Trapani 1 – Avellino 1, il pareggio è come la cassata

Il pareggio è come la cassata: dolce al primo assaggio, con tutto quello zucchero che ti delizia il palato, insopportabilmente stucchevole già dal secondo boccone.
Dopo il punto preso a Spezia, al Provinciale di Trapani i Lupi mettono in carniere un altro pari esterno, uscendo indenni da due trasferte consecutive molto temute alla vigilia. Timori infondati, ad ogni modo: come già la compagine di Stroppa, anche quella di Boscaglia non ci mette mai in difficoltà, e alla fine l’Avellino Club Roma recrimina all’unanimità per una vittoria mancata. In classifica abbiamo fatto 30, ma, già che c’eravamo, potevamo fare 30 e lode, cioè 32.
Già nel primo tempo il taccuino segnala una netta prevalenza dell’Avellino: un cross dalla destra non finalizzato da Schiavon, una conclusione da fuori di D’Angelo, una percussione di stile rugbistico di Arini, una deviazione in spaccata di Izzo, una zuccata di Castaldo su traversone ancora di Zappacosta, due occasioni non finalizzate da Soncin, cui il Trapani risponde con due conclusioni dalla distanza di Pirrone e Basso. Nessuna palla-goal eclatante, ma una netta prevalenza dei nostri nel computo delle occasioni.
Nella ripresa è un crescendo dei verdi, fino alla rete del vantaggio. Si inizia con un tiro dalla distanza di Arini, Nordi ribatte sui piedi di Castaldo, conclusione di Gigione, nuova parata del portiere siciliano. Ma è l’occasione sprecata da Soncin, servito dalla destra da Zappacosta, a gridare vendetta. Ci provano ancora Castaldo, Arini e Galabinov (subentrato al Cobra), finché Mariano Settepolmoni non la butta dentro, finalmente, incornando su calcio d’angolo. Manca meno di un quarto d’ora: sembra fatta.
Il Legend pub esplode di gioia, ma i festeggiamenti non sono finiti che il Trapani pareggia con Mancosu, tutto solo in prossimità dell’area piccola, servito in posizione dubbia sugli sviluppi di una punizione dalla sinistra.
Una conclusione larga del bulgaro e un colpo di testa di Abate, alto, chiudono il match.
Sulla strada del ritorno da San Lorenzo, conveniamo con Angelo Picariello nei giudizi postpartita: prestazione ottima, che alimenta i rimpianti per non aver fatto bottino pieno; la classifica si muove ancora, e i due pari esterni vanno ora capitalizzati con un pieno di punti nei tre incontri che ci separano dalla fine del girone d’andata.
Soprattutto, aggiungo io, per la prima volta nelle ultime cinque stagioni il Trapani di Boscaglia non sembra a noi superiore, anzi ci teme, ci subisce e ringrazia gli dei dell’Olimpo per il pareggio. Per me che ero al Provinciale quando i granata ci surclassarono nella finale play-off di Seconda Divisione, solo tre anni fa, e per tutti quelli che hanno sofferto sugli spalti o davanti alla tv quando, lo scorso maggio, il Trapani ci ha conteso fino all’ultimo respiro la Supercoppa di Lega Pro, è una confortante novità.
Preoccupa la scarsa capacità di finalizzare la mole di gioco prodotta: serve come il pane una seconda punta, poiché Soncin ha definitivamente le polveri bagnate, Galabinov alterna ottime prestazioni a prove svagate e Castaldo non può cantare e portare la croce.
Sugli scudi Arini, sia in fase di contenimento che in attacco, dove ci prova di forza, da fuori, con inserimenti in area piccola e di testa. Buona anche la prova di Izzo. Zappacosta è una spina nel fianco di Boscaglia, ma cala nel finale. Seculin si guadagna la pagnotta, in attesa che torni Saracinesca Terracciano.
Per stasera siamo quarti in classifica: da qui ripartiamo per i prossimi appuntamenti di campionato e per il mercoledì di coppa. Torino sarà biancoverde.

Trofei in bacheca

La Lazio vince la Coppa Italia e la stagione 2012/13 volge al termine, in attesa dei playoff di B e Lega Pro, che però non assegnano titoli.
Il bilancio definitivo dei trofei assegnati dal calcio professionistico italiano è dunque il seguente:
Due titoli: Juventus, Avellino, Salernitana;
Un titolo: Lazio, Sassuolo, Trapani, Savona, Latina.

Lost & found: Diego Hernàn Acoglanis

Occorrono memoria, curiosità, tecnologia e serendipità, e il gioco è fatto: che fine ha fatto questo o quel calciatore, che in passato ha vestito la casacca dei lupi?

Iniziamo, in maniera assolutamente arbitraria, con Diego Hernàn Acoglanis, mediano argentino, classe ’82, in biancoverde da gennaio a giugno 2011.

Acoglanis cresce calcisticamente nel Rosario Central, poi passa al Central Cordoba, quindi valica la Cordigliera delle Ande e passa ai cileni del Coquimbo. Il passaporto comunitario lo convince a cercare fortuna in Europa, prima in Spagna, con i galiziani del Lalìn, poi in Italia, dove ricomincia dalle categorie dilettantistiche: dopo due campionati a Campobasso, in serie D, nel 2008/09 si unisce all’Hirpinia, in Eccellenza. Ed è qui che, durante la trasmissione di una partita su un canale locale, sento per la prima volta pronunciare dal telecronista il nome di questo calciatore, che immagazzino in qualche parte remota della mia memoria. Da essa attingo quando un paio di stagioni dopo l’Avellino lo mette sotto contratto, dopo il campionato di C2 vinto con le vespe della Juve Stabia e un fugace passaggio al Fidene: “El Tata” raggiunge all’ombra del Partenio i connazionali Vicentin e Comini.

Nella stagione regolare del campionato di Lega Pro seconda divisione il nostro totalizza 12 gettoni di presenza e una rete, un bel destro al volo che regala all’Avellino la vittoria sul sintetico di Pomezia. Inutile dire che io c’ero, nella trasferta in assoluto più breve della mia carriera di tifoso.

La seconda marcatura stagionale del rosso argentino arriva nella doppia finale playoff contro il Trapani: Diego segna la rete del 2 -1 casalingo, che i siciliani ribaltano a loro favore nella gara di ritorno.

Dopo la breve esperienza in Irpinia, Acoglanis si accasa alla Paganese, sempre in C2. Al termine del campionato con gli azzurrostellati chiude – per il momento – la lunga carriera da trotamundos e fa ritorno in Argentina.

Ed è lì che, seguendo le sue tracce nel Web, lo ritroviamo, nella sua Rosario, con la maglia del Tiro Federal, squadra di terza divisione, con la quale, fino a marzo, mette insieme 20 presenze e una rete.

F come Forza e Coraggio

Da squadra di oratorio, la Forza e Coraggio di Benevento alla fine degli anni duemila raggiunge la serie D. Veste di giallorosso, come il Benevento “vero”, e il sorteggio la designa come avversario dell’Avellino Calcio.12 per il primo turno della Coppa Italia di Serie D, prima partita dei biancoverdi dopo il fallimento dell’Uesse e il tonfo tra i dilettanti dopo mezzo secolo di professionismo.
Il 12 luglio 2009 si gioca al Partenio, davanti a 4mila persone: la storia non è finita, sembrano dire, ma molte di queste non torneranno su quegli spalti per anni. Segna il carneade Aniello Nappi, poi l’Avellino vince ai rigori. Io esulto come un disperato e in differita in un internet point di Zara, ma i dalmati sono uomini di mondo e non ci fanno caso.
La settimana seguente arriva una pesante sconfitta in quel di Francavilla Fontana: per i Lupi la serie D è un mezzo calvario, con i playoff agguantati a spese della Rossanese dopo lo spareggio di Matera, la vittoria in semifinale contro il Trapani e la beffa in finale in quel di Lamezia: segna – a tradimento – tale Mangiapane, con una punizione da quaranta metri che sorprende il portiere e i settecento avellinesi al seguito, compresi me e mio padre.
La riammissione in serie C2 arriva in estate grazie al piazzamento playoff e alla tradizione sportiva della città, con tanti saluti a Viribus Unitis – che passa al Partenio davanti ai miei occhi increduli – Sapri, Rosarnese e Palazzolo.