Fine delle trasmissioni

Vorrei sbagliarmi, ma credo che la somma dei fatti accaduti ieri fuori dal campo e di quelli accaduti oggi sul terreno di gioco e nel postpartita segni un punto di non ritorno.

Per il calcio, per molti appassionati e per il fantastico ciclo vincente che in tre anni ha consegnato all’Avellino una promozione diretta in B, una Supercoppa di Lega Pro e due campionati trascorsi sempre nella parte sinistra della classifica e quasi sempre tra le prime 8 del torneo.

Mentre in A il Parma gioca per onore di firma, sommerso dai debiti, in cadetteria Brescia e Varese stanno raschiando il fondo per terminare il campionato. A Vicenza, intanto, gli eredi della Lanerossi mascherano con i risultati sportivi un’altra grave crisi finanziaria. Senza denari non si canta messa, tranne che nell’agonizzante calcio italiano, incapace di darsi regole o almeno di farle rispettare, e quindi alla mercé di decisioni prese altrove, nelle segrete stanze o nelle Prefetture e Questure della Repubblica.

Il Varese, insomma, e con essa le società sopra citate, al campionato non avrebbero dovuto partecipare. Ovvio che quando si è in quelle condizioni non si sia in grado di assicurare il regolare svolgimento di una gara. Ovvio che le istituzioni sportive, incapaci di fare il proprio mestiere, siano surrogate da quelle dell’ordinamento generale. Si tratti di Calciopoli di decidere il rinvio di una partita, i meccanismi dell’ordinamento sportivo non funzionano ormai da troppo tempo.

Sulla decisione del Presidente Taccone di non fare ricorso per chiedere la vittoria a tavolino ho qualche perplessità. Una scelta di stile, d’accordo, in qualche misura forzata dai cinguettii del Presidente della Lega di Serie B Abodi, ma che non ha tenuto conto della realtà: gli atti vandalici e il clima di contestazione hanno obbligato il derelitto Varese a una prova d’orgoglio, come ha ammesso nel dopogara Bettinelli, tecnico dei padroni di casa. Insomma, la partita è stata falsata da circostanze esterne, di cui, colpevole o meno, la società del Varese avrebbe dovuto rispondere a titolo di responsabilità oggettiva.

Per i supporter che hanno raggiunto il Franco Ossola è stata forse la trasferta più lunga, sicuro la più tormentata della storia: ai milleottocento chilometri che separano l’Irpinia dal confine elvetico si sono aggiunti l’inaspettato rinvio del match, l’incertezza sul quando e il come del recupero, la necessità di procurarsi un tetto per la notte. Roba da scoraggiare anche i più ostinati. E in effetti, temo, qualcuno dei trecento di Varese getterà la spugna, almeno per un po’. Se sarà così, non gli si potrà dare torto.

Quale ricompensa per questi fedelissimi? Uno schiaffo in faccia.

Una gara da vincere senza esitazioni, che si mette bene anche oltre i nostri meriti, e che però non riusciamo a fare nostra. Per pareggiare, al Varese basta un po’ di corsa e il coraggio di chi non ha niente da perdere, poiché ha già perso tutto. La difesa è narcolettica, il tap-in dall’area piccola facile facile. Uno a uno e palla al centro. Ci sarebbe tempo per raddrizzarla, e invece l’Avellino scompare dal campo, in bambola sia tecnicamente che agonisticamente. I fischi allo scadere sono meritati, come quelli di Padova lo scorso anno. E non c’entra il nigeriano Osuji, l’anno scorso con i biancoscudati o ora col Varese: non è lui che ci ha fatto la macumba.

Preoccupano, e molto, le dichiarazioni a fine gara di Rastelli. La squadra – dice – non ha fatto nulla di ciò che avevamo preparato in settimana. L’allenatore, insomma, consegna ai microfoni la certificazione di una frattura tra guida tecnica e calciatori cui spetta alla Società rimediare, per dare un senso a questo scampolo di stagione.

Sia che si raggiungano i play-off, sia che anche quest’anno il traguardo sfumi negli ultimi metri, la sensazione è quella della fine di una storia, fatta di molte esaltanti vittorie e di qualche delusione tanto più cocente quanto più inattesa.

Inattesa come l’amarezza che mi lascia questo brutto fine settimana iniziato con le porte divelte e finito con un pareggio che sa di sconfitta e molte nubi, nere e minacciose, all’orizzonte.

Sbrogliare la matassa (Varese 1 – Avellino 1)

Sbrogliare la matassa di questo Varese – Avellino non è agevole, neppure il giorno dopo, dopo otto ore di sonno che compensano solo parzialmente la levataccia del sabato mattina e le quattordici ore di auto sulle diciotto di questa trasferta all’estrema Thule.
Inevitabile provarci a partire dalla coda: viste e riviste le immagini, quella che va in scena al minuto 94 è una evidente carica al portiere, che il direttore di gara avrebbe dovuto sanzionare. Non c’è solo Ely a ostacolare da tergo Terracciano, su cui contemporaneamente si abbatte una mischia in stile rugby alla quale partecipa anche il portiere biancorosso Bressan. Mentre quest’ultimo esulta sotto la sua curva, Pietro – cui per ulteriore beffa le statistiche attribuiranno un’autorete – esce dal campo in lacrime, e tra i nostri tifosi da tastiera c’è perfino chi riesce ad addebitargli presunti errori tecnici.
Per quanto mi riguarda, ogni diversa interpretazione è preclusa a chi sia intellettualmente onesto, dopo che lo stesso Bressan, da uomo di calcio e da portiere, riconosce che il goal andava annullato.
Essere raggiunti all’ultimo giro di lancette, ed essere raggiunti in questo modo; essere raggiunti dopo averne segnato uno già nel primo tempo e senza che la quaterna arbitrale abbia visto; essere raggiunti dopo aver avuto in almeno tre occasioni la palla del match point; essere raggiunti dopo settecento chilometri e con altrettanti ancora da fare: nella vita può accadere di meglio.
Ci sarebbe, insomma, di che non bloggare, per questo turno.
Voglio però che la Rete tenga traccia di questa giornata di un tifoso dell’Avellino e dei suoi compagni d’avventura, il viaggio in auto complessivamente più lungo che mi sia capitato di compiere in un giorno solo per motivi calcistici.
Con Arnaldo ci incontriamo alle sei alla Stazione Tiburtina; con lui il figlio, dieci anni, alla sua prima volta fuori casa. Tanto perché comprenda cosa vuol dire una trasferta, il padre deve aver scelto questa maratona: dopo Varese c’è la Svizzera, e alla Coppa Uefa non partecipiamo.
Giovanni fa le scuole elementari e ha una predilezione per la geografia: appena passiamo il confine regionale ci ragguaglia sull’orografia dell’Umbria, al 75 % collinare e al 25 % montuosa.
Le montagne vere ci attendono al varco a Barberino del Mugello, e a Roncobilaccio ci viene incontro il nevischio. Bomba o non bomba, arriveremo a Varese.
Alla guida c’è mio fratello, che nel frattempo abbiamo reclutato a Firenze. Ci si nutre di Pocket Coffee, si attinge al thermos, anch’esso pieno del prezioso liquido, ci si esercita a dominare la vescica e lo stomaco finché a Fiorenzuola non decidiamo di fermarci e di dare fuoco alle polveri dei rispettivi pranzi al sacco, come l’equipaggio rimpinguati durante la sosta nella capitale della Renzia.
A Masnago arriviamo con un’ora e mezza di anticipo. Ci sono già diversi equipaggi giunti dal Nord Italia e dalla Confederazione Elvetica. Accenti che si mescolano, padri con i figli nati oltreconfine ma con la sciarpa biancoverde al collo. Come dice Andrea, il tifo dell’Avellino, specie in trasferte simili, è bello soprattutto per questo.
Varcati i tornelli, entriamo nel Franco Ossola. Lo stadio-velodromo è messo male; dal settore ospiti si vede pochissimo, troppo lontana l’altra porta e la vista di quella più vicina ostruita da un’inferriata arrugginita sulla quale tocca arrampicarsi in qualche modo per collocare lo striscione dell’Avelllino Club Roma. Dal terreno di gioco, appena rizollato, si alza polvere come se si giocasse su uno sterrato.
Il Varese parte bene. Oduamadi imperversa sulla sinistra e mette in ambasce Bittante, D’Angelo e Fabbro, tutti ammoniti in rapida sequenza. Ne scaturiscono alcuni calci fermi, che la difesa sbroglia agevolmente.
Dopo i primo quindici o venti minuti prendiamo in mano il pallino del gioco.
Il pacchetto arretrato è guidato eficacemente dal rientrante Peccarisi e i lombardi non tirano mai in porta, neppure nell’occasione del pareggio. A centrocampo siamo tonici, con l’Asceota sugli scudi. A sinistra giostra un Millesi in versione Caceres. In avanti il Bulgaro si muove bene e ha in Ciano un valido compagno di reparto: i due dialogano forse meglio di quanto faccia la coppia titolare Galabinov & Castaldo.
Ho la sorte di filmare la punizione con cui Ciano ci porta in vantaggio; carico il video su Facebook: il pugno alzato è di mio fratello.
Poi il finale, su cui ho già detto la mia, mentre sull’arbitraggio non aggiungo altro.
Il viaggio di ritorno, che per definizione “è sempre più breve”, è invece tutt’altro che una passeggiata. Alla stanchezza che monta si aggiungono la rabbia e l’amarezza; ciò che non eravamo riusciti a vedere dal vivo, lo vediamo da Internet, e sfogarsi tra di noi, al telefono con gli amici a casa o su Facebook serve a poco.
Tocco terra all’una di notte, e un’altra ora, prima di addormentarmi, la passo a riguardare video, foto e commenti su uno schermo più grande.
A consuntivo sono due punti persi contro una squadra molto involuta rispetto a quanto mostrato al Partenio nel girone d’andata. La classifica ne risente, e da un potenziale terzo posto ci ritroviamo al sesto. Ecco perché, tabelle alla mano, non concordo con chi afferma che nell’economia di una stagione due punti in più o in meno non contino più di tanto.
Dopo l’autodafè casalingo con il Lanciano, resta in ogni caso una buona prestazione, che si inserisce nella scia delle prove di Trapani e di Terni, occasioni nelle quali avremmo strameritato di vincere; anche se in teoria il pareggio fuori casa non è mai da buttare. Ci mancano, dopo la sosta, i risultati al Partenio, che sabato prossimo attende il Pescara, giunto alla sesta sconfitta consecutiva: il Delfino giungerà in Irpinia con un nuovo tecnico al timone, dopo l’esonero di Pasquale Marino.
La caffeina in eccesso si è nel frattempo diluita, l’adrenalina e la rabbia pure, la matassa è stata dipanata: bloggare il giorno successivo, alla fine dei conti, serve anche a questo.

Avellino 1 – Varese 1: due partite in una, due punti in meno in classifica

Larghi spazi vuoti mi accolgono oggi al Partenio, dopo il sold out delle prime due uscite casalinghe: gli assenti hanno torto per definizione, quando si tratta del Lupo. E gli assenti – è cosa nota – frequentano principalmente le due tribune.
Pisacane non ha recuperato, gioca Peccarisi, in mediana Massimo sostituisce Togni. La panchina ospita finalmente Biancolino.
Sole a picco, tappeto verde stile patchwork dopo la parziale rizollatura.
L’avvio è del Varese: la difesa non è impermeabile e allora tocca a Terracciano e a un pizzico di buona sorte.
Buona iniziativa di Soncin, Castaldo prova la conclusione. Poi un tiro-cross di Massimo: ora siamo meno timidi.
Ancora Pietro Terracciano prodigioso su tiro a botta sicura di Pavoletti.
Arini crea e si divora un goal fatto, e sul ribaltamento il Varese ci castiga con una deviazione aerea di Rea su corner dalla sinistra.
All’intervallo lo svantaggio ci sta, ed è frutto di troppe scelte discutibili: Peccarisi centrale è impacciato e manda Fabbro fuori posizione; Bittante a sinistra è un pesce fuor d’acqua; Massimo non verticalizza e costringe Schiavon in copertura; a Soncin fa difetto la concretezza. Ci sarebbe molto da cambiare: Millesi o De Vito a sinistra, D’Angelo in mezzo per tamponare e ripartire, Galabinov in posizione di pivot. Non si può sostituire, invece, la terna arbitrale, che al solito penalizza i nostri con cartellini e fischi a senso unico.
Pronti, via, ed è un’altra partita. Castaldo coglie un palo in mischia, e per quanto il solito e fischiatissimo Pavoletti ci procuri ancora un paio di brividi, la ripresa è un monologo biancoverde, che conduce al meritato pareggio di Arini, abile di testa su sponda di Gigione a prolungare uno spiovente dalla destra di Zappacosta. Nel frattempo l’onda agonistica monta, grazie anche all’apporto del nuovo entrato Pape Dia, un altro giocatore rispetto a Lanciano. Massimo comincia a recuperare palloni, Izzo sale in cattedra, Castaldo si procura un rigore: sembra fatta, ma la sua conclusione è alta sulla traversa.
Non è finita, i Lupi attaccano ancora, mentre gli ospiti fanno mostra di non disdegnare il pari. Pape impegna su punizione il portiere avversario, che poi mura anche il tap in di Fabbro.
Il triplice fischio ci coglie in procinto di battere un calcio d’angolo: l’arbitro non ci concede l’ultima chance ed esce tra le contestazioni.
Solo applausi, invece, per l’Avellino, capace di ribaltare un primo tempo opaco con una ripresa arrembante, che solo la malasorte e l’imprecisione non tramutano in una vittoria.
Rinfrancato dalla buona prova dei Lupi, (non) mi smentisco e faccio il biglietto per Pescara.