K come Krotone

Dieci anni fa, è l’11 maggio 2003, l’Avellino gioca a Crotone l’ultima partita della stagione regolare del campionato di C1.
Si va in Calabria in cerca di una vittoria, che sancirebbe il primato a scapito del Pescara, in rimonta grazie a un filotto di vittorie nel girone di ritorno. In panca c’è Vullo, in porta Cecere, in difesa il solito Puleo, in attacco – squalificato il “Drago” Molino – Capparella e il “Pitone” Biancolino.
Io parto da Como: in auto fino a Bergamo, poi un aereo fino a Roma e un altro fino a Crotone, su cui salgono altri tifosi dell’Avellino. Arrivo il venerdì e l’attesa la spendo in spiaggia.
La domenica sono già tutto ustionato e fa un caldo africano. Arrivati allo stadio troviamo i gradoni cosparsi di pece, regalo di benvenuto dei crotonesi: il caldo atmosferico è niente rispetto al clima infuocato dell’Ezio Scida e dintorni.
Siamo in diecimila, contro un migliaio di tifosi locali: il Crotone non ha obiettivi di classifica, ma se la giocherà, eccome.
I sostenitori biancoverdi straripano. Non bastano curva e tribuna, si apre la curva dei tifosi di casa e vi si sistemano gli avellinesi che gli altri settori non riuscivano a contenere: una cosa mai vista, gli ultras pitagorici si accomodano in tribuna centrale.
Neanche dieci minuti e segna Marra. Biancolino si divora un goal fatto, e il Crotone cerca il pareggio, sospinto dal pubblico amico, che non ha digerito lo smacco.
Finisce in trionfo, Crotone sembra Avellino sugli spalti e in campo, ma non all’esterno dello stadio, dove succede di tutto.
La nostra macchina riceve un paio di bottiglie di birra dritte nel finestrino, che va in frantumi. Per fortuna nessuno si fa male, ma la paura e la rabbia montano.
Il viaggio di ritorno lo facciamo senza un finestrino e senza voce: quella che resta la disperdiamo per la festa che per tutta la notte impazza ad Avellino.
Torno a Como in condizioni discutibili, ridotto ad Ecce Homo. Vado a mangiarmi un gelato, e incontro un mio collega, che cerca di attaccare bottone. Io non riesco a parlare, la pelle mi brucia, sono vestito alla bell’e meglio e un po’ mi vergogno. Però siamo in serie B, e questo solo riesco a sussurrargli.

C come C1

Quattro promozioni negli ultimi 10 anni, 6 in quarant’anni. Se c’è’ una regina della terza serie, questa è l’Avellino.
Nel ’73 ho due anni, ma già ripeto ossessivamente “Lupi”: l’Avellino supera al fotofinish il Lecce e approda per la prima volta nella sua storia in serie B.
Nel ’95 la vittoria arriva ai calci di rigore, all’epilogo della finale playoff contro il Gualdo: all’Adriatico di Pescara ci sono 15mila tifosi, tra cui il sottoscritto; in panchina Boniek, appena subentrato a Papadopulo.
Nel 2003 l’Avellino di Vullo espugna Crotone davanti a 10mila seguaci, rete di Marra, e precede in volata il Pescara: e’ promozione diretta.
Due anni dopo, terminata l’infausta parentesi zemaniana, i Lupi di Oddo, subentrato come da copione a Cuccureddu, battono nella doppia finale playoff il Napoli Soccer di De Laurentiis e Reja. Dopo il pareggio a reti bianche al San Paolo, è apoteosi al Partenio, grazie alle reti di Biancolino e Moretti dal dischetto; per gli azzurri accorcia El Pampa Sosa.
Rocambolesca la vittoria, ancora ai playoff, del 2007, che pone rimedio alla retrocessione più amara dalla B, maturata ai playout ad opera dell’AlbinoLeffe: in finale il Foggia è piegato da una rete allo scadere del paraguaiano Rivaldo, un sinistro al volo da fuori area che ancora non ci credo; si va ai supplementari e non c’è più storia, segnano Evacuo e Biancolino e il Partenio va in delirio. Festeggia Vavassori, subentrato – manco a dirlo – a Nanu Galderisi, ma la promozione è l’inizio della fine: retrocessione dalla B, ripescaggio, nuova retrocessione e infine fallimento, con la ripartenza dalla Serie D.
L’ultimo trionfo arriva il 5 maggio 2013: la squadra di Rastelli batte il Catanzaro in trasferta con rete di Zigoni jr. e conquista la B con una giornata di anticipo. La partita la guardo in tv qui a Roma, poi parto per Avellino per prendere parte alla festa che impazza in città.