Memorabilia: Jorge Juary

Avanzava tra gli scaffali del supermercato GS sorreggendosi sulle stampelle, dopo il grave infortunio procuratosi al termine del girone d’andata, che lo aveva messo fuori dai giochi fino al termine del campionato 1980/81. Quello del meno cinque e del terremoto.

A dieci anni, io ero timido all’eccesso. Ma l’occasione era troppo ghiotta: l’autografo di Juary.

Vergato sul retro di un cartoncino di auguri (un battesimo?) frettolosamente estratto dalla borsa di mia madre: eccolo, l’autografo del campione, su cui poi incollai una foto in bianco e nero ritagliata da qualche giornalino.

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E se incontri Juary?

La settimana scorsa, in giro per le Marche in auto, per qualche giorno di vacanza.

In un bar di Acqualagna, non lontano da Urbino, chiedo notizie dell’enfant du pays, Mario Paradisi, trent’anni fa estremo difensore dei Lupi.

L’oste lo conosce, ha anzi il numero di telefono, e mi promette che proverà a chiamarlo. L’appuntamento è per la sera stessa: danno Vicenza – Avellino, il locale è attrezzato con Mediaset Premium e io vedrò la partita lì.

Di ritorno dal mare spingo sull’acceleratore per non arrivare tardi. Ancora non so se incontrerò il nostro portiere di un tempo, e però mo rammarico di non avere con me una sciarpa, una maglietta, qualcosa di verde da indossare e magari regalargli.

“Ma davvero non hai portato niente?”, mi fa Elena. “Devi sempre avere qualcosa dell’Avellino con te, in macchina, per ogni evenienza: e se incontri Juary?”

Paradisi non c’è e gli astanti mi guardano con curiosità. Poi scambiamo due chiacchiere. Uno di loro è amico di Federico Orlandi, altro portiere nato da quelle parti, il terzo di Fumagalli e Di Masi nel 2013. Mi racconta che era a Gubbio la sera che vincemmo per tre a due. Mi parla del goal di Castaldo, io della punizione di Zullo. Vado via contento, nonostante la sconfitta a Vicenza.

La scossa delle 19 e 35 e la ricerca che non ho finito

Per quanto mi sia sempre piaciuto studiare, la programmazione non è mai stata il mio forte.

E così, quella domenica, alle sette e mezza di sera ero ancora con la testa sui libri, studente di quarta elementare, impegnato in una ricerca sul coccodrillo del Nilo, mentre il canale nazionale trasmetteva il secondo tempo di una partita di campionato e mia madre spiattellava di là in cucina. Dopo avere ritagliato e incollato sul quaderno un disegno che riproduceva le fattezze del possente rettile, per acquisire il quale avevo sacrificato un vecchio libro dei miei genitori, mi ero immerso nella lettura dell’Enciclopedia del Fanciullo, che avrei successivamente ricopiato per completare le ricerca.

Almeno: quelle erano le mie intenzioni. Se solo la ricerca non fosse stata interrotta da un avvenimento che, ancora oggi, dopo trent’anni, è sinonimo di paura (e di dolore) per me e per tutti gli irpini: la scossa delle 19 e 35 del 23 novembre 1980.

Il boato enorme, il rumore fragoroso di ferraglia che emana dai pavimenti e dai muri, il servizio buono che cade dalla credenza, il lampadario che schizza da una parte all’altra, mia madre che si precipita ad impedire che il televisore a colori, appena acquistato, si fracassi al suolo, gli sguardi di terrore in un tempo interminabile, lo stipite della porta tra ingresso e corridoio al quale, non so perché, mi aggrappo. Nessuno chiede cosa sia, ché il terremoto si presenta da sé.

Non c’è tempo di finirla, la ricerca. Ci vestiamo in fretta e ci precipitiamo lungo le scale, io e mio fratello saltando i gradini a quattro a quattro. Il palazzo pare integro, salvo alcune mattonelle staccatesi dalla facciata. Mio padre rientra a prendere le chiavi della macchina, i soldi e le coperte. Quando ritorna ci informa che il telefono non funziona.

Ci infiliamo nella Dyane verde, percorriamo Valle e poi Mercogliano, dove facciamo una prima sosta. La scuola è apparentemente al suo posto, ma le suore sono per strada. Cerco di dire a Suor Tarcisia, la mia maestra, che purtroppo non ho potuto finire la ricerca. Giungono vaghe notizie di crolli nel centro storico, a Capocastello. Funziona solo il passaparola, impossibile mettersi in contatto con parenti e amici. Ecco che allora ci dirigiamo al paese. I nonni stanno bene, zii e cugini pure. Ci si accampa nel piazzale del ristorante Cappuccino, nel quale si radunano almeno 6 o 7 famiglie. E’ la sera di domenica, c’è stato un banchetto nuziale, e dunque c’è cibo e ci sono riserve cui attingere. Si accendono i fuochi, si predispongono giacigli di fortuna. Una volta tolti i sedili, la Dyane si rivela capace di ospitare due adulti e due bambini.

Quei bambini che non capiscono esattamente cosa stia succedendo, anche perché neppure i grandi lo sanno, finché nella notte non arriva qualcuno a bordo di una Fiat Campagnola, che racconta di crolli e di morti in città, mentre località remote come Sant’Angelo, Lioni, Conza, cominciano ad entrare nelle cronache dal cratere.

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A San Mango è caduto l’intero paese. La casa del Professore De Blasi si è sbriciolata, seppellendo l’anziana madre sotto un cumulo di macerie. La stessa casa cui eravamo diretti quel pomeriggio di domenica, se il caldo insolito per quella stagione, il cielo rossastro e i capricci di Rino e Andrea non avessero convinto i Professori Marinelli a cambiare in corsa i programmi e fare rotta su Salerno, per mangiare un gelato, giocare alle giostre e ascoltare alla radio la cronaca della partita, con l’Avellino che quella domenica surclassa l’Ascoli per quattro reti a due e un Juary in gran forma.

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Mesi dopo dalle macerie della collina della Terra riemerge uno striscione verde. Mio zio lo raccoglie e lo mette da parte. Verrà utile nove anni dopo, quando, all’indomani della retrocessione dalla massima serie, con un gruppo di amici ne dipingiamo il retro con la scritta “Risorgeremo!”.

“Auguri Pellgrino”

Che tifare per una piccola squadra di provincia avesse i suoi vantaggi, questo l’ho sempre saputo.
Ora di certezze ne ho un’altra: quel riccioluto californiano in felpa di Zuckerberg è un benemerito dell’umanità.
Tutto merito suo se, nel giorno del mio compleanno, sulla mia bacheca si materializzano gli auguri di uno dei miti della mia infanzia di tifoso.
Lui è Jorge Juary, e quelle due parole, compreso l’errore di digitazione, mi emozionano più e meglio di quella doppietta rifilata dal brasiliano al Napoli, quando eravamo in Serie A.