Col cuore si vince (Avellino 2 – Livorno 1)

Col cuore si vince.
E il cuore dell’Avellino batte forte, al ritmo scandito da uno stadio colmo di entusiasmo, che non smette di incitare la squadra e i singoli nonostante le avversità.
L’autorete di Bittante avrebbe tagliato le gambe a qualunque squadra. Non alla nostra, che riparte a testa bassa a riannodare i fili di un avvio di gara promettente. Il pubblico neppure mugugna, e anzi incoraggia il buon Luca, che tiene botta e cresce alla distanza, meritando infine la sufficienza.
Il Livorno si limita all’ordinaria amministrazione e non punge. I nostri accumulano calci d’angolo e Pozzebon non sfrutta un assist di Castaldo. Dalla distanza ci provano prima Zito e poi Schiavon.
Nella ripresa è netta la sensazione che il meritato pareggio sia imminente. Quando Rastelli si gioca la carta Comi, la partita cambia verso. Gianmario serve di testa a Castaldo un pallone che Gigione trasforma in rete, in un remake di Avellino – Pro Vercelli.
Pochi minuti dopo, Mazzoni è prodigioso su un destro dalla distanza di Schiavon e ancor più sul colpo di testa in ribattuta di Castaldo.
Il match è bellissimo. Entra Galabinov e ci spaventa. Con la mano di richiamo, Alfredone toglie dalla porta un pallone insidioso.
Fino al novantesimo: allo scadere Castaldo ricambia il favore e con un velo mette Comi in condizione di girare in rete una punizione di Zito.
È il giusto premio per la squadra, il suo allenatore, il pubblico.
La classifica dice che i Lupi sono al secondo posto. I festeggiamenti a fine gara – con mio padre impegnato a partecipare alla sciarpata – dicono che il Partenio ci crede.
Oltre ai due cannonieri, sugli scudi Gomis, Ely e Pisacane. Positiva anche l’impressione suscitata dal subentrato Angeli.
L’Avellino è forte, più forte della malasorte. Non lo fermano gli infortuni (Fabbro, Regoli, Visconti, D’Angelo, Filkor, Frattali). Non lo fermano gli autogoal.
Non lo ferma più niente e nessuno, questo Avellino dal cuore grande.

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Lost & found: Luigi Panarelli

“Statico sulla panchina, anguilla nelle discoteche”: è la fulminante definizione che di Luigi Panarelli, difensore dell’Avellino 2005/2006, dà un pezzo – godibilissimo – pubblicato dal sito tarantosupporters.it all’indomani dell’arcinota comparsata televisiva, che lo vede inginocchiato al cospetto di Laura del Grande Fratello 6 – al secolo Laura Torrisi – per chiederla in sposa.
Il matrimonio non andrà in porto, la stagione in biancoverde terminerà con l’esclusione dalla rosa dei titolari e la carriera del trentenne calciatore tarantino imboccherà una parabola discendente fatta di continui cambi di casacca, presenze con il contagocce, palcoscenici della periferia pallonara come Brindisi, Aversa o Genzano, tra le vigne dei Castelli.
Stopper o terzino ambidestro, olim giovane promessa (poi non mantenuta) nel Napoli e nel Torino, totalizza in Irpinia 14 presenze e una rete: quella della bandiera, al novantesimo di un Avellino – Brescia di inizio campionato, terminato con un sonoro 5 a 2 per le Rondinelle, orchestrate da un superbo Milanetto dietro Possanzini e Sasà Bruno, due che di goal ce ne hanno fatti a caterve.
Parte spesso dalla panchina, Panarelli: Colomba, subentrato a Oddo, lo fa entrare di solito nelle partite casalinghe a quindici o venti minuti dal termine con l’Avellino che vince di misura. Lui corre, corre, che neppure Forrest Gump, ma di cross – che io ricordi – ne fa pochi e gli altri nel frattempo pareggiano, di solito allo scadere.
A 38 anni Panarelli fa ancora calcio nella città dei due mari: la voce di Wikipedia che lo riguarda lo annovera nelle fila dell’Hellas Taranto. Che non è il Taranto-Taranto (ammesso che dopo i fallimenti in sequenza si possa stabilirne l’esistenza), ma una neocostituita società militante nel campionato di Eccellenza Pugliese, appena un gradino sotto rispetto ai rossoblu veri, e che come questi ultimi gioca allo Iacovone.
L’Hellas ha un bello scudetto, anch’esso rossoblu, con un elmo spartano che allude all’età mitica della fondazione dell’antica Taras, e un sito ancora in allestimento.
10698476_322580251257271_5333913694660925825_nAssente nella trasferta di Galatina contro la Pro Italia, il nostro ha esordito nella partita casalinga contro l’Altamura terminata con un pareggio per 1 a 1.
Calcio e gossip, ma anche altro. Qui una bella intervista nella quale fanno capolino le acciaierie dell’Ilva, il quartiere Paolo VI, l’attaccamento alla squadra della sua città natale.
E allora buon campionato anche a Panarelli: pallafatù.

Semplice (Frosinone 0 – Avellino 0)

“Un pensiero alla Serie A ce lo fate?”, la buttà lì il cameriere al termine della lauta cena che ci concediamo al termine della partita, ad Anagni, a metà strada tra il “Matusa” di Frosinone e il ritorno a casa.

“Certo che ce lo facciamo: ciascun tifoso dell’Avellino, in cuor suo, ci spera sempre”, rispondiamo all’unisono. Perché è così. Per noi che abbiamo passato i quaranta e la serie A l’abbiamo vista allo stadio. E per quelli più giovani che sono cresciuti a VHS, DVD e almanacchi.

Serate come quelle di ieri ritemprano lo spirito, riconciliano con il pallone e finanche rifocillano il corpo.

D’accordo, l’ingorgo sul Raccordo Anulare è da manuale dei luoghi comuni sui difetti della Capitale, e i tifosi che partono da Avellino ci mettono meno tempo per percorrere il doppio dei chilometri. Il risultato è che entriamo allo stadio quando l’arbitro ha già fischiato l’inizio. La curva è gremita, e per una volta i numeri annunciati alla vigilia corrispondono esattamente alla realtà. Duemila al seguito. Di sera. Di martedì.
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I vari pezzi dell’Avellino Club Roma non fanno in tempo a radunarsi, che Regoli ci ha già rimesso le penne, sostituito da Bittante. Qualcuno dietro di me ce l’ha con lui, e io mi metto a ridere: impegnato ad acclimatarmi, non mi sono accorto dell’infortunio e della conseguente sostituzione. Allo stesso modo per una mezz’oretta buona continuo a elogiare la prestazione difensiva del presunto Chiosa, che in realtà è Rodrigo Ely. Brutto segno non riconoscere un calciatore della propria squadra. Ne avevo vista solo una su quattro: troppo poche per i miei standard di tifoso e per i miei doveri di blogger.

Nel primo tempo il Frosinone gioca bene, anzi benissimo: gran corsa, gioco sulle fasce, tentativi dalla distanza. Sembra l’Avellino del girone d’andata dello scorso campionato. I nostri tengono botta e grosse parate di Gomis non ne ricordo nei primi 45 minuti.

Alfredone salva il risultato nella ripresa, in cui pure l’Avellino prende campo e osa qualche sortita offensiva. Kone prende in mano la mediana, Schiavon gioca meglio. Soffrono invece Castaldo e Arini, in debito di energie, mentre Zito, subentrato allo sfortunato Visconti, non graffia. Mi sorprende Pozzebon nei dieci minuti in cui è in campo: voglia e tecnica per “Zemiro”.

La ricetta per guadagnarsi un segmento di felicità nel flusso di questa nostra vita? Semplice, come il motivetto che da qualche giorno imperversa tra i tifosi dell’Avellino. Un pari fuori casa, che è buono e giusto e ci mantiene ai piani alti della graduatoria. Una trasferta in notturna, che con i suoi numeri e le sue atmosfere mi ricorda perché sono tifoso. Il timballo di fettuccine e la grigliata mista, che mi sistemano lo stomaco (e mi tengono compagnia fino a notte fonda, finché i succhi gastrici non fanno il loro dovere).

La bonifica (Latina 1 – Avellino 2)

A bonificare Latina non ci sono andato: settimana faticosa in un periodo complicato.
Si festeggia, allora, davanti al maxischermo, con l’Avellino Club Roma, le cui avanguardie esultano al Francioni.
Mi sarebbe piaciuto tornare vittorioso da uno stadio che negli ultimi anni ci ha regalato più veleno che zucchero. Cosi non è la stessa cosa, ma va bene lo stesso; la malaria è debellata e il biglietto per Frosinone è già in tasca.
Soprattutto sono nel carniere tre punti pesanti, che fanno classifica e morale. Bravo Rastelli a estrarre dal cilindro Vergara, Visconti e Comi. Il primo sugella con la rete della vittoria l’esordio da professionista, il secondo calcia – emulo di Zullo – la punizione da cui scaturisce la rete di Jherson, il terzo quella punizione se la procura.
Immenso Castaldo, che pareggia con un numero degno di Van Basten.
Coraggioso Gomis a rimettersi sulle gambe dopo il brutto scivolone in occasione del vantaggio di Sforzini.
Maluccio, ancora, Zito, mentre su Arrighini sospendo il giudizio.
L’inesausto desiderio di biancoverde mi conduce nel tardo pomeriggio al campo sportivo Tre Fontane, a due passi da casa. Gioca l’Atletico Garbatella, che ospita per un’amichevole l’Atletico San Lorenzo, seguita da un nutrito drappello di sostenitori.
Anche stavolta mi dice male: i padroni di casa – colori sociali bianco e verde, seconda categoria – giocano con la divisa non ufficiale,  maglia arancio e pantaloncini blu.
Mentre inizio a scrivere, il Garbatella passa in vantaggio. Servirebbe il replay: il goal non lo vedo e mai lo vedrò.

Capitombolo al Tombolato (Cittadella 3 – Avellino 1)

Se l’arcivescovo di Costantinopoli si fosse disarcivescostantinopolizzato, avrebbe l’Avellino capitolato al Tombolato?
Il fatto è che l’arcivescovo di disarcivescostantinopolizzarsi non ne ha voluto sapere, e al Tombolato di Cittadella l’Avellino le ha prese, e di brutto.
Il giorno dopo siamo qui a spargere balsamo sulle ferite, e così speriamo faccia lo staff tecnico, chiamato a meditare sull’adeguatezza di schemi e uomini all’attuale momento di forma fisica e mentale non brillantissima.
Dico la mia: meglio coprirsi con un classico 4-4-2, che all’occorrenza può diventare un 4-3-1-2, con Kone o Soumare nel ruolo di guastatori. Rimandato senza appello Bittante, scomparso Regoli, a destra non si crossa e non si contiene, e allora meglio un Pisacane-Ely-Chiosa-Visconti, con Zito davanti a quest’ultimo, senza compiti difensivi. Pure D’Angelo deve giocare, mentre resta irrisolto il problema di chi imposti il gioco: Arini in quel ruolo perde le sue caratteristiche di rubapalloni e di incursore.
Quanto ai tifosi, sono questi i momenti in cui la differenza tra la lana e la seta diventa eclatante: sui social network è andata in onda la solita fiera dell’isteria. Chissà a Bologna, chissà a Catania, chissà a Bari.
Qualche fattariello di contorno, a chiudere questo anomalo post del lunedì sera.
L’Avellino Club Roma ha inaugurato la sua nuova sede: non moltissimi i presenti, e però diversi bambini, a rammentare quali sono le cose importanti nella vita. Inaspettatamente si è materializzato pure Angelo, che fino a un minuto prima postava foto da Ascea con ciascuno dei componenti della famiglia di capitan D’Angelo.
Nel maxischermo è comparso, a un certo punto, il nostro steccato, retto dal pioniere Carmine, per l’occasione unico rappresentante del club in terra euganea. Come la squadra, a quanto pare anche noi soffriamo in avvio di campionato, specie in trasferta.
Lascia Roma, per qualche tempo, Luca, che se ne va a Londra: un pizzico di verde a colorare il grigio della perfida Albione. In bocca al Lupo e a presto.
Dopo la partita chiamo al telefono Fabio: era allo stadio e sta tornando nel suo Friuli. Mi sollecita il post e mi parla di Ugo Tosetto, il Keegan della Brianza, che era invece di Cittadella. Gli chiedo qualche particolare gustoso, e mi racconta della rete del pareggio giunta mentre la curva esegue la canzone dei Puffi, con annessa coreografia. Non sarà il caso di accantonarla?
La bacheca di Facebook mi propone la foto dell’indimenticato Pietro Terracciano con una vistosa fasciatura alla mano destra. Si è infortunato all’esordio in campionato, come dire nel momento meno propizio della stagione. Ma ha le spalle larghe e supererà anche questa.
Finiamo con il nuovo portiere: ad Alfred Gomis la palma del migliore a Cittadella, con alcuni interventi davvero prodigiosi.