Lupo ululà, Castellammare ululì

Le partite del pomeriggio terminano all’altezza di Santa Maria Capua Vetere. Come ai tempi che facevo lo studente – per citare un Gargiulo d’epoca -, le autolinee Marozzi mi stanno conducendo alle falde del Partenio, mentre i polpastrelli scivolano sulla tastiera e dallo schermo rimbalzano risultati per i quali avrei firmato col sangue. Empoli e Lanciano avrebbero potuto pareggiare, questo è vero. Ma i frentani sono entrati ufficialmente in crisi e i passi falsi di Crotone, Cesena, Spezia e Modena ci consentono di tenere a bada gli inseguitori: succeda quel che succeda stasera.
E però – come dice la canzone – hanno fatto uno squadrone ad Avellino, mentre la Juve di Castellammare, pur prodiga di proclami infrasettimanali, è ultima in classifica. Se tutto va come deve andare, Lupo ululà (in vetta), Castellammare ululì (con un piede nella fossa della serie C, da cui solo di recente si sono inopinatamente tratti). E stasera c’è luna piena.
Il prepartita è avaro di quei fattarieli sapidi che condiscono questo blog. Uno però lo trovo, nella lettura del saggio di Valerio Marchi che ho messo in borsa prima di partire: in Germania, sotto Hitler, una quota consistente di dissenso, e anzi di aperta minaccia per l’ordine costituito, viene dalle Wanderclicquen, le bande vaganti formate da giovani proletari urbani, che si muovono in gruppo e che si fanno riconoscere per i loro berretti … biancoverdi!
Sempre più fiero di questi colori, me ne vado allo stadio dopo una cena da centometrista. Gli spalti sono gremiti, ma al solito l’incitamento della curva non è raccolto dai rimanenti settori. Sistemo il bandierone, saluto il mio compagno di banco delle medie, mi siedo accanto a quello del liceo, col quale abbiamo condiviso i gradoni ai tempi della serie A: saranno passati vent’anni dell’ultima volta, ma è come fosse stato ieri.
Gli stabiesi danno eloquente prova di sé facendo scoppiare una dozzina di bombe carta, un paio arrivano in Tribuna Terminio, fortunatamente senza danni. Questa gente non dovrebbe entrare in uno stadio, una squadra con tifosi di tale fatta non merita questi palcoscenici.
Il primo tempo ci dice che le Vespe ronzano fastidiosamente intorno alla nostra area di rigore, ma non pungono. Cross, tiri da fuori area, ma Seculin non deve neppure sporcarsi i guantoni. I Lupi, invece, azzannano la preda in ben due occasioni: segna Schiavon, finalmente e meritatamente, dopo soli sette minuti, inserendosi dalla sinistra su un’apertura di Galabinov; poi sul finale tocca a Castaldo, che mette dentro una palla spizzata da Peccarisi. Tre volte in area, due reti: c’è di che essere soddisfatti.
Nelle ripresa i nostri si impadroniscono del pallino del gioco e dilagherebbero se non vi si opponessero la traversa, su conclusione di Gigione deviata da un difensore, un paio di interventi di Calderoni e qualche imprecisione nell’ultimo passaggio.
Invece gli ospiti trovano il jolly su conclusione dalla distanza, quando mancano una decina di minuti al termine. Allo scadere, con Massimo a terra, toccato duro, una girata di Doukara (?) ci procura un grosso spavento, che immediatamente si tramuta in un supplemento di soddisfazione quando subito dopo giunge il fischio finale e con esso la vetta della classifica, in condominio con Palermo ed Empoli.
Un campionato così è il migliore da un quarto di secolo a questa parte: come andrà a finire non lo so, o magari non voglio dirlo.
Per il momento mi incanto davanti alla pagina 210 del televideo, pianifico le prossime sortite al Partenio e le trasferte prenatalizie, mi delizio su Twitter, mi preparo a sognare da primo della classe.

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Lost & found: Diego Hernàn Acoglanis

Occorrono memoria, curiosità, tecnologia e serendipità, e il gioco è fatto: che fine ha fatto questo o quel calciatore, che in passato ha vestito la casacca dei lupi?

Iniziamo, in maniera assolutamente arbitraria, con Diego Hernàn Acoglanis, mediano argentino, classe ’82, in biancoverde da gennaio a giugno 2011.

Acoglanis cresce calcisticamente nel Rosario Central, poi passa al Central Cordoba, quindi valica la Cordigliera delle Ande e passa ai cileni del Coquimbo. Il passaporto comunitario lo convince a cercare fortuna in Europa, prima in Spagna, con i galiziani del Lalìn, poi in Italia, dove ricomincia dalle categorie dilettantistiche: dopo due campionati a Campobasso, in serie D, nel 2008/09 si unisce all’Hirpinia, in Eccellenza. Ed è qui che, durante la trasmissione di una partita su un canale locale, sento per la prima volta pronunciare dal telecronista il nome di questo calciatore, che immagazzino in qualche parte remota della mia memoria. Da essa attingo quando un paio di stagioni dopo l’Avellino lo mette sotto contratto, dopo il campionato di C2 vinto con le vespe della Juve Stabia e un fugace passaggio al Fidene: “El Tata” raggiunge all’ombra del Partenio i connazionali Vicentin e Comini.

Nella stagione regolare del campionato di Lega Pro seconda divisione il nostro totalizza 12 gettoni di presenza e una rete, un bel destro al volo che regala all’Avellino la vittoria sul sintetico di Pomezia. Inutile dire che io c’ero, nella trasferta in assoluto più breve della mia carriera di tifoso.

La seconda marcatura stagionale del rosso argentino arriva nella doppia finale playoff contro il Trapani: Diego segna la rete del 2 -1 casalingo, che i siciliani ribaltano a loro favore nella gara di ritorno.

Dopo la breve esperienza in Irpinia, Acoglanis si accasa alla Paganese, sempre in C2. Al termine del campionato con gli azzurrostellati chiude – per il momento – la lunga carriera da trotamundos e fa ritorno in Argentina.

Ed è lì che, seguendo le sue tracce nel Web, lo ritroviamo, nella sua Rosario, con la maglia del Tiro Federal, squadra di terza divisione, con la quale, fino a marzo, mette insieme 20 presenze e una rete.

B come Biancolino

Napoletano di Capodichino, Raffaele Biancolino, centravanti di razza e di lungo corso, è per tutti “il Pitone”, per via di uno dei numerosissimi tatuaggi e della danza nella quale si esibisce dopo le marcature.

Dieci anni lordi al Partenio, con improvvisi addii che poi diventano arrivederci, quattro campionati vinti, due retrocessioni, reti a grappoli che ne fanno il miglior cannoniere della storia biancoverde.

Sono 52 le marcature all’attivo, 29 solo nella stagione 2006/2007: sua la rete che apre la finale di ritorno con il Napoli, la squadra della sua città e per la quale tifa(va).

Le scritte sui muri del suo quartiere lo indicano come un rinnegato, un “sangue irpino”. L’offesa però non è tale, e anzi coglie molta parte di verità: il Pitone sceglie il Messina, poi la Juve Stabia, ma la famiglia continua a fare base ad Avellino, poco lontano dal Partenio.

Quando con la maglia dei peloritani segna contro l’Avellino non esulta neanche un po’, come non aveva esultato l’anno prima segnando al Napoli.

Nel 2009 l’Avellino che riparte dalla serie D lo richiama insieme a poche altre bandiere a impersonare una storia che non si interrompe, ma alla fine il contratto non va in porto e lui firma con gli altri Lupi, quelli del Cosenza.

Puntuali, ad ogni sessione di calciomercato, le voci di un ritorno del figliuol prodigo, sempre smentite dai fatti. Nel 2011 firma per il Salerno Calcio, e le polemiche infuriano, sia tra i tifosi blugranata che tra quelli biancoverdi: per i primi Biancolino deve emendarsi dall’ingombrante passato, per i secondi è (anche qui) un rinnegato, che si aggrega ai rivali in serie D, dopo aver rifiutato il passaggio all’Avellino nella stessa categoria appena l’anno prima.

A Salerno Lello ne fa tantissimi, ma a fine stagione lascia la rinnovata Salernitana per vestire ancora una volta il biancoverde. Il Biancolino che fa ritorno al Partenio ha 35 anni e 167 reti a referto: per alcuni è a fine corsa, e invece lui ne segna dieci, esibendo capacità fisiche e realizzative ancora integre e iniettando nello spogliatoio un patrimonio inestimabile di esperienza e carisma. Lo strappo provocato dall’approdo a Salerno è presto ricucito, e con questo sono quattro i campionati vinti in biancoverde per il Pitone dei record, che ad Avellino vuole concludere la sua carriera.