Alvaro di Garbatella e Quinto di Tormarancio (Una settimana da capolista)

Nel mercato di Garbatella c’è un baracchino che fa i panini con la trippa, gli straccetti, le polpette o il pollo con i peperoni. Cose leggere, dopo il lavoro mattutino agli orti urbani, sotto un sole giaguaro che sembra agosto.
Mentre sbocconcello il mio pranzo attacco bottone con Benedetto, uno che nel quartiere ci sta da settant’anni, ha lavorato ai mercati generali e ha fatto il buttafuori al Gilda, la discoteca per antonomasia negli anni del pentapartito.
Mentre mi racconta di Lando Fiorini e Renato Zero, di Alghero Noschese e di Gigi Sabani, arriva un ragazzo con la tuta dell’Atletico Garbatella. È infortunato e non scenderà in campo, oggi, nella trasferta di Tor Bellamonaca, a difendere i colori biancoverdi del mio rione.
Per effetto di questa apparizione, il discorso con Benedetto scivola sul calcio a Garbatella. Quello degli anni Cinquanta e Sessanta, dei campi sterrati dell’allora periferia e delle sfide tra i ragazzi delle borgate a ridosso della Colombo.
Il campo dell’OMI, a Tormarancio, è il teatro della sfida tra i locali e quelli di Garbatella.
L’arbitro, prima del fischio d’inizio, convoca i due capitani, che sono poi le teste calde delle due squadre. Uno è Alvaro di Garbatella. L’altro si chiama Quinto e sta a Tormarancio.
“Vi avverto: niente gioco duro. Al primo fallo vi ammonisco, al secondo vi butto fuori”.
Dopo pochi minuti Quinto entra duro su Alvaro: ammonito. Alvaro gli restituisce il favore e pareggia il conto dei cartellini. Infine Quinto si prende il secondo giallo e viene espulso.
Anziché andare a farsi la doccia (ma poi, c’erano davvero le docce al campo dell’OMI?), Quinto si fa dare la chiave dello spogliatoio dell’arbitro: quando la partita finisce, gliele dà di santa ragione, rimediando una squalifica a vita.
“Quinto è mì zzio”, fa il ragazzo del baracchino, mentre mi prepara il secondo panino. Suo zio: la controfigura di Tomas Milian nei film del Monnezza. Uno che di storie ne avrebbe da raccontare. Un po’ come Benedetto. E chissà Alvaro.
Mentre termino di scrivere, apprendo da Facebook che a Tor Bellamonaca la partita non si è disputata. Anche qui c’entra l’arbitro, che non si è presentato. Dopo due vittorie in avvio di campionato, con una partita in meno l’Atletico Garbatella rischia di perdere il primato in classifica.
Un po’ come l’Avellino, che domani va a Bari, dopo le vittorie odierne di Frosinone, Livorno e Bologna. Ha segnato perfino Abero.
Partita tosta, per di più inutilmente caricata alla vigilia. Meglio di me lo ha spiegato l’amico Angelo Picariello: il tifo sano si fa a favore, mai contro. Le provocazioni a mezzo social network non servono a niente, e anzi sono controproducenti.
Per fortuna, questa settimana da capolista conta al suo attivo un bel numero di momenti lieti: il primato della mia squadra non è passato inosservato, al lavoro, tra gli amici del calcetto, tra gli avventori della tavola calda dove vado a pranzo. Persino Diego Abatantuono, in una pubblicità radiofonica, fa menzione dell’Avellino.

Posr scriptum: Benedetto è un amico dell’Irpinia. All’epoca del terremoto, nel 1980, a Garbatella furono raccolti 180 milioni di lire, con i quali furono acquistati medicine, viveri e altri generi di prima necessità. Stipati in un furgone, furono distribuiti a Serino e Solofra. Il furgone lo guidava Benedetto.

Diecimila di questi click

Mentre inizio a scrivere mancano due soli click al traguardo delle diecimila visualizzazioni di pagine di questo blog.
Tutto è iniziato il 20 maggio dello scorso anno, sull’onda dell’entusiasmo per la promozione in Serie B, quando ho scelto la piattaforma, il layout e il titolo. Quasi contemporaneamente ho postato tre articoli: il primo della serie, per la categoria Alfabeto biancoverde, si intitola A come Aesse. In totale, da allora, i miei polpastrelli hanno sfornato centocinque post, compreso il presente.
Le statistiche di WordPress mi dicono che, dopo la home page, il post più visto (ben 980 volte) è La scossa delle 19 e 35 e la ricerca che non ho finito: come ogni irpino comprende, parlo del sisma del 1980 e l’ho postato il 23 novembre. Il pezzo di argomento calcistico che ha raccolto più click (314) è Brescia – Avellino, le anafore del giorno dopo, scritto una domenica mattina appena sveglio, dopo la prima vittoria esterna dei Lupi in questo campionato.
Eccettuata l’Italia, il Paese da cui proviene il maggior numero di visite sono gli Stati Uniti (247), poi Svizzera (107), Germania (73), Regno Unito (46). Alcune visite giungono da altri continenti: Brasile (34), anzitutto, poi Canada, Argentina, Giappone, Libano, Australia, Etiopia, Thailandia, Ecuador. I tifosi dell’Avellino, del resto, sono ovunque, e qualche articolo per le categorie Lost & Found, Altre storie biancoverdi e Il calcio degli altri fa il resto: le visite, infatti, provengono per un terzo da Facebook, poi dal Forum Pianeta Biancoverde, quindi da motori di ricerca; in quarta posizione Twitter, dove cinguetto da qualche mese come @rinoeillupo.
Oltre alla quantità, la qualità: in questi mesi i complimenti e gli incoraggiamenti di amici, conoscenti e sconosciuti, durante un’occasione conviviale come sugli spalti di uno stadio, non sono mancati; e ogni volta è una sorpresa sapere che qualcuno apprezza ciò che scrivi, e magari anche come lo scrivi. Perché, a dirla tutta, io sono sì un (grande) tifoso dell’Avellino, ma pure uno cui piace scrivere: me ne sono accorto bloggando, anche se in fondo l’ho sempre saputo.
Ora che il post è terminato, il traguardo è stato nel frattempo raggiunto e superato: diecimila e più volte grazie ai lettori di questo blog; per Pellegrino e per il lupo, altri diecimila e più di questi click!

Altre storie biancoverdi di Bulgaria

Non c’è solo Galabinov a connettere il biancoverde e la Bulgaria.
Certo, ci sarebbe da raccontare della fugace esperienza al Botev Plovdiv degli ex Ciro Oreste Sirignano e Marco D’Argenio, quest’ultimo nuovamente in Tracia nelle fila del Gigant Saedinenie. Ma non è di questo che voglio scrivere.
Il campionato bulgaro presenta un’elevata concentrazione di biancoverde: sono ben tre le compagini della massima serie che vestono i colori a noi cari, a cominciare dai campioni in carica del PFC Ludogorets di Razgrad, che in settimana hanno eliminato dall’Europa League la Lazio.
Proprio questo pomeriggio il Ludgorets si è imposto nel derby biancoverde con il PFC Pirin Gotse Delchev, consolidando il primato in classifica, con un punto di scarto dal Litex Lovech. Le reti sono giunte tutte nella ripresa, e a referto è andato anche Platini.
Non si tratta di quel Platini, ma del trentenne brasiliano Michel Platini Ferreira Mesquita, un passato a Hong Kong, in Cina e in vari campionati dell’Europa dell’Est, che le Aquile di Razgrad hanno acquistato la scorsa estate dai rivali del CSKA Sofia.
Fondato nel 1945, il Ludogorets ha passato i primi sessantasei anni di vita nei campionati inferiori, fino alla promozione ottenuta al termine della stagione 2010/2011.
Da matricola la squadra di Razgrad, città di poco più di settantamila abitanti, riesce nell’incredibile impresa di centrare Campionato, Coppa di Bulgaria e Supercoppa. Decisiva, per il titolo nazionale, la vittoria di misura contro i campioni uscenti del solito CSKA.
L’anno scorso il bis-scudetto, mentre la coppa va ad altri biancoverdi, quelli del PFC Beroe di Stara Zagora, già vincitori di un titolo nazionale a metà anni Ottanta e di ben quattro Coppe dei Balcani.


E i biancoverdi del Pirin? Questi ultimi sono appena al secondo campionato di massima divisione e non possono annoverare titoli in bacheca. A loro, in ogni caso, l’alloro per lo stemma più bello, che riproduce l’omonimo massiccio montuoso, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
Biancoverdi e di montagna: io tengo per il Pirin.

Altre storie biancoverdi: i maltesi del Floriana a Gaucci jr.

Era da tempo che seguivo le vicende dei biancoverdi maltesi del Floriana FC, con l’intento di trarne, prima o poi, un post per questo blog.
Avrei potuto raccontare dei venticinque scudetti in bacheca in centoventi anni di storia; dei colori sociali scelti dopo una partita amichevole con i militari irlandesi di stanza nell’isola; del bello stemma con il leone rampante e del motto “Ex ludis virtus”; della mia vacanza a Malta nell’estate del 1993, con gli edifici barocchi di Floriana adornati a festa dopo la vittoria nel campionato; di come da quella volta gli Irish Bhoys non siano più riusciti a prendersi il titolo nazionale; di una stagione modesta, con i nostri attualmente impegnati nella poule retrocessione; del centrocampista Giacomo Favero, ex Rimini, o dei piedi buoni dell’italo-brasiliano Igor Coronado, capocannoniere della squadra.
Poca roba, in fondo.
Ecco, però, che giusto ieri l’altro, i soci del Floriana, dopo un ballottaggio nel quale si confrontano due cordate di investitori, una inglese e l’altra italiana, eleggono il nuovo presidente.
Se cliccate su questo link lo vedrete con la sciarpa biancoverde al collo, l’aspetto forse un po’ dimesso.
È una vecchia conoscenza: Riccardo Gaucci, figlio di Big Luciano, già al timone del Catania e numero due del Perugia.
Gaucci jr. debutterà da presidente nel prossimo match casalingo contro il Qormi FC, imbottito di italiani a me sconosciuti e allenato da Karel Zeman, altro “figlio di” (non è una parolaccia!).

Altre storie biancoverdi: Grün-Weiss die farben, für die wir alles geben!

Grün-Weiss die farben, für die wir alles geben!. Il bianco e il verde i nostri colori, e per essi diamo tutto, stando almeno a quanto asserisce Google Translator.

E’ la scritta che campeggia sullo striscione, lungo quanto l’intera tribuna, che i supporters dello SK  Rapid (si pronuncia Rapìd, con l’accento sulla “i”) espongono per la coreografia, rumorosa e coloratissima, che fa da preludio all’ennesima edizione del derby viennese, disputatasi domenica scorsa al Gerhard Hannapi-Stadion: diciassettemila posti, tutti esauriti nell’occasione.

Bissando il successo dell’andata, i biancoverdi di casa si impongono per tre reti a una, in rimonta, nei confronti degli storici rivali, i viola del FK Austria. Una piccola grande soddisfazione, in un campionato nel quale il titolo è ormai sfumato.

Il Rapid vanta il maggior numero di scudetti d’Austria, ben trentadue (cui va aggiunto, durante l’Anschluss, il campionato tedesco 1940/41). A sua volta l’Austria è la squadra più titolata d’Oltrebrennero, considerando anche le coppe. Le due compagini viennesi, per inciso, sono le uniche due società a non essere mai retrocesse dalla massima divisione. Le loro maglie sono state indossate dai principali campioni che l’Austria ha sfornato negli anni Settanta e Ottanta: nelle fila del Rapid il baffuto bomber Hans Krankl, con l’Austria “Chiocciolino” Prohaska, il nostro Walter Schachner, qualche anno dopo Toni Polster. Più indietro, ai tempi del Wunderteam, l’alfiere dell’Austria è “Cartavelina” Sindelar, che all’annessione nazista non si piegò. Con qualche approssimazione, il Rapid, fondato come Wiener Arbeiter Fussballklub (Club calcistico dei lavoratori), è la squadra del popolo, l’Austria quella della borghesia.

Per tornare alle questioni del tifo, il Rapid è inoltre la squadra austriaca con il maggior numero di appassionati e con la media più elevata di spettatori. Quantità e qualità: famosi per il Rapidsviersterlunde, un applauso ritmato che immancabilmente va in scena nell’ultimo quarto d’ora della partita, i tifosi biancoverdi sanno dare vita a notevoli performance, come la coreografia realizzata nel derby casalingo di qualche anno fa, che vediamo nel video seguente.

Altre storie biancoverdi: lo strano caso dei due (o tre) Bohemians Praga

Se digiti su Google “Bohemians Praga”, il risultato della ricerca rischia di mandarti in confusione: nella capitale ceca, di Bohemians ce ne sono due.

Il Fotbalový Klub Bohemians Praha a.s. è una società calcistica con sede a Praga, in Repubblica Ceca. Gioca nella Druhá Liga, la seconda serie del campionato ceco. Anno di fondazione: 1996.
fkIl Bohemians 1905 è una società calcistica con sede a Praga, in Repubblica Ceca. Gioca nella Prima divisione del campionato ceco. Anno di fondazione: 1905. Stadio: Ďolíček.

1905Stessi colori sociali – manco a dirlo, il bianco e il verde – scudetti quasi identici – un canguro verde ritratto di profilo all’interno di un cerchio anch’esso verde – che differiscono solo per alcuni particolari. Roba da lettori accaniti de La Settimana Enigmistica.
In un post precedente ho raccontato la complicata vicenda della Chemie Lipsia. Anche quella del Bohemians ruota attorno ad un’eredità calcistica contesa.
La successione si apre nel 2005, quando la società vincitrice dello scudetto cecoslovacco 1982/83 e nello stesso anno semifinalista di Coppa Uefa, dichiara fallimento, proprio nell’anno del centenario. Accade allora che denominazione e logo siano acquisiti – in affitto! – da una società minore di Praga, il FC Střížkov, che per l’effetto si reinventa biancoverde, assumendo la nuova veste di FK Bohemians Praha.
Il nostro Bohemians, quello “vero”,  è il Bohemians 1905, che dopo il fallimento riparte dalla terza serie: i tifosi costituiscono un trust, e rilevano il titolo sportivo di una società calcistica del quartiere nel quale i Canguri sono nati e hanno sempre giocato, Vršovice. I supporters biancoverdi, insomma, non ci stanno a seguire il “nuovo” Bohemians, che gioca in un’altra zona della città e in uno stadio diverso dal glorioso Ďolíček (che, letteralmente tradotto, significa “fossetta”, e dunque, con qualche approssimazione, “catino”). La presidenza della società è affidata ad una vecchia gloria, Antonin Panenka, centrocampista avanzato dai baffi folti e tecnica sopraffina, l’inventore del rigore calciato “a cucchiaio”, grazie al quale consegna alla propria nazionale il Campionato Europeo del 1976.
La fede e i risultati danno ragione ai tifosi di Vršovice, che imperterriti e calorosi affollano gli spalti, mentre quelli dell’FK si esibiscono davanti a poche centinaia di spettatori: due promozioni consecutive e il ritorno nel massimo campionato, dal quale però il 1905 retrocede in seguito un paio di volte, per ritornarvi, da ultimo, al termine della stagione 2012/2013, nonostante la sconfitta per 3 a 2 nel penultimo turno nel “derby” con gli usurpatori dell’FK.
Nel frattempo, prima la Federcalcio ceca, poi un Tribunale sanciscono il diritto del Bohemians 1905 a considerarsi unico erede legittimo dell’originale, ponendo un punto fermo in una querelle, non ancora conclusa, piena di colpi di scena: nel 2010 la dirigenza dell’FK decide di non disputare la gara di ritorno al Ďolíček; la Federazione sceglie il pugno duro, con una multa e la penalizzazione di ben venti punti che vuol dire retrocessione in seconda serie.

Post scriptum n. 1
Cosa c’entrano, in tutto ciò, i Canguri?

Post scriptum n. 2
Troppo complicata, la vicenda? Non è tutto.
L’eredità contesa ha visto, fino a poco tempo fa, un terzo pretendente, il FC Bohemians Praha, ciò che restava del club fallito nel 2005, impelagato nelle categorie dilettantistiche e privo di un qualche effettivo seguito.

Post scriptum n. 3
Riappropriatosi della propria storia, il Bohemians 1905 è tuttavia ancora lontano dai fasti degli anni Ottanta: prima della lunga pausa invernale, in 16 partiite i biancoverdi praghesi hanno messo insieme soli 14 punti, frutto di 3 vittorie, 5 pari e 8 sconfitte e giacciono così all’ultimo posto in classifica, sia pure a un solo punto dalla salvezza. Quattordici le reti fatte, 27 quelle incassate. Dieci i punti conquistati in casa, e proprio il calore del Ďolíček è chiamato a fare la differenza.
Si riparte il 22 febbraio, ed è già scontro diretto sul terreno dell’FK Příbram, avanti in classifica di un solo punto.
Per la cronaca, non va meglio all’FK Bohemians Praha, penultimo in seconda divisione, anch’esso inchiodato a quota 14.

Il Celtic si arrende, la Green Brigade non trasloca

Altre storie (di tifo) biancoverdi: come on you bhoys in green!

Mondocalcio Magazine

green br

Carlo Maria Miele per mondocalcio.wordpress.com

Mai come nell’ultimo mese la storica (e scomoda) Green Brigade ha rischiato di essere sfrattata dalla section 111, il settore da sempre occupato all’interno del Celtic Park.

L’annuncio lo aveva dato la stessa società di Glasgow, nel bel mezzo dell’estate, con un comunicato ufficiale che non sembrava lasciare spazio a ripensamenti.

La ragione? Ufficialmente questioni di sicurezza, come si poteva leggere nel comunicato di inizio agosto:

“La sicurezza dello stadio  è attestata dallo Stadium General Safety Certificate, concesso ogni anno dalla Città di Glasgow in base al Safety of Sports Grounds Act 1975. Senza questo certificato lo stadio non può essere aperto e funzionante. Pertanto è essenziale che si adempiano tutti gli obblighi derivanti in termini di sicurezza degli spettatori. Al Celtic Park i comportamenti a rischio non sono accettabili e su questo punto siamo stati chiari”.

Il fatto è che, nonostante i ripetuti…

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Altre storie biancoverdi: un post scriptum sulla BSG Chemie di Lipsia

In un precedente post ho richiamato un articolo sulla BSG Chemie di Lipsia, tratto dal sito http://www.calcioromantico.it.

Scandagliando più in profondità il Web, emerge però tanto altro, a proposito della compagine biancoverde (finora) militante in Sachsenliga, sesta divisione del calcio tedesco: al termine di questa stagione, i nostri si sono classificati al quattordicesimo posto e sono retrocessi nella categoria inferiore.

Nulla è perduto, tuttavia: se bastasse un insuccesso sportivo a decretare la fine della storia, la squadra e i suoi sostenitori sarebbero scomparsi da tempo dalle mappe del calcio teutonico.

Sì, perché oltre all’epopea del <resto di Lipsia>, oltre al <nein> alla Red Bull, c’è una bella storia di calcio popolare.

In questo post di ostklassiker.net, blog specializzato sul calcio dell’ex Germania Est, c’è scritto tutto, o quasi: io mi limito a riassumere i termini della vicenda, principalmente a beneficio di coloro che non avessero voglia di impegnarsi nella lettura di un lungo articolo in inglese. Altre informazioni sono tratte, con l’ausilio di Google Translator, dal sito ufficiale della BSG Chemie.

La <vecchia> BSG Chemie vince per due volte l’Oberliga, il campionato nazionale della Germania Est, dapprima nel 1950/51, poi nel 1963/64, con il già menzionato  <resto di Lipsia>. Il palmarès si completa con due coppe nazionali.

Dopo la caduta del Muro, il club perde il sostegno finanziario delle industrie della chimica, e nel 1990 assume la nuova denominazione di FC Sachsen Leipzig. La squadra vivacchia per alcune stagioni in terza divisione.

Già nel 1997 alcuni tifosi raccolgono le risorse finanziarie occorrenti ad iscrivere al campionato di tredicesima e ultima divisione una squadra, al contempo <nuova> e <vecchia>, con l’antica denominazione di BSG Chemie Liepzig, in modo da preservare la tradizione del club. L’Alfred-Kunze Sportpark, lo stadio situato nel sobborgo di Leutzsch e intitolato all’allenatore dello scudetto del ’64, resta però appannaggio del FC Sachsen, con la BSG Chemie costretta ad emigrare in un altro impianto cittadino. Più tardi, i  ricorrenti dissidi con la proprietà del FC Sachsen producono la scissione delle frange più appassionate del tifo: i Diablos, un gruppo ultras caratterizzato da un approccio al tifo rumoroso e colorato, non violento e dichiaratamente antirazzista – circostanza rara nel panorama dell’ex Germania Est – decidono di sostenere la BSG Chemie.

Il credo della <nuova> BSG Chemie e dei suoi tifosi è riassunto in un vero e proprio decalogo, fatto di tradizioni e valori, fair play in campo e divertimento sugli spalti, solidarietà, non violenza e antirazzismo, calcio giovanile e vita di quartiere. Sono queste le premesse che portano i Diablos ad essere premiati in occasione dei mondiali antirazzisti di Casalecchio di Reno.

Nel 2011 il FC Sachsen dichiara bancarotta, al culmine di una crisi finanziaria e sportiva irreversibile. La BSG Chemie, che nel frattempo ha recuperato numerose categorie, potrebbe finalmente riprendersi il proscenio; su di esso, però, irrompe una nuova società, la SG Leipzig Leutzsch, anch’essa biancoverde, attorno alla quale – secondo ostklassiker.net – si aggregano frange di tifosi di estrema destra. Diversi sostenitori del defunto FC Sachsen, per contro, decidono di seguire la BSG Chemie.

Per tre stagioni le due squadre si dividono lo stadio e si fronteggiano nel campionato di Sachsenliga – l’equivalente della nostra Eccellenza regionale – e la coabitazione non è esattamente delle più facili.

Al termine dell’ultima stagione, come detto, la BSG Chemie retrocede, mentre la SG Leipzig Leutzsch decide di mutare la propria denominazione in SG Sachsen Leipzig, richiamandosi esplicitamente alla società disciolta nel 2011.

La contesa, insomma, è destinata a continuare. In ogni caso, su chi siano gli eredi morali della squadra biancoverde dell’industria chimica, vincitrice di due campionati e due coppe della DDR, io – come avrete capito – ho pochi dubbi.

Altre storie biancoverdi: lo Yeovil Town e l’impresa di Wembley

C’è un filo rosso, anzi biancoverde, che si dipana attraverso il Vecchio Continente, ivi comprese le sue propaggini insulari.

È un filo che quest’anno lega tra loro i trionfi calcistici di due squadre che, a latitudini diverse, si prendono il proscenio nazionale e la promozione in seconda divisione. Una – si capisce – è il nostro Avellino. L’altra è lo Yeovil Town Footbal Club, che lo scorso 19 maggio vince i playoff di League One e, per la prima volta nella sua storia ultracentenaria, approda in Championship, il secondo gradino del calcio inglese.

Un’autentica impresa per i <Guantai>, giunti quarti nella regular season, alle spalle del Brentford, che battono per 2 a 1 nella finale, disputata in gara secca allo Wembley Stadium.

Dopo 6 minuti segnano i biancoverdi, grazie a una parabola maligna da fuori area del centravanti irlandese Paddy Madden, che stacca le ragnatele dal <sette> della porta avversaria; il raddoppio arriva al 42esimo, su inzuccata dello stopper Dan Burn. Quelli del Brentford non ci stanno e nella ripresa spingono forte sull’acceleratore: è subito pareggio, poi l’estremo difensore dello Yeovil è costretto agli straordinari. Il risultato, però, tiene fino al sesto minuto di injury time e al triplice fischio i sostenitori biancoverdi al seguito, giunti a Wembley in gran numero, possono finalmente liberare la loro gioia.

Tra di loro i tifosi provenienti dalla <Little Old Yeovil>, ma anche quelli <in esilio>, di cui il sito dei supporter dei Glovers http://www.ciderspace.co.uk/ tiene diligentemente un vero e proprio data base. Un portale il cui nome dice tutto: sidro e football, case basse, trattori e spazio virtuale; le fotogallery ci restituiscono l’immagine di tifosi genuini, dai volti gioviali, che vanno a Wembley col treno e che colorano lo stadio di biancoverde, e che istintivamente sentiamo nostri fratelli di fede calcistica.

Il senso dell’exploit dello Yeovil Town sta in alcune cifre, anch’esse eloquentissime.

Cinquantamila o poco più gli abitanti di Yeovil, cittadina manifatturiera del Somerset, contea dell’Inghilterra sudoccidentale; novemilecinquecento i posti dello Huish Park, lo stadio di casa, con una media nell’ultima stagione di circa quattromila spettatori.

Dieci sono, invece, i campionati professionistici disputati dallo Yeovil, che dopo oltre un secolo dalla fondazione, avvenuta nel 1895, solo nel 2003 lasciano le brume della Football Conference e approdano alla Third Division della Football League, la nostra Serie D.

L’approccio al <calcio vero> è fulminante: due campionati di seguito vinti, e nel 2005 la scalata  in First Division è completata. L’apice sembrerebbe raggiunto, se è vero che le stagioni successive vedono i biancoverdi arrabattarsi nelle zone calde della classifica, per evitare la retrocessione, unica eccezione i playoff conquistati e poi persi nel 2007. In semifinale la vittima illustre è una nobile decaduta, il Nottingham Forest: la finale si gioca a Wembley, contro il Blackpool, ma al primo assaggio il tempio del calcio inglese è una minestra indigesta.

L’artefice principale del miracolo Yeovil è l’allenatore, Gary Johnson, già artefice del doppio salto dall’Isthmian League alla First Division, tornato a Huish Park dopo una parentesi sulla panchina dei cugini del Bristol City.

A descrivere il personaggio, oltre alle vittorie, concorre un bell’episodio di fair play, di cui il nostro si rende  protagonista qualche anno fa, nel corso di una partita contro il Plymouth Argyle (sfida tutta biancoverde!). Lee Johnson, figlio del tecnico, segna <per errore> una rete nel tentativo di restituire la palla al portiere avversario, dopo che questi l’aveva scagliata fuori a causa di un infortunio. Ecco allora che Johnson padre ordina ai suoi di rimanere fermi e di consentire il pareggio degli avversari.

Altre storie biancoverdi: la BSG Chemie di Lipsia

Il sito si chiama http://www.calcioromantico.com, e il suo contenuto tiene fede a questa premessa.

È qui che mi imbatto nella storia della BSG Chemie di Lipsia, colori sociali – manco a dirlo – bianco e verde, capace negli anni di battere il regime della DDR e di respingere al mittente le profferte di acquisizione di una nota multinazionale delle bibite energetiche.

Un’altra storia biancoverde, raccontata qui:

http://www.calcioromantico.com/a-spasso-nel-tempo/la-leggenda-del-resto-di-lipsia/