soap opera?

Succede di tutto, durante e dopo Avellino – Cittadella, che i Lupi vincono per uno a zero.
Per quanto non fossi allo stadio, un’idea me la sono fatta.
Chi non ha attenuanti è quella rumorosa minoranza della Tribuna Terminio che, non da oggi e a prescindere dai risultati, sfoga la proprie frustrazioni contro i calciatori, il tecnico, la società, con una cattiveria inferiore solo alla propria ignoranza in fatto di pallone. Ecco perché l’anno prossimo abbandonerò quei gradoni, che ho iniziato a frequentare l’anno della Serie D, quando si era pochi e felici, ed emigrerò in Montevergine.
Ha invece l’attenuante della provocazione grave e reitetata Millesi, che la pagnotta se l’è sempre guadagnata da quando – undici anni fa – è sbarcato alle falde del Partenio, e che qualcosina qui ha vinto. Ciccio resta per me quello che segna due reti a Bergamo nello spareggio di ritorno contro l’Albinoleffe, l’ultimo ad ammainare la bandiera. Solo che l’attenuante si annacqua di fronte all’aggravante di essere caduto dritto dritto nella provocazione, come un fringuello nella rete: da uno così esperto, che indossa la fascia di capitano, non te lo aspetti.
Sbaglia la squadra, a fine gara, a non festeggiare insieme ai tifosi la vittoria – e con essa la salvezza virtualmente acquisita – e a non riuscire a distinguere tra tribuna e curva, tra chi contesta e chi sostiene. Ha però l’attenuante dei motivi di particolare valore morale: la solidarietà del gruppo con il proprio capitano va compresa, ed è in base a questo criterio che assolvo con formula dubitativa Rastelli, sotto accusa per la conferenza stampa post partita, ma che non poteva che prendere le parti dei suoi giocatori.
Per chi conosce come vanno le cose in curva (in una qualsiasi curva), la contestazione alla porta carraia e il successivo comunicato della Sud rispondono a un copione ampiamente prevedibile, per certi aspetti giustificato. La reazione ha un suo fondamento, e però non riesco a condividerne le modalità e i contenuti.
Personalmente preferisco una squadra che vince ignorando i tifosi a una che li blandisce e poi perde, sicché dal mio punto di vista ci si doveva concentrare sull’acquisita permanenza in B (massimo traguardo delle ultimi ventitré stagioni), e magari iniziare a ragionare in chiave play-off. Le questioni in sospeso si sarebbero potute affrontare in settimana e con assai meno clamore. E invece no.
Quanto ai contenuti della contestazione, questi ragazzi onorano la maglia e non si meritano l’epiteto di mercenari: di quelli ne abbiamo visti molti, in passato, e dovremmo essere ormai in grado di non mischiare le mele con le pere.
Cosa prevede ora la sceneggiatura? Ci sono almeno tre possibili finali.
Il primo prevede il progressivo allargamento della frattura tra squadra e tifo organizzato, con la società assente o almeno silente, da cui deriva un finale di campionato costellato di sconfitte e la probabile retrocessione l’anno venturo. Qui la storia vira nel dramma.
Il secondo vede Pisacane nei panni di Collovati, Schiavon in quelli di Tardelli e Rastelli nel ruolo di Bearzot: le polemiche alimentano lo spirito di squadra e si tramutano in vittorie, un po’ come quella volta del Mundial di Spagna. Il genere è qui il fantasy.
Il terzo possibile finale – quello più probabile – vede la società adoperarsi per il rituale chiarimento tra le parti (confronto franco o almeno una qualche forma di tregua), con Millesi che ci mette la faccia e ci rimette la fascia, e la curva che ottiene pubblica riparazione. Il genere è qui la soap opera, che però è un genere che dalle nostre parti funziona egregiamente, e che di solito prevede un happy end.
La stagione è tutt’altro che finita. Dal primo tifoso all’ultimo panchinaro, tutti devono fare la propria parte. Se non siamo in grado di comprenderlo, allora ci meritiamo Casillo e Pugliese.

Dum Romae luditur, Cittadella expugnatur

Il locale nel quale si riuniscono stasera i Lupi della Capitale pare meglio adatto alla visione del Superbowl: atmosfera stelle e strisce, magliette della Nba e gagliardetti della Nhl, arredi in legno, ti aspetti che da un momento all’altro faccia il suo ingresso una banda di motociclisti in versione Easy rider.
Sul grande schermo del Legend Pub va invece in onda Cittadella – Avellino, e tanto basta a diradare il sogno americano, soppiantato da quelli d’alta classifica frammisti agli incubi di un passato neppure lontano: di fronte a noi una bestia nera che solo l’Albinoleffe ce le ha suonate più spesso. Nel brutto logo del Cittadella, il peggiore di tutto il calcio professionistico, campeggiano una torre merlata e quattro palloni, tanti quanti quelli che ci ha rifilato Diego Armando Meggiorini nell’ultima nostra apparizione al Tombolato.
Meglio essere cauti, dunque, per la cabala e per gli infortuni che ci azzoppano metà squadra. Mancano Terracciano, Fabbro e Castaldo: alla vigilia, su un bel pareggio io ci farei la firma.
La nuova tana dei Lupi è gremita all’inverosimile, e la soglia psicologica delle cinquanta unità raggiunta e superata. “Simmo cchiù nui qua che i tifosi d’o Cittadella ‘o stadio”, come sempre vuoto. Arrivano hamburger e patatine, si fuma come ai tempi che furono. Arnaldo ha portato lo steccato, mentre la regia televisiva inquadra a più riprese lo striscione sugli spalti.
Mi sono perso i primi dieci minuti: abito a Roma da cinque lustri, ma ancora sbaglio strada sul più bello, e nell’occasione mi impappino in tangenziale.
Mi dicono di un’occasione per Galabinov (sarà vero?), io faccio in tempo ad annotare un bel salvataggio di Seculin su incornata di Coralli. Il Citta sfonda sul lato di De Vito. Brividi su una bella combinazione su punizione: i rimpalli e la fortuna ci consentono di tenere la porta inviolata.
Zappacosta da distanza siderale scalda i guantoni di Di Gennaro, poi un sinistro vincente del Bulgaro – stasera in gran forma – infiamma i cuori e le ugole dei tifosi al ventottesimo: uno a zero per noi e nel pub parte il “lu-pi lu-pi”. I granata sono sotto ed è sempre una bella sensazione.
Da una parte e dall’altra si randella che è un piacere, e ne fa le spese Rastelli, espulso.
Alla ripresa del gioco uno scellerato esterno destro di Schiavon solo davanti al portiere ci impedisce di mettere in ghiaccio il risultato.
Va via il segnale per alcuni minuti, e il turpiloquio trionfa.
Quando Sky ripristina il collegamento, a Cittadella diluvia. La seconda rete di Galabinov, in contropiede, è meravigliosa: quando la sassata, ancora di sinistro, si insacca, tutta la pioggia depositata sulla rete schizza via, con notevole effetto scenico. Una rete da vedere e rivedere fino allo sfinimento.
È passato da poco il quarto d’ora, c’è da stringere i denti, e però c’è Arini, mentre il terreno si fa pesante.
Due conclusioni dalla distanza, una per parte, non sorprendono gli estremi avversari, mentre la fiondata di Alborno esce di un soffio. Entra, invece, il colpo di testa di Coralli, a un minuto dal termine e poco dopo Di Roberto e poi Perez, in mischia, ci graziano. Sacrificio, è quello cui la mia squadra è votata, come canta Ghemon.
Finisce due a uno per noi, ed è giusto così: Cittadella è espugnata, mentre a Roma si festeggia.