Via Piave, 90

Sul più bello, ecco Natale, Capodanno e la sosta di campionato. Stavolta dopo le cinque vittorie consecutive e la sbornia di Cesena.

Succede da qualche anno che il campionato si fermi per qualche settimana dopo il turno prenatalizio. E le strategie per gestire la dipendenza da pallone sono ormai rodate. La principale: il pellegrinaggio in edicola, nei giorni in cui sono ad Avellino. Il menu è ricco: l’album e le figurine Panini, l’almanacco illustrato, sempre della casa modenese, il calendario ufficiale ora dell’Aesse e ora dell’Uesse, quello della Curva Sud da comprare al Bar Broadway. Ma, se la sorte è benevola, ci scappano anche la sfida a Subbuteo o la partitina postcenone.

Stavolta raggiungo il chiosco di San Ciro con un intento preciso: mettere le mani sul libro di Felice D’Aliasi, I ragazzi del ’72, che ripropone l’epopea di quel campionato di serie C stravinto dai Lupi. Una cronaca serrata, che mi consente di (ri)vivere le emozioni della stagione in cui tutto e cominciato.

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Non avevo ancora compiuto due anni mentre l’Avellino stendeva di rigore il Lecce e approdava per la prima volta nella sua storia in cadetteria, al netto della promozione revocata del 1948/49. Prendeva avvio per la nostra squadra una lunga parabola ascendente, culminata nel decennio in massima serie, e scattava per me la scintilla del tifo, poi divampata in incendio.

Abitavamo a via Piave, civico 90. La sala e il corridoio erano invasi da palloni di ogni tipo, con i quali mi esercitavo a calciare indoor e outdoor, nell’ampio terrazzo all’ultimo piano dell’edificio, da cui spesso la sfera precipitava nel cortile. Nello stesso palazzo abitava l’allenatore dei Lupi, mister Toni Giammarinaro. Al piano terra, qualche anno dopo, avrebbe avuto sede lo storico club di Marcantonio Napolitano. Da via Piave a Contrada Zoccolari, dove sorge il futuro stadio Partenio, ci vuole un attimo. Il testa a testa con il ‘Leccione’ accendeva le mie fantasie e mi faceva sentire parte di una storia collettiva che accendeva di entusiasmo un’intera città. Non sapevo leggere, ovviamente, ma già riconoscevo i calciatori dalle figurine. Era sufficiente mostrami gli scarpini, dicono, e io ne indovinavo il nome. Oriali era quello con la scarpa scoperchiata.

Al campo sportivo ci sarei andato per la prima volta solo qualche anno dopo. Mi ci portò mio nonno. Giocavamo contro l’Alessandria, o forse era il Novara. I cancelli della curva nord furono aperti all’intervallo, e così entrammo senza pagare, in tempo per assistere a un secondo tempo d’attacco, nel quale l’Avellino fece sua la partita.

Miniussi, Codraro, Piaser. La formazione l’ho imparata a memoria qualche anno dopo. Con il tempo, però, un po’ l’avevo dimenticata. Palazzese dove giocava? E Zoff, era un mediano o un interno di centrocampo? Dopo aver letto e riletto il libro di D’Aliasi, quella formazione non la scorderò più. Perfino le partite mi sembra di averle vissute. La rete del baffuto Codraro in acrobazia contro la Juve Stabia, rievocata da Angelo Picariello,  ha ora le fattezze del goal di un altro difensore, Gill Voria, contro la Sambenedettese, l’anno che Vullo ci riportò in serie B.

Una questione di centimetri (Pro Vercelli 1 – Avellino 1)

Arrivo alla Officine XN, la tana dell’Avellino Club Roma, con lieve ritardo: Pro Vercelli – Avellino è già iniziata. Il “Silvio Piola” , però, merita il rango di campo principale di “Tutto il calcio”, e i primi minuti li seguo alla radio, mentre attraverso San Giovanni e raggiungo San Lorenzo. L’inviato sbaglia la formazione, segnalando tra i titolari Arnor Angeli. Tra gli undici, invece, neppure un belga.

La colpa del ritardo è tutta della tavola da Subbuteo, che per pochi centimetri non entra dal portabagagli: troppo larga, e l’impenetrabilità dei corpi non fa sconti. Per fortuna ho una Pluriel: via la capote, il truciolato infilato dall’alto, in verticale. Il risultato è un veicolo bizzarro, mezzo auto e mezzo barca a vela, con il quale solco lento e guardingo le vie della Capitale, occhi aperti a scrutare i vigili urbani, orecchie tese a seguire le imprese dei Lupi.

A Vercelli non sono mai stato, ma ho a casa un gagliardetto della Pro. I 7 scudetti delle Bianche Casacche, Virginio Rosetta, il giovane Silvio Piola: epoche lontane, storie e personaggi conosciuti attraverso i libri e gli almanacchi, alimento per il mio amore per il gioco del pallone. Ma anche un indistinto Nordovest, fatto di risaie, nebbia e zanzare: Riso amaro, Giuseppe De Santis dietro la macchina da presa e Silvana Mangano improbabile mondina. Il protagonista maschile del film è Raf Vallone, già calciatore nelle giovanili del Grande Torino, l’ultimo capitolo di un calcio epico, di cui quello attuale è pallido riflesso.

Raggiungo finalmente le Officine e consegno il prezioso carico; dopo la partita si gioca a calcio in punta di dita. Saluto collettivamente i presenti, una trentina circa.

Contemporaneamente un destro di Gigi Castaldo inaugura la lunga serie di occasioni non concretizzate per un nonnulla, la cui somma produce l’1 a 1 finale.

Il vantaggio dell’Avellino è in comproprietà tra Gigione e Paolo Regoli. Il bomber di Giugliano è oggi una spanna sopra a tutti gli altri, per tecnica e generosità; il terzino, orfano del gemello Arrighini, festeggia la ritrovata efficienza fisica con la prima rete in B.

Al goal esulto da seduto: la partita la guardo sdraiato su un pouf; al mio fianco Angelo Picariello, in versione Rai News24, che mi elargisce le sue preziose annotazioni tecniche e mi incoraggia ad aggiornare questo blog, per il quale in settimana ha speso parole al miele in diretta televisiva.

Una poltrona per due, insomma, che ci inghiottisce impedendoci di scattare in piedi per unirci ai festeggiamenti. La rete sembra il preludio di una rinfrancante vittoria esterna, e invece no, perché a 5 dal termine ci punisce Di Roberto. Anche qui è una questione di centimetri. Come per la tavola da Subbuteo.

L’importanza del punto conquistato al “Silvio Piola” è tutta nei numeri. In casa la Pro ha uno score di prim’ordine, fatto di 7 vittorie e una sola sconfitta; con quello di ieri, i pari sono appena 3. Lontano dal Partenio i Lupi hanno mosso la classifica in 8 occasioni sulle 11 trasferte totali. In un campionato estremamente equilibrato, rispettare la media inglese garantisce di sedersi al tavolo della post-season in una posizione vantaggiosa.

Al triplice fischio, però, il rammarico per l’occasione mancata prevale. Con 2 punti in più avremmo raggiunto il secondo posto in classifica. Avellino sprecone, sintetizza a caldo Mariano Messinese. Su Facebook Francesco scrive di un primo tempo da ricordare, il migliore che abbia mai visto dal ritorno in cadetteria. A Latina, lo scorso anno, eravamo stati ancora più convincenti, ribatto. Tra questa squadra e quella dello scorso anno c’è un filo rosso: siamo sempre qui, a giocarcela, al limite delle nostre possibilità. Al mercato di riparazione e a una diversa preparazione atletica le chance di trasformare gli auspici in realtà.

Raggiunti in extremis, tocca sfogarsi: con le mie miniature verdi ne segno cinque al mio avversario di giornata, giovane blogger caudino, che paga a caro prezzo le incaute parole della vigilia. A Subbuteo ancora ci so fare. Per festeggiare la ritrovata adolescenza, all’indomani mi taglio perfino la barba.

subbuteo

Ci sa fare tra i pali Pietro Terracciano, un amico di questo blog, che dopo l’ennesimo infortunio torna a difendere la porta del Catania. Forza Pietro, ci si rivede sotto al vulcano.

Maciniamo chilometri e superiamo gli ostacoli

Maciniamo chilometri (ce ne sono 800 fa percorrere) e superiamo gli ostacoli (quasi tutti), per assistere ad Avellino – Brescia.
Non mi fermano la neve sull’Autostrada dal Brennero, la chiusura del tratto appenninico tra Bologna e Firenze, ancora il nevischio fino a Riccione. Compro le catene, perfino, che però non sarei in grado di montare. Per il Lupo, per arrivare in tempo per la partita.
Stamattina, però, la macchina non vuole saperne di partire e mi inchioda in un albergo di San Benedetto del Tronto,  tappa intermedia coatta in luogo della meta designata, Roma, ieri sera irraggiungibile a causa di una nevicata tra San Gabriele e Colledara, nel tratto abruzzese. La batteria è giù, le officine chiuse, le chanche di raggiungere il Partenio asfaltate.
Getto la spugna e mi preparo alla seconda partita consecutiva seguita in contumacia, tra streaming radio e condivisioni sui social media.
È andata appena un po’ meglio alla squadra del Brescia: il treno fa ritardo per il maltempo, la coincidenza a Milano salta, il viaggio diventa rocambolesco quasi quanto il mio. Quando si dice “L’Italia spezzata in due dalla morsa del gelo”. Oppure che “Una rondine(lla) non fa primavera”.
A San Benedetto esce un bel sole, una manna dal cielo dopo il tempaccio di ieri. Percorro il bel lungomare, adorno di palme, col cellulare all’orecchio, come si faceva trent’anni fa con il transistor. Giunto in albergo arricchisco il menu con l’intramontabile Televideo.
Da lontano la vittoria sembra meritata, e come sempre faticata, come conviene a un campionato livellato come quello in corso. Si poteva pareggiare, si poteva perdere, perfino. Come può accadere ad ogni turno di campionato e contro qualsiasi avversario. È bene tenerlo a mente; sarebbe opportuno evitare di fare drammi per le inevitabili sconfitte. Il Trapani dal gioco spumeggiante che alla Vigilia ce ne ha fatte quattro oggi le ha prese contro una coriacea Pro Vercelli. E noi, che non avremmo gioco, torniamo a + 2 dalla banda Boscaglia. Personalmente dell’estetica me ne infischio. Voglio vincere uno a zero in casa e pareggiare a reti bianche tutti i sabati. E che si perda di misura o con 3 goal di scarto per me non fa differenza. La sconfitta casalinga del Livorno ci consegna, al giro di boa, la quinta posizione, a sole due lunghezze dal posto d’onore. I fatti sono questi, mentre le chiacchiere le disperde il vento.
Uno che pure bada ai fatti è Angelo Picariello. La sua Rastrellata chiude i battenti, ed è un peccato. Lo dico da lettore; lo confermo da tifoso: nell’ambiente c’è bisogno di raziocinio e unità d’intenti, per evitare di replicare la vicenda di Filippo e del panaro, che incombe a ogni passo falso della nostra squadra. Ecco perché questo modesto blog è a disposizione del presidente onorario dell’Avellino Club Roma, ogni volta che vorrà scaldare i polpastrelli per scrivere di calcio.
Uno che le dita alla testiera non dobrebbe neppure avvicinarle è Mario Balotelli: twitta così male che di consulenti dovrebbe assumerne uno stuolo. Per il momento, però, il bresciano (eccone un altro!) ha al suo fianco solo il nostro ex difensore Desmond N’ze. Lo avevo lasciato in Giappone; me lo ritrovo a Liverpool, a fare da balia, con mansioni non meglio precisate, al suo più famoso compagno di squadra nelle giovanili neroazzurre. Nel dubbio, caro Desmond, sequestra il cellulare a Balo. O almeno cerca di evitare che scriva fesserie: una volta che hai postato, cancellare o precisare non serve.
Ci vorrebbe un social media manager, per alcuni calciatori. Oppure le società di calcio dovrebbero regolamentarne l’uso con delle policy precise e restrittive. Tipo che non si sputa via Twitter nel piatto in cui si mangia.