Maciniamo chilometri e superiamo gli ostacoli

Maciniamo chilometri (ce ne sono 800 fa percorrere) e superiamo gli ostacoli (quasi tutti), per assistere ad Avellino – Brescia.
Non mi fermano la neve sull’Autostrada dal Brennero, la chiusura del tratto appenninico tra Bologna e Firenze, ancora il nevischio fino a Riccione. Compro le catene, perfino, che però non sarei in grado di montare. Per il Lupo, per arrivare in tempo per la partita.
Stamattina, però, la macchina non vuole saperne di partire e mi inchioda in un albergo di San Benedetto del Tronto,  tappa intermedia coatta in luogo della meta designata, Roma, ieri sera irraggiungibile a causa di una nevicata tra San Gabriele e Colledara, nel tratto abruzzese. La batteria è giù, le officine chiuse, le chanche di raggiungere il Partenio asfaltate.
Getto la spugna e mi preparo alla seconda partita consecutiva seguita in contumacia, tra streaming radio e condivisioni sui social media.
È andata appena un po’ meglio alla squadra del Brescia: il treno fa ritardo per il maltempo, la coincidenza a Milano salta, il viaggio diventa rocambolesco quasi quanto il mio. Quando si dice “L’Italia spezzata in due dalla morsa del gelo”. Oppure che “Una rondine(lla) non fa primavera”.
A San Benedetto esce un bel sole, una manna dal cielo dopo il tempaccio di ieri. Percorro il bel lungomare, adorno di palme, col cellulare all’orecchio, come si faceva trent’anni fa con il transistor. Giunto in albergo arricchisco il menu con l’intramontabile Televideo.
Da lontano la vittoria sembra meritata, e come sempre faticata, come conviene a un campionato livellato come quello in corso. Si poteva pareggiare, si poteva perdere, perfino. Come può accadere ad ogni turno di campionato e contro qualsiasi avversario. È bene tenerlo a mente; sarebbe opportuno evitare di fare drammi per le inevitabili sconfitte. Il Trapani dal gioco spumeggiante che alla Vigilia ce ne ha fatte quattro oggi le ha prese contro una coriacea Pro Vercelli. E noi, che non avremmo gioco, torniamo a + 2 dalla banda Boscaglia. Personalmente dell’estetica me ne infischio. Voglio vincere uno a zero in casa e pareggiare a reti bianche tutti i sabati. E che si perda di misura o con 3 goal di scarto per me non fa differenza. La sconfitta casalinga del Livorno ci consegna, al giro di boa, la quinta posizione, a sole due lunghezze dal posto d’onore. I fatti sono questi, mentre le chiacchiere le disperde il vento.
Uno che pure bada ai fatti è Angelo Picariello. La sua Rastrellata chiude i battenti, ed è un peccato. Lo dico da lettore; lo confermo da tifoso: nell’ambiente c’è bisogno di raziocinio e unità d’intenti, per evitare di replicare la vicenda di Filippo e del panaro, che incombe a ogni passo falso della nostra squadra. Ecco perché questo modesto blog è a disposizione del presidente onorario dell’Avellino Club Roma, ogni volta che vorrà scaldare i polpastrelli per scrivere di calcio.
Uno che le dita alla testiera non dobrebbe neppure avvicinarle è Mario Balotelli: twitta così male che di consulenti dovrebbe assumerne uno stuolo. Per il momento, però, il bresciano (eccone un altro!) ha al suo fianco solo il nostro ex difensore Desmond N’ze. Lo avevo lasciato in Giappone; me lo ritrovo a Liverpool, a fare da balia, con mansioni non meglio precisate, al suo più famoso compagno di squadra nelle giovanili neroazzurre. Nel dubbio, caro Desmond, sequestra il cellulare a Balo. O almeno cerca di evitare che scriva fesserie: una volta che hai postato, cancellare o precisare non serve.
Ci vorrebbe un social media manager, per alcuni calciatori. Oppure le società di calcio dovrebbero regolamentarne l’uso con delle policy precise e restrittive. Tipo che non si sputa via Twitter nel piatto in cui si mangia.

L’Avellino spiegato a una giapponese (Pescara 0 – Avellino 0)

Parte da Milano e mi riporta a casa, ma non è esattamente il treno di Natale né l’Espresso delle 21, entrambi di gargiuliana memoria: attacco il post da un vagone di Italo, in partenza da Milano Garibaldi e con destinazione Roma Tiburtina. Con quello che costa, il treno non è troppo pieno, e neppure corre troppo piano: tre ore e arrivo. Da lì, tiro diritto alla tana dell’Avellino Club Roma, per la festa prenatalizia. In palinsesto ricchi premi, cotillons, brindisi e Lupi-Lupi.
Li ho lasciati ieri allo stadio Adriatico,  gli amici della Capitale, dopo il pareggio a reti bianche con il Pescara: un buon punto, lo dico subito, a scanso di equivoci. Al triplice fischio mi accolgono i Lupi del Nord, antichi sodali con i quali raggiungo la metropoli ambrosiana, dove sono atteso a festa di triplice compleanno. Ecco perché, partito da Roma alla volta di Pescara, a Roma ritorno, il giorno dopo, da Milano.

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In totale ieri mi faccio sette ore d’auto e di chiacchiere. Gli inviti ad aggiornare il blog non mancano, e gli spunti neppure.
Il viaggio da Roma lo faccio con Giuseppe e con Nando. La giornata è tersa, la temperatura gradevole; le cime sono ricoperte da una coltre candida che neppure il Soratte nei versi del poeta Orazio. Verrebbe voglia di fare una bella scritta nella neve, così grande che la si veda dall’auto. Un po’ come quandi il Giro d’Italia fa tappa allo Stelvio o al Pordoi e l’elicottero inquadra dall’alto gli incitamenti a questo o quel ciclista, vergati sulla bianca lavagna ghiacciata. Cosa si potrebbe scrivere? “Forza Lupi” è banale, ci vorrebbe un guizzo di creatività. “Forza Filkor”, dovremmo scrivere: il fantomatico magiaro è argomento di conversazione per metà almeno del viaggio. Se qualche anno fa si costituì un fans club per Marco Capparella, anche Attila merita che i suoi adepti si riuniscano in circolo per decantarne le gesta.
Il viaggio per l’Alta Italia è più lungo. Con Michele e Daniele andavamo insieme in trasferta un decennio fa, quando anch’io ero lombardo e indossavo fiero la sciarpa dei Lupi del Nord.

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Con Michele rievochiamo un viaggio di ritorno dall’Aquila, zavorrati dal pareggio allo scadere di Vidallè e da pastiere, pizzechiene e pizzecollerba, ché erano appena finite le vacanze di Pasqua e si rincasava con le provviste.
Francesco, che sta a Milano da meno tempo, lo conosco dai tempi dei forum di avellinocalcio.net e poi del Pianeta Biancoverde. Sono tanti i campionati che abbiamo sulle spalle. Un pedigree di sostenitori al seguito che nel mio caso alimenta le ragioni e i contenuti di questo blog, nel caso di Francesco lo spinge ad essere uno dei principali autori delle voci di Wikipedia dedicate all’Avellino. Si deve a lui la modifica principale: la riunificazione delle voci di Aesse e Uesse, precedentemente separate, caso unico nel wikipedianesimo calcistico. Una circostanza che mi addolorava un bel po’: grazie a Lupo Caliente per aver ripristinato la verità.
Mentre esco dallo stadio chiamo in radio. Il conduttore mi parla di una brutta prestazione. Io lo contraddico: non toccava a noi fare la partita, ma ai padroni di casa.
Il punto è buono e la prova è incoraggiante, in termini di applicazione e capacità di soffrire: un passo in avanti verso l’uscita dal tunnel. Peccato per l’espulsione di Ely, per me troppo severa, giunta mentre stavamo affacciandoci più di frequente loro metà campo. Con Comi a fare da pivot, Castaldo ha potuto svariare su tutto il fronte d’attecco ed è parso in ripresa. Bene anche Zito, che ha i mezzi tecnici che molti dei nostri non hanno.
I nostri, noi. “Oggi giochiamo a Pescara”, ho detto ieri a colazione a Tomoko, l’amica giapponese nostra ospite per qualche giorno con marito siculo e figlio piccolo che timidamente cerco di conquistare alla causa dei Lupi, non avendo ancora scelto la sua squadra.
“Noi? Perché, giochi anche tu?”, mi ha chiesto meravigliata.
“In un certo senso sì”, le ho risposto, prima di lanciarmi in una dissertazione su identità e senso d’appartenenza, calcio e tifoserie, nella prospettiva di un italiano, e anzi di un irpino.