Canarini, trivelle e mugliatielli (Avellino 2 – Modena 1)

È domenica mattina, e tuttavia la sveglia suona di buon’ora.
Ci sono ancora la valgia da preparare, i regali di Natale da impacchettare, la sciarpa nuova fiammante da mettere in borsa. Finché non entriamo in macchina metto a dura prova la pazienza di Elena. Partiamo poco prima delle 9, via di corsa verso Avellino: ci attende la partita col Modena.
Nonostante la solita coda sul Raccordo, spacchiamo il minuto e a un quarto a mezzogiorno siamo a casa, a recuperare papà, l’abbonamento e una bella sporta di calzoni ripieni e mandarini: bisogna pur sopravvivere.  In Terminio entriamo mentre lo speaker sta annunciando le formazioni. La nostra, stavolta, è la migliore possibile, con Togni in panca.
La partita è emozionante, dentro e fuori dal terreno di gioco. Sugli spalti, i Maestri della Sciarpata si esibiscono nella specialità della casa
L’Avellino parte bene: il diagonale di Castaldo, servito da Zappacosta, esce di un niente. Poi i Canarini prendono il sopravvento, nel gioco e nelle occasioni. Il palo dice no a una conclusione da fuori di Bianchi, e sulla ribattuta seculin è prodigioso nel respingere di piede.
Le manovre dei Lupi si dipanano sulla destra, mentre al centro facciamo fatica ad impostare. Poco prima del 45esimo, però, peschiamo il jolly. Capitan D’Angelo, sul filo del fuorigioco, intercetta una conclusione di Zappacosta, si gira e fulmina Pinsoglio.
Andiamo all’intervallo in vantaggio, e il fiero pasto portato da casa va giù che è una meraviglia.
Altrettanto corroborante l’avvio di ripresa. Prima Galabinov si vede intercettare dal portiere modenese una conclusione a colpo sicuro, poi Castaldo si divora il raddoppio a tu per tu con Pinsoglio, che non si fa superare dal pallonetto di Gigione.
Quando finalmente l’arbitro sanziona un fallo su Galagoal al limite dell’area, sul pallone ci va il Bulgaro, che la mette dentro con una parabola da brasiliano.
Sembra finita, ma non lo è. Il Modena coglie un altro legno, poi accorcia con Babacar che approfitta di un’improvvisa amnesia di Peccarisi. La sofferenza, del resto, è di prammatica, e vale a rendere ancora più belle partita e vittoria.
Benissimo Seculin, Zappacosta è il solito stantuffo, del trio di centrocampo Sc-Ar-D’A il migliore è il leone asceota. Sfortunato Castaldo, Galabinov sornione.

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Dopo il fischio finale, lo scambio degli auguri, poi a casa per un caffè e un giro veloce sui Social Network: i primi tweet con gli hashtag #Avellino e #Forzalupi sono in finlandese, e per fortuna c’è Google Translator.
Non c’è tempo di bloggare: bisogna andare a Gesualdo per il corteo contro le trivellazioni petrolifere in Alta Irpinia. Tra i partecipanti qualcuno innalza uno steccato da stadio, altri sfilano con la sciarpa biancoverde al collo.
In ballo c’è il futuro della nostra provincia: sarebbe bello se alla prossima occasione vi fosse il bandierone che quest’anno sventola in Curva Sud e che reca la sagoma dell’Irpinia.
La sortita gesualdese termina a tavola: diciamo no al petrolio, sì ai mugliatielli al sugo, autentica e rara prelibatezza della nostra cucina.

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Io che amo solo te (verso lo Juventus Stadium)

A gennaio, quando giocheremo allo Juventus Stadium per gli ottavi di Coppa Italia, molti tifosi poligami, che amano l’Avellino, ma riservano un pezzettino del loro cuore ai bianconeri, avranno non dico dubbi, ma almeno qualche imbarazzo. Io no.
La simpatia, o forse l’ammirazione che da bambino ho nutrito per la squadra di Causio e Bettega prima, di Boniek e Platini poi, si è dissolta come neve al sole trent’anni fa e passa, la prima volta che ho visto Avellino e Juventus affrontarsi al Partenio. Quello stesso sole che mi riscalda il cuore ogni volta che metto piede nel nostro stadio, fosse pure d’inverno e in notturna, come ieri sera.
Sentimento e ragione mi hanno tenuto lontano, in seguito, dalle sirene giallorosse: avrò messo piede all’Olimpico forse tre o quattro volte in quattro in vent’anni, e non perché non segua il calcio o non frequenti gli stadi.
C’è una canzone di Sergio Endrigo, che mi risuona in mente da questa mattina, quando ho cominciato a pensare a questo post. Si intitola “Io che amo solo te”, ed è perfetta per descrivere la gioia che provo dopo la vittoria di ieri sera.

Io ho avuto solo te
e non ti perderò,
non ti lascerò
per cercare nuove avventure.

Sul match contro il Frosinone solo pochi appunti: impegnato alla guida, ho affidato i commenti a caldo ai compagni di viaggio di questa anomala trasferta casalinga, piuttosto che alla tastiera.
Vittoria meritata, con D’Angelo e Schiavon da urlo e Bittante in prepotente crescita. E dire che qualcuno ha l’improntitudine, sugli spalti ieri e nel Web oggi, di criticare il jolly difensivo cresciuto nella cantera della viola.

Avellino 1 – Bari 0: gli ignoti malfattori, la porchetta e la lotta nel fango

Se tutto fosse andato secondo i piani, in questo post avrei ricordato di quella volta che con papà siamo andati in trasferta a Bari, avrei digitato dagli spalti del Partenio, sarei senza voce e avrei fatto il pieno di pioggia e di emozioni dal vivo.

E invece no. Ignoti malfattori – così recita la denuncia che ho consegnato di buon mattino ai Carabinieri – ieri sera hanno pensato bene di frantumare il vetro della mia vettura, resa inutilizzabile fino a lunedì. L’auto di scorta, data la veneranda età, non può allontanarsi granché dal Grande Raccordo Anulare, e soprattutto quando piove – e oggi ha diluviato – imbarca acqua che neanche il Titanic.

Ecco allora che per la seconda volta in una settimana devo rinunciare allo stadio: pure oggi mi accomodo davanti alla tivvù, con l’intento di contenere i danni e il disappunto, grazie alla diretta, alla compagnia di una qualificata rappresentanza dell’Avellino Club Roma e all’infinita pazienza della mia dolce metà.

L’appuntamento è a Tivoli. Anche lì serve l’ombrello, e la nebbia che preannuncia il vicino Abruzzo dà ragione alla mia tenuta da gentiluomo di campagna, a Roma invece decisamente inadeguata. Con questo tempo ci vorrebbe una bella mangiata a base di polenta e funghi.
Polenta, invece, è uruguaiano e gioca nel Bari, mentre il menu della fraschetta che ci ospita si impernia sulla porchetta e il vino di Zagarolo, squisita la prima, a dir poco schietto il secondo, entrambi complessivamente ancora a intrattenere il mio apparato digerente a diverse ore di distanza.

Ai nostri avversari, invece, resta indigesto il bolide con il quale Capitan Angelo d’Angelo  risolve una mischia scaturita da una punizione di Zappacosta e firma la rete che risolve il match: una partita di calcio – ma a tratti un incontro di lotta nel fango – che i Lupi fanno meritatamente propria grazie a un primo tempo accorto, un inizio di ripresa convincente e una difesa strenua nel finale. Oltre alla rete, al nostro attivo due pali e uno shoot out clamorosamente fallito da Castaldo. Dopo lo svantaggio il Bari attacca alla ricerca del pareggio, ma Terracciano è attento e al tirar delle somme non corre particolari pericoli.

A fine partita per il Guerriero di Ascea – altro che i #Guerrieri dell’Enel! – anche il titolo di man of the match.

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A Tivoli si festeggia, e dagli schermi di Sky ci sembra di udire un coro antichissimo: “Torneremo in serie A”. L’amico Carmine, che era allo stadio, nella consueta telefonata del dopopartita smentisce. E però col cuore – lo giuro – noi l’abbiamo sentito.