Sarà dolce il ritorno (Avellino 2 – Spezia 0)

Sarà dolce il ritorno a Roma, dopo questa bella vittoria sullo Spezia, a bordo della fedele Pluriel arancione, che le sapienti mani del meccanico hanno rimesso in sesto, di nuovo, quando sembrava aver reso l’anima allo sfasciacarrozze.
Romba ancora, dopo duecentomila e passa chilometri, l’auto che acquistai dieci anni fa, di ritorno da una trasferta a Vicenza: la precedente vettura aveva deciso di abbandonarmi nel bel mezzo del parcheggio del Romeo Menti.
Romba, anzi ulula, l’Avellino, che in vista del traguardo di un campionato lunghissimo si dimostra in gran forma, nel fisico e nella testa, e lancia la volata per un posto play-off che ora non può sfuggirci.
L’ha rimessa in sesto mister Rastelli, quando molti dicevano che la stagione era finita, e quanti non si accodavano al coro delle cornacchie lo facevano per fede, più che per raziocinio.
Sono tornati a mordere i garretti capitan Angelo D’Angelo ed Eros Schiavon, oggi autore di un assist e di un goal, affrancati da compiti di impostazione, di cui si fa carico un Togni ordinato e diligente.
Timbra il cartellino Andrey Galabinov, oggi spietato, a differenza di Gigione Castaldo, che semina molto e raccoglie poco, ben marcato da Magnusson.
Si rivede Saulo “Woodstock” Decarli, che se la cava contro Ferrari, che mi è piaciuto più del compagno di reparto Ebagua.
Chiude la porta a doppia mandata Andrea Seculin, che se la vede con Giulio e con Migliore, il terzino sinistro che ci manca, che già all’andata mi aveva impressionato.
Esulta il pubblico, numeroso ma non strabordante, caloroso e colorato, con una folta rappresentanza di bambini, provvisti di bandiere, striscioni e trombette.

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Stanno zitti, sovrastati, gli arrighisacchi che siedono in Terminio e che telefonano alle radio, quelli per cui il nostro tecnico sbaglia la formazione, non sa fare i cambi ed è il capo dei cattivi.
Martedi c’è il Trapani, che precediamo di due lunghezze. La banda Boscaglia incrocia da cinque campionati i nostri destini: lo scorso anno ci consegnò la Supercoppa, ora deve staccarci il biglietto per la post-season. Sarebbe il giusto premio per una stagione da incorniciare.
Forza Lupi e forza Avellino!

Categorici con i Pitagorici (Avellino 2 – Crotone 0)

Parcheggiamo e il cielo si apre, squarciato da un raggio di sole.
Papà mi guarda, io lo guardo, e senza dirci nulla lasciamo i rispettivi ombrelli sul sedile posteriore.
Entriamo in Terminio prima del solito, con noi zio Tarquinio, che la sa lunga e si è munito di k-way.
Lo stadio è gremito e rumoroso. Oggi non ce n’è per nessuno: c’è aria di vittoria, cresciuta in settimana giorno dopo giorno; c’è voglia di scrollarsi di dosso le ambasce e le polemiche degli ultimi lunghissimi cento giorni.
Rastelli mette in campo una difesa a quattro, Togni in posizione di centromediano, Ladrière insieme a capitan D’Angelo e Schiavon; in attacco Galabinov si riprende la maglia da titolare.

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Per fortuna gli anziani della famiglia guadagnano la postazione a ridosso della tribuna stampa, protetta da un tettoia: neanche cinque minuti e comincia a piovere fitto.
Segna sotto la pioggia Eros Schiavon, che riprende una palla smanacciata dal portiere su traversone di Galabinov. Poco dopo inizia il diluvio. La curva si trasferisce nell’anello inferiore,  io pure riparo al piano di sotto, perché la tettoia è già occupata e l’ombrello di Marco serve a poco, quando la pioggia diventa diluvio prima, e poi grandine.

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Si sta bene, al piano inferiore: il tifo rimbomba, e si incontrano facce diverse da quelle consuete. Duetto fino al 45esimo con un bambino che grida più di me e mi elargisce inattese perle di saggezza tattica.
Il Crotone spinge sulla destra con Del Prete e spreca una grossa occasione in contropiede, noi arretriamo appena ma controlliamo bene, con Izzo alla Beckenbauer, Peccarisi insuperabile e il Romulo Lazzaro Togni a suo agio anche sul pantano. Sulla fascia Zappacosta arremba come fosse il girone d’andata, Galabinov lavora bene fuori area, Castaldo è fermato da un intervento dubbio, forse di mano, dell’ultimo difensore calabrese.
La ripresa la guardo dall’anello superiore: Giove Pluvio si impietosisce e concede una tregua.
Il Dio Bulgaro, invece, grazia in diverse occasioni l’estremo ospite: una volta fallisce un rigore in movimento; un’altra è la maglia tirata che ne frena l’elevazione; poi Andrey non tira quando dovrebbe e serve male Castaldo; infine annaspa nella palude che inghiotte il dischetto e non finalizza un batti e ribatti.
Al festival delle occasioni fallite di un niente partecipano Schiavon, spinto da tergo (rigore!), il subentrato Angiulli, anticipato al momento del tiro dopo una percussione centrale, e Gigione, che stoppa male un bel pallone di Ladrière, cresciuto a vista d’occhio nella ripresa.
Il raddoppio, sacrosanto, giunge infine nell’extra time, e lo firma Galabinov, che se lo meritava, dopo aver sovrastato nella corsa il difensore e dribblato il portiere.
Una partita ben giocata, con la testa e con i polmoni, una festa che il Partenio aspettava da tempo, una liberazione per Rastelli, Zappacosta, Togni, Galabinov.
All’uscita Dario De Simone mi chiede delle prospettive play-off: la trasferta di Cesena ci dirà di più, ma ora è tempo di godersi questa vittoria (e questa stagione), senza soverchi calcoli.

Altre storie biancoverdi di Bulgaria

Non c’è solo Galabinov a connettere il biancoverde e la Bulgaria.
Certo, ci sarebbe da raccontare della fugace esperienza al Botev Plovdiv degli ex Ciro Oreste Sirignano e Marco D’Argenio, quest’ultimo nuovamente in Tracia nelle fila del Gigant Saedinenie. Ma non è di questo che voglio scrivere.
Il campionato bulgaro presenta un’elevata concentrazione di biancoverde: sono ben tre le compagini della massima serie che vestono i colori a noi cari, a cominciare dai campioni in carica del PFC Ludogorets di Razgrad, che in settimana hanno eliminato dall’Europa League la Lazio.
Proprio questo pomeriggio il Ludgorets si è imposto nel derby biancoverde con il PFC Pirin Gotse Delchev, consolidando il primato in classifica, con un punto di scarto dal Litex Lovech. Le reti sono giunte tutte nella ripresa, e a referto è andato anche Platini.
Non si tratta di quel Platini, ma del trentenne brasiliano Michel Platini Ferreira Mesquita, un passato a Hong Kong, in Cina e in vari campionati dell’Europa dell’Est, che le Aquile di Razgrad hanno acquistato la scorsa estate dai rivali del CSKA Sofia.
Fondato nel 1945, il Ludogorets ha passato i primi sessantasei anni di vita nei campionati inferiori, fino alla promozione ottenuta al termine della stagione 2010/2011.
Da matricola la squadra di Razgrad, città di poco più di settantamila abitanti, riesce nell’incredibile impresa di centrare Campionato, Coppa di Bulgaria e Supercoppa. Decisiva, per il titolo nazionale, la vittoria di misura contro i campioni uscenti del solito CSKA.
L’anno scorso il bis-scudetto, mentre la coppa va ad altri biancoverdi, quelli del PFC Beroe di Stara Zagora, già vincitori di un titolo nazionale a metà anni Ottanta e di ben quattro Coppe dei Balcani.


E i biancoverdi del Pirin? Questi ultimi sono appena al secondo campionato di massima divisione e non possono annoverare titoli in bacheca. A loro, in ogni caso, l’alloro per lo stemma più bello, che riproduce l’omonimo massiccio montuoso, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità.
Biancoverdi e di montagna: io tengo per il Pirin.

Fere, picchia e pampepatu (Ternana 1 – Avellino 1)

Mi sveglio prima del solito. E’ sempre così, il giorno della trasferta: agitazione che neppure prima di un esame all’università, voglia di respirare a pieni polmoni e fin dal mattino l’aria frizzante del match day.
Alla levataccia contribuiscono i postumi della serata in pizzeria: Izzo e Ladrière con noi, le foto di rito e gli autografi, gli incitamenti e le strette di mano, i pronostici e le sciarpe al collo dei nostri beniamini, e però la frittura all’italiana non l’ho digerita. Good vibes e qualche crampo allo stomaco l’indomani.
Quando il pericolo incombe, il Capo del Governo riunisce d’urgenza il Gabinetto, e così faccio anch’io, armato del fedele iPad, che mi aiuta a deliberare.
Cerco qualche immagine della serata di ieri, di cui mi rimane un solo scatto, che mi ritrae accanto al nostro numero 5. Michele, cui ho affidato lo smartphone, ha zoomato troppo e non ha messo a fuoco, sicché confido nel potere del crowdsourcing per recuperare qualche foto decente. E’ ancora presto, però: gli associati dell’Avellino Club Roma dormono il sonno dei giusti, e tra essi il nostro Presidente, di cui divoro una Rastrellata da antologia, consegnata alle stampe nel cuore della notte. L’Avellino è una fede e un credente non può mancare ai suoi doveri.
L’Umbria, poi, è terra di santi e beati, monasteri e santuari, mentre lu ternanu affida da sempre la propria devozione alla trimurti “Fere, picchia & pampepatu”. Le Fere sono i calciatori rossoverdi, la picchia merita un pudico omissis, il pampepato è un dolce natalizio a base di noci, nocciole, mandorle e quant’altro, che però ben si presta ai doppi sensi. Nella città dell’acciaio, la “Manchester italiana”, insomma, resiste un immaginario da old working class che sembra di stare negli anni Settanta. Gli stessi nei quali la Ternana approda, sia pure fugacemente, in Serie A, e al cui epilogo si formano i Freak Brothers, lo storico gruppo ultras rossoverde, quello dello striscione a testa in giù, solide tradizioni di sinistra, gemellaggi con le principali tifoserie antirazziste d’Europa.
Insomma, Ternana significa tradizione, e il sabato al Libero Liberati – che nome fantastico, e che stadio, con quei tre anelli! – non è un pranzo di gala. Lanciano e Cesena hanno pareggiato, se ne uscissimo con un punto nel carniere sarei più che soddisfatto, a prescindere.
Ora, però, basta divagare: tra poco più di un’ora l’appuntamento con il capocarovana, bisogna acchittarsi per l’occasione e prepararsi una robusta colazione.
Quando ricomincio a digitare siamo ripartiti da poco dal meeting point di Fiano Romano, dove si fa il pieno di entusiasmo e calorie. Io mi sparo un panino con cassoeula, giacché è noto che mi nutro di avanzi. A completare la metamorfosi lombarda, mi metto al collo la sciarpa dell’Avellino Club Milano, appena consegnatami, nuova di pacca.

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A fine partita la soddisfazione per una prestaziione da incorniciare è pari solo al rammarico per la mancanza di cinismo che ci ha impedito di fare bottino pieno.
Galabinov, che nella ripresa pareggia immediatamente (e misteriosamente per noi dall’altra parte) il vantaggio dal dischetto di Antenucci, raggiunge la doppia cifra. Ci vogliono tutte e due le mani anche per contare le occasioni a referto per i Lupi, i cui numerosi tentativi si infrangono contro i guantoni di un Brignoli ispiratissimo. In una circostanza è la traversa che respinge il pallonetto di Castaldo, oggi davvero in palla, dopo un paio di turni di appannamento.
Confortano la ritrovata condizione atletica e la capacità di creare palle goal, che però non buttiamo dentro.
Bene De Carli, menzione per Angiulli al debutto da titolare in trasferta, buono l’impatto dei subentranti Ciano e Biancolino.
Tolta la vittoria di misura del Palermo, sono quasi tutti pareggi, per effetto dei quali ci consolidiamo in terza posizione. Ora vinciamo con il Lanciano e poi tiriamo le somme.

Non c’è più morale, Contessa (Reggina 1 – Avellino 1)

“Non c’è più morale, Contessa”, cantava negli anni Settanta Paolo Pietrangeli.
E il verso mi ritorna in mente quando, a una decina dal termine, Contessa, calciatore della Reggina, si tuffa in area e intercetta di mano la palla proveniente dalla sinistra, come neanche il miglior centroboa.
È rigore, ognuno direbbe, ma l’arbitro, che aveva già concesso ai nostri un penalty per un tocco di braccio di Strasser, non fischia. Davvero non c’è più morale.
E così, in questo Boxing Day, da Scilla torniamo con un solo punto nel carniere.
Punto d’oro, alla luce di un primo tempo da dimenticare.
Punto che sa di poco, dopo un secondo tempo giocato in costante proiezione offensiva.
Punto pesante, se fra tre giorni battiamo il Padova al Partenio, il Palermo non passa a Pescara e il Crotone ferma l’Empoli.
Il goal a freddo di Di Michele inaugura una prima frazione brutta, la peggiore dall’inizio del campionato. La difesa soffre, il centrocampo arranca nel tentativo di fate gioco e randella più del lecito; perfino Castaldo gioca male.
Fortuna che c’è l’intervallo, da cui torna in campo una squadra più vogliosa.
Al posto di D’Angelo, ammonito, c’è Angiulli, e proprio dal sinistro di Fez scaturisce il tiro intercettato dal braccio di Strasser: è rigore, che Galabinov trasforma.
Il rammarico per la vittoria mancata si alimenta, oltre che della parata di Contessa, di una grossa occasione di Castaldo, che devia di testa un traversone al bacio di Zappacosta, migliore in campo.
Bisogna stringere i denti fino a domenica. In casa, di solito, è però un altro Avellino.

Canarini, trivelle e mugliatielli (Avellino 2 – Modena 1)

È domenica mattina, e tuttavia la sveglia suona di buon’ora.
Ci sono ancora la valgia da preparare, i regali di Natale da impacchettare, la sciarpa nuova fiammante da mettere in borsa. Finché non entriamo in macchina metto a dura prova la pazienza di Elena. Partiamo poco prima delle 9, via di corsa verso Avellino: ci attende la partita col Modena.
Nonostante la solita coda sul Raccordo, spacchiamo il minuto e a un quarto a mezzogiorno siamo a casa, a recuperare papà, l’abbonamento e una bella sporta di calzoni ripieni e mandarini: bisogna pur sopravvivere.  In Terminio entriamo mentre lo speaker sta annunciando le formazioni. La nostra, stavolta, è la migliore possibile, con Togni in panca.
La partita è emozionante, dentro e fuori dal terreno di gioco. Sugli spalti, i Maestri della Sciarpata si esibiscono nella specialità della casa
L’Avellino parte bene: il diagonale di Castaldo, servito da Zappacosta, esce di un niente. Poi i Canarini prendono il sopravvento, nel gioco e nelle occasioni. Il palo dice no a una conclusione da fuori di Bianchi, e sulla ribattuta seculin è prodigioso nel respingere di piede.
Le manovre dei Lupi si dipanano sulla destra, mentre al centro facciamo fatica ad impostare. Poco prima del 45esimo, però, peschiamo il jolly. Capitan D’Angelo, sul filo del fuorigioco, intercetta una conclusione di Zappacosta, si gira e fulmina Pinsoglio.
Andiamo all’intervallo in vantaggio, e il fiero pasto portato da casa va giù che è una meraviglia.
Altrettanto corroborante l’avvio di ripresa. Prima Galabinov si vede intercettare dal portiere modenese una conclusione a colpo sicuro, poi Castaldo si divora il raddoppio a tu per tu con Pinsoglio, che non si fa superare dal pallonetto di Gigione.
Quando finalmente l’arbitro sanziona un fallo su Galagoal al limite dell’area, sul pallone ci va il Bulgaro, che la mette dentro con una parabola da brasiliano.
Sembra finita, ma non lo è. Il Modena coglie un altro legno, poi accorcia con Babacar che approfitta di un’improvvisa amnesia di Peccarisi. La sofferenza, del resto, è di prammatica, e vale a rendere ancora più belle partita e vittoria.
Benissimo Seculin, Zappacosta è il solito stantuffo, del trio di centrocampo Sc-Ar-D’A il migliore è il leone asceota. Sfortunato Castaldo, Galabinov sornione.

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Dopo il fischio finale, lo scambio degli auguri, poi a casa per un caffè e un giro veloce sui Social Network: i primi tweet con gli hashtag #Avellino e #Forzalupi sono in finlandese, e per fortuna c’è Google Translator.
Non c’è tempo di bloggare: bisogna andare a Gesualdo per il corteo contro le trivellazioni petrolifere in Alta Irpinia. Tra i partecipanti qualcuno innalza uno steccato da stadio, altri sfilano con la sciarpa biancoverde al collo.
In ballo c’è il futuro della nostra provincia: sarebbe bello se alla prossima occasione vi fosse il bandierone che quest’anno sventola in Curva Sud e che reca la sagoma dell’Irpinia.
La sortita gesualdese termina a tavola: diciamo no al petrolio, sì ai mugliatielli al sugo, autentica e rara prelibatezza della nostra cucina.

Brescia – Avellino, le anafore del giorno dopo

Il mondo è piccolo, e te ne accorgi quando dalla finestra al primo piano dal palazzo che dà sulla piazza di San Lorenzo, poco lontano dal Legend Pub, proprio mentre stai salutando un altro paio di Lupi capitolini, si affaccia uno sconosciuto di verde vestito, che attacca a intonare i cori della tua curva: pure lui è dell’Avellino. Lo chiamiamo, lui scende da casa e si unisce al branco, di cui magari neppure conosceva l’esistenza o la tana.
La ruota gira, e te ne accorgi quando la tua squadra batte il Brescia a Mompiano, dove negli anni aveva collezionato sconfitte in serie e passivi umilianti.
La palla è rotonda, e te ne accorgi quando il migliore in campo è Peccarisi, un rincalzo, Seculin abbassa la saracinesca, Millesi ritorna a sfoggiare il sinistro e la fascia di capitano, Castaldo si alza dalla panchina, entra e la butta dentro.
La gente è cattiva, almeno quella della Tribuna Terminio, e te ne accorgi quando Galabinov – quello che domenica scorsa non era buono pe’ iocà ‘o pallone – mette a referto la sesta rete in campionato, svettando di testa su un cross di Ciccio – quello che secondo i soliti soloni è troppo viecchio pe’ fà ‘a serie B.
Il mondo è piccolo, anzi piccolissimo, e te ne accorgi quando al termine della partita il gruppo sciama per le strade di San Lorenzo e un passante ti intercetta, ti chiede cosa abbiamo fatto, e poi ti dice che pure lui è irpino e domenica scorsa era allo stadio.
La vita è bella, e te ne accorgi quando la mattina seguente ti riguardi la classifica a pagina 210 del Televideo e la tua squadra è seconda, al lordo della differenza reti o della classifica avulsa.
L’Avellino è magico, te ne accorgi da sempre e ne hai la conferma quando i Lupi infilano la seconda vittoria consecutiva in trasferta – la settima su dodici match disputati finora – con apparente nonchalance, neppure soffrendo e piazzando un acuto per tempo, come fossero una squadra navigata e non una neopromossa con la stessa intelaiatura dello scorso anno.
La vita è un sogno, e te ne accorgi quando almeno uno dei tuoi sodali, alla fine della partita, si unisce a te nell’evocare la prima lettera dell’alfabeto latino, Itaca calcistica dalla quale ci distaccammo venticinque anni fa e alla quale un giorno – chissà – faremo ritorno.