Giuseppe Rizzo, portiere

Mi saluta lui. Ha gli scarpini e la divisa da allenamento. È molto giovane.
“Mi devi scusare, non ti ho riconosciuto”, faccio io.
“Sono Rizzo, il portierino”.
“Sì, ti ho visto prima mentre ti allenavi con gli altri portieri. Quest’anno farai il Campionato Primavera?”.
“Lo spero”.
“Allora buon campionato. E forza Lupi!”.
“Sempre: io sono di Avellino”.
Giuseppe Rizzo, classe ’96; di ruolo portiere; di nascita e di fede avellinese; un vero Lupo.

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Lucas Correa: per un giorno, l’ultimo erede di Maradona in Nazionale

Correa. Uno che dà del <tu> al pallone.

controcalcio

di Andrea Rapino

Quello che oggi è un qualsiasi buon giocatore di serie C con i capelli rasati a zero, e per i tifosi della Lazio resta uno dei più anonimi numeri 5 della storia del club, per l’Argentina ha rischiato di diventare un numero 10 storico: il caso ha infatti voluto che Lucas Alberto CorreaBelmonte, nel 2012-2013 centrocampista del Bassano Virtus (Seconda Divisione), stesse giocando un Mondiale Under 17 con il numero di Maradona, proprio nei giorni in cui la federazione argentina chiese alla Fifa di non assegnarla più a nessun giocatore in nessuna competizione.

Per Correa, in quel momento protagonista di un discreto Mondiale a Trinidad e Tobago, fu un lampo di celebrità: fu bersagliato dalla domanda di rito su cosa si provasse nell’essere l’ultimodiez” nella storia del fútbol argentino, come racconta il portale sudamericano En una baldosa

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L’angoscia e l’oblio

“Il calcio sopporta una maledizione che allo stesso tempo è la salvezza di giocatori, allenatori e ultrà afflitti da una sconfitta. Si tratta di un’attività in cui non basta vincere, ma bisogna vincere sempre, in ogni stagione, in ogni torneo, in ogni partita.

Nel calcio non c’è posto per il riposo né per il divertimento, a poco serve avere uno straordinario palmarès storico o aver conquistato un titolo l’anno prima. Essere stato ieri il migliore oggi non conta più, figuriamoci domani.

Forse è per questo che il calcio è uno sport che incita alla violenza, e non a causa dei calci, ma per l’angoscia.

Viceversa bisogna riconoscere che ha qualcosa di non definibile e che non si trova di solito negli altri ordini della vita: incita all’oblio, il che equivale a dire che non incita mai al rancore, una cosa che si impara soltanto in età adulta.”

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.

Oggi l’Avellino comincia il ritiro precampionato. Dimentichiamo ugualmente la vittoria del campionato scorso e le ultime quattro o cinque retrocessioni dalla serie cadetta; saranno quarantadue giornate d’angoscia, questo è certo.

Jim Riordan, inglese, spia, comunista e calciatore dello Spartak Mosca

Quando, alcuni anni fa, ho messo piede nel Bookmarks Socialist Bookshop di Bloomsbury, Londra, non avrei mai immaginato che vi avrei acquistato un libro sul calcio: stavo raccogliendo materiale per la tesi, e mi interessava un qualche saggio sull’attivismo digitale, edito in inglese.

comrade
Poi ho visto questo libro sulla cui copertina è raffigurato un calciatore che colpisce di sinistro una palla, sulla quale spicca una stella rossa, e ho capito che non potevo non averlo: Comrade Jim, il titolo; The spy who played for Spartak, il sottotitolo; Jim Riordan, l’autore fino a quel momento a me del tutto ignoto.

Con l’entusiasmo dell’inatteso acquisto, ne lessi subito qualche decina di pagine, ma al ritorno in Italia il libro finì nel reparto della mia biblioteca che ospita i pochi titoli di letteratura sportiva che ho messo insieme negli anni, mescolati con gli Almanacchi Panini, le squadre del Subbuteo, le sciarpe dell’Avellino e tutto quanto afferisce al Dio Pallone.

Bloggare, in fondo, non è inutile: un paio di settimane fa, prima di partire per le vacanze, ho tolto la polvere a qualche titolo da leggere o rileggere, da cui avrei potuto trarre ispirazione per qualche post; tra questi è finita in valigia anche la storia del Compagno Jim, che ho finalmente letto tutta d’un fiato e di cui – esauriti i preamboli – vado a parlarvi.

Diciamo subito che il libro – edito nel 2008 e non ancora tradotto in italiano – è un’autobiografia: l’autore è James <Jim> Riordan, inglese, direttore del Dipartimento di studi russi dell’Università di Bradford, studioso dello sport nella società sovietica, e soprattutto ex calciatore dilettante, che nella stagione 1963 riesce ad indossare in ben due occasioni la maglia numero 5 del glorioso Spartak Mosca, primo e unico calciatore d’oltrecortina nella storia del calcio sovietico.

Nato  nel 1936 a Portsmouth da una famiglia della classe operaia, Jim tira i primi calci al pallone per strada, sotto i bombardamenti tedeschi, e si innamora del football assistendo dalle gradinate di Fratton Park alle vittorie dei Pompeys più forti di tutti i tempi (due campionati consecutivi e una Charity Shield tra il 1948 e il ’50).

Finita la scuola, l’università non è un’opzione per il giovane Riordan: costa troppo, e nell’Inghilterra del dopoguerra i figli di operai non possono permettersela. Ecco allora il reclutamento nella Royal Air Force, dove qualcuno decide di fargli imparare il russo per impiegarlo in seguito nelle attività di spionaggio nella Berlino occupata e divisa, seppure non ancora separata dal Muro.

Proprio a Berlino l’autore tira i primi calci internazionali, dopo quelli domestici nelle varie selezioni giovanili di Portsmouth, quale componente della squadra dell’Armata Britannica del Reno: l’altezza e una tecnica non del tutto affinata lo consegnano al ruolo di difensore centrale.

Dopo essersi innamorato del calcio, sui banchi della scuola di lingue dell’aviazione Jim si invaghisce della Russia, della sua lingua e della sua letteratura.

E’ invece dopo il servizio militare e l’iscrizione all’università che scocca la scintilla per il comunismo, che trova terreno fertile nell’appartenenza di classe e in un innato senso di ribellione nei confronti della rigida disciplina militare: il giovane Riordan aderisce al British Communist Party,

Grazie alla sua militanza politica, nel 1961 l’autore si ritrova a Mosca, tra i banchi della scuola superiore di formazione del PCUS, alla quale si forgiano i futuri leader comunisti di tutto il mondo: ci sono i tedeschi orientali e i cechi (tra di essi Dubcek, futuro leader della Primavera di Praga), gli iracheni e i cubani, i cinesi e i coreani, i vietnamiti e gli indiani.

Presidente dell’URSS è Krusciov, Segretario del partito Breznev; il clima è quello della destalinizzazione e del timido disgelo che ha fatto seguito al disvelamento delle purghe di Baffone.

Tra un corso di pianificazione economica e una visita al Mausoleo di Lenin – che accentuano lo sguardo critico dell’inglese nei confronti del comunismo sovietico  – nei due anni alla scuola di partito Riordan incrocia personaggi come Dolores Ibarruri, la <Pasionaria>, i cosmonauti Jurij Gagarin e Valentina Tereskova, ma soprattutto Lev Jascin, il leggendario <Ragno nero>.

Nel frattempo prende parte alle partite di calcio tra diplomatici, giornalisti e altri espatriati a Mosca, di cui è organizzatore e indiscusso protagonista l’ambasciatore keniano, che le gioca a piedi nudi, e che si svolgono nel campo di allenamento adiacente allo Stadio Lenin.

La ricerca di documentazione sul ruolo dello sport nella società sovietica per la sua tesi di dottorato lo mette in contatto con Gennady Logofet, calciatore in forza allo Spartak, la squadra sostenuta finanziariamente dalle cooperative e che l’anno prima ha vinto il titolo, precedendo gli storici rivali della Dinamo, la società della Ministero dell’Interno.

Lo Spartak gioca allo Stadio Lenin, e dunque capita che Logofet assista a una partita di Riordan, ne apprezzi le doti e inaspettatamente lo inviti  a partecipare a una sessione di allenamento della sua squadra; la domenica successiva, una telefonata dell’allenatore Simonyan lo convoca per l’incontro casalingo di campionato contro gli uzbeki del Pakhtakor Tashkent!

Jim Riordan viene istantaneamente ribattezzato Yakov Eeordahnov, indossa la maglia numero 5 e va in campo davanti a 50mila spettatori per la prima apparizione di uno straniero, per di più occidentale, con la casacca di una squadra del campionato sovietico; la partita finisce 2 a 2, con rimonta nel finale dei padroni di casa.

Dietro la decisione, certo non priva di rischi a quel tempo, di <ingaggiare> un inglese, c’è Nikolai Sarostin, fondatore e direttore sportivo della squadra, alle spalle una condanna decennale all’internamento nei gulag della Siberia: il capo della Polizia Beria, ex calciatore,  non aveva esitato a farlo arrestare nel contesto delle purghe staliniane, con la ridicola accusa di propagandare i corrotti costumi dello sport occidentale. In seguito all’avvento di Krusciov e alla defenestrazione di Beria, Sarostin viene riabilitato e riprende il suo posto nel calcio dell’URSS e nello Spartak.

Jim/Yakov scende in campo per la seconda e ultima volta due settimane dopo, sempre allo Stadio Lenin, nella vittoria sui kazaki del Kairat di Alma-Ata.

Poi non arrivano altre convocazioni e l’avventura allo Spartak finisce, come finisce il periodo moscovita: Jim Riordan torna in Inghilterra, continua a giocare a calcio nei campionati amatoriali della sua città natale e si guadagna una cattedra all’Università. Resta comunista, ma prende le distanze dall’Unione Sovietica e dalla linea del PCUS, fino a guadagnarsi la prevedibile accusa di trozkismo.

Una storia davvero incredibile, non c’è che dire. E infatti qualcuno la mette in dubbio, poiché non ci sono tracce documentali, e neppure precise prove testimoniali dell’accaduto.

L’autore ne attribuisce la causa alla reticenza che i russi mostrano nel parlare del passato sovietico; egli, del resto, era un romanziere, e chissà che qualche licenza letteraria non se la sia concessa.

Luciano Vassallo, calciatore e Re d’Etiopia

In un post precedente ho dato conto della prima storica qualificazione ai Mondiali della nazionale d’Etiopia.

Ebbene, la notizia è che in Brasile la squadra degli altipiani non ci è ancora arrivata: la Fifa l’ha penalizzata di tre punti, costringendola a una partita-spareggio, da disputare a settembre contro la Repubblica Centrafricana, cenerentola del girone.

Non è dell’attualità, tuttavia, che voglio parlarvi.  Il Web è uno scrigno di storie, e nella ricerca di notizie sul calcio del Corno d’Africa mi imbatto in quella di Luciano Vassallo, figlio di un italiano e di un’eritrea, capitano della nazionale etiope che nel 1962 vince ad Addis Abeba la terza edizione della Coppa d’Africa, battendo in finale la rappresentativa della Repubblica Araba Unita (fugace entità politica a suo tempo formata da Egitto e Siria): suo il punto che al minuto 84 impatta sul 2 a 2 e porta il match ai supplementari, nei quali la squadra di casa segna altre due volte e trionfa per 4 reti a 2. Il terzo goal, al minuto 101, è di Italo Vassallo, fratello minore di Luciano.

Lo stadio è in delirio, e Luciano, da capitano – eritreo, meticcio e con un nome e un cognome italiani -, riceve la coppa dalle mani del Negus Hailé Selassié.

Luciano-Vassalo

Centoquattro presenze in nazionale e novantanove reti, Luciano gioca con la maglia numero 9 sulle spalle, ma – come Alfredo Di Stéfano, al quale i suoi tifosi usano paragonarlo – ama svariare su tutto il fronte d’attacco: una soluzione tattica – racconta lui – importata da una trasferta in Egitto con la nazionale.

Nella vicenda di Luciano Vassallo – oggi quasi ottantenne – c’è tutto ciò che mi fa amare questo sport e ancor più alcuni dei suoi protagonisti: il football e la Storia con la esse maiuscola, una coppa alzata al cielo e il titolo di miglior calciatore d’Africa, la tragica avventura coloniale e la decolonizzazione, l’Etiopia dell’Imperatore Hailé Selassié e quella del regime militare filosovietico, il talento cristallino e la lotta quotidiana contro razzismo e discriminazione, i goal a grappoli e l’opposizione al doping, la fama, l’esilio in Italia e i campi in terra battuta della periferia romana.

Una storia bellissima, che si può guardare su YouTube nella videointervista a Vassallo, realizzata qualche anno fa da Stream Tv; che si può ascoltare in un podcast di Radio 24, che si può leggere in un articolo di France Football, ripreso da Paese Sera.

Per chi – come me – non si accontentasse, Luciano Vassallo ha scritto un’autobiografia: si intitola <Mamma ecco i soldi>, e non vedo l’ora di averla.

Nel frattempo dedico questo post ad Elena, e lei sa perché.