Il circo e il teatro

“La prima lezione di ogni giocatore e di ogni allenatore dovrebbe essere questa: <In questo gioco, se non c’è dramma non c’è niente>. Se perdere o vincere una partita non viene vissuto come un evento cruciale e con una trama e una storia, con una svolta o una catastrofe, che riguarda il passato, il presente e il futuro, la dignità e il decoro e naturalmente la faccia con cui uno si alza l’indomani, allora lasciamo perdere.

Il calcio è il circo dei nostri giorni, ma anche il teatro. Deve essere emozione, paura e tremito, desolazione o euforia.”

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.

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L’angoscia e l’oblio

“Il calcio sopporta una maledizione che allo stesso tempo è la salvezza di giocatori, allenatori e ultrà afflitti da una sconfitta. Si tratta di un’attività in cui non basta vincere, ma bisogna vincere sempre, in ogni stagione, in ogni torneo, in ogni partita.

Nel calcio non c’è posto per il riposo né per il divertimento, a poco serve avere uno straordinario palmarès storico o aver conquistato un titolo l’anno prima. Essere stato ieri il migliore oggi non conta più, figuriamoci domani.

Forse è per questo che il calcio è uno sport che incita alla violenza, e non a causa dei calci, ma per l’angoscia.

Viceversa bisogna riconoscere che ha qualcosa di non definibile e che non si trova di solito negli altri ordini della vita: incita all’oblio, il che equivale a dire che non incita mai al rancore, una cosa che si impara soltanto in età adulta.”

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.

Oggi l’Avellino comincia il ritiro precampionato. Dimentichiamo ugualmente la vittoria del campionato scorso e le ultime quattro o cinque retrocessioni dalla serie cadetta; saranno quarantadue giornate d’angoscia, questo è certo.

La squadra dei miei più costanti amori

“Anni fa ha osservato Vázquez Montalbán con acume che noi individui cambiamo in tutto tranne che in una cosa. L’ideologia, la religione, la moglie o il marito, il partito politico, il voto, le amicizie, la casa, l’auto, i gusti letterari, cinematografici o gastronomici, le abitudini, le passioni, gli orari, tutto è soggetto a cambiamento e anche a più d’uno, che si succedono con rapidità nei nostri accelerati tempi.

La sola cosa che non sembra negoziabile è la squadra di calcio per cui si tifa dall’infanzia.

Esclusi alcuni voltagabbana impenitenti cui in realtà non piace quello sport – lo sapete, quelli che si mettono davanti alla televisione soltanto il giorno della finale dei Mondiali, per non rimanere fuori dalle conversazioni -, nessuno sostituisce con un altro il club dei propri brividi.

Si può avere maggiore o minore simpatia secondaria o momentanea per una squadra o un’altra, si possono ammirare alcuni giocatori avversari, e desiderarli; ma per quel che è vibrare, soffrire e saltare di allegria, non c’è sostituzione possibile”.

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.

Maleventum et alia

“Il principale bisogno degli odiatori è credere che siano ugualmente odiati da quelli che odiano: con identiche identità e ossessione, con identica distillazione di schiuma. Ma questo succede di rado, così come quasi mai due si amano con piena soddisfazione dell’altro.”

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.

Il recupero settimanale dell’infanzia

“Quel che so per certo è che non esiste sport che angosci di più, quando è angoscioso. Anzi, nel mio caso particolare confesserò che è tra le poche cose che mi fanno reagire oggi allo stesso modo – esatto – in cui reagivo quando avevo dieci anni ed ero un selvaggio, il vero recupero settimanale dell’infanzia”.

Javier Marías, Selvaggi e sentimentali. Parole di calcio, Einaudi.