Fuga per la vittoria (Avellino 2 – Padova 1)

Mancano ancora cinque minuti più recupero, e quest’ultimo si preannuncia eterno.
Stiamo due a uno, ma ci sarà da stringere i denti contro un Padova che nel frattempo ha schierato l’artiglieria pesante. Io, però, devo andare: alle cinque parte l’ultimo bus per Roma.
Decido di dare retta al navigatore e mi muovo dalla Terminio con venti minuti di anticipo. Troppi, scoprirò in seguito.
Faccio il giro dalla Curva Sud: l’ultima azione che riesco a vedere è un tentativo di Soncin.
Poi, una lunga fuga, di corsa lungo via Zoccolari, deserta, sospinto dalla ripida discesa.
Quando la strada torna in piano sono ormai fuori dalla portata sonora dello stadio e mi affido allo streaming di Radio Magic. Il cronista, al solito, ha finito o quasi la voce. Loro ci provano, noi controlliamo e ripartiamo. Il Cobra pare si divori la rete del tre a uno.
Arrivo a Piazza Macello che l’extra time è scaduto, e però ancora si gioca. Al triplice fischio esultiamo con un altro passeggero, più fortunato di me: dallo stadio è giunto in macchina, rimanendo sugli spalti fino all’ultimo, mentre io andavo in fuga per la vittoria
E allora eccomi qui, seduto nel posto centrale dell’ultima fila del bus, a riavvolgere il nastro della partita, per provare a tirare le somme.
Gara combattuta, come sempre o quasi in questo girone d’andata, oggi all’epilogo. Abbiamo vinto, ma potevamo pareggiarla, e perfino perderla.
L’Avellino è subito in vantaggio grazie a un inserimento centrale di Arini, servito dalla sinistra da un inedito Pisacane in versione assist man.
Il Padova è bravo a rimediare al nostro avvio lampo e perviene al pari su una mischia innescata da una punizione dalla destra, malamente respinta da Seculin, in precedenza incerto su un altro calcio franco, stavolta dalla parte opposta, e però reattivo in una provvidenziale uscita di piede ben oltre il limite dell’area.
I biancoscudati se la giocano con le  qualità tecniche e con il mestiere di Rocchi e Pasquato, noi ci mettiamo le incursioni di Arini, la corsa e il calcio di Angiulli, oggi titolare neanche tanto a sorpresa, i cross di Zappacosta, un paio di tentativi di testa di Galabinov.
Su una girata del Trace vediamo un fallo di mano, ma il direttore di gara fa proseguire.
La ripresa pare avviata sui binari del pareggio. Si gioca molto poco, a causa di infortuni e manfrine. Intorno al ventesimo Mutti è costretto a sostituire il portiere.
Neanche un paio di minuti che Colombi, il nuovo entrato, deve raccogliere la palla in fondo al sacco. Il contropiede è fulmineo: il belga Ladrière, anch’egli da poco in campo, lascia sul posto Santacroce e serve in profondità Castaldo; Gigione crossa al centro per l’accorrente Arini che la mette di nuovo dentro, stavolta di testa.
Mariano è oggi un altro giocatore rispetto a quello di Reggio Calabria, stanco e falloso. Bene Angiulli, che ha giocato con personalità, provando anche la conclusione. Positivo l’impatto dell’ultimo arrivato Ladrière, davvero un bel trottolino. In difesa benissimo Faffolino, mentre Izzo esce alla distanza. Castaldo è sempre pericoloso, se non alla conclusione in fase di rifinitura.
Palermo ed Empoli passano a Crotone e Pescara e ci precedono in classifica rispettivamente di tre e due punti. Con un pizzico di buona sorte potevamo agguantare il primato. Ma va bene così.
La vera fortuna è che a casa mia non abbiano sentito la scossa di terremoto verificatasi nel frattempo tra Molise e Campania, di cui ho avuto notizia da un tweet: loro non se n’erano accorti, ed è toccato a me, che ero in viaggio, avvertirli. Potenza dei social media e della connettività mobile.

Non c’è più morale, Contessa (Reggina 1 – Avellino 1)

“Non c’è più morale, Contessa”, cantava negli anni Settanta Paolo Pietrangeli.
E il verso mi ritorna in mente quando, a una decina dal termine, Contessa, calciatore della Reggina, si tuffa in area e intercetta di mano la palla proveniente dalla sinistra, come neanche il miglior centroboa.
È rigore, ognuno direbbe, ma l’arbitro, che aveva già concesso ai nostri un penalty per un tocco di braccio di Strasser, non fischia. Davvero non c’è più morale.
E così, in questo Boxing Day, da Scilla torniamo con un solo punto nel carniere.
Punto d’oro, alla luce di un primo tempo da dimenticare.
Punto che sa di poco, dopo un secondo tempo giocato in costante proiezione offensiva.
Punto pesante, se fra tre giorni battiamo il Padova al Partenio, il Palermo non passa a Pescara e il Crotone ferma l’Empoli.
Il goal a freddo di Di Michele inaugura una prima frazione brutta, la peggiore dall’inizio del campionato. La difesa soffre, il centrocampo arranca nel tentativo di fate gioco e randella più del lecito; perfino Castaldo gioca male.
Fortuna che c’è l’intervallo, da cui torna in campo una squadra più vogliosa.
Al posto di D’Angelo, ammonito, c’è Angiulli, e proprio dal sinistro di Fez scaturisce il tiro intercettato dal braccio di Strasser: è rigore, che Galabinov trasforma.
Il rammarico per la vittoria mancata si alimenta, oltre che della parata di Contessa, di una grossa occasione di Castaldo, che devia di testa un traversone al bacio di Zappacosta, migliore in campo.
Bisogna stringere i denti fino a domenica. In casa, di solito, è però un altro Avellino.

Canarini, trivelle e mugliatielli (Avellino 2 – Modena 1)

È domenica mattina, e tuttavia la sveglia suona di buon’ora.
Ci sono ancora la valgia da preparare, i regali di Natale da impacchettare, la sciarpa nuova fiammante da mettere in borsa. Finché non entriamo in macchina metto a dura prova la pazienza di Elena. Partiamo poco prima delle 9, via di corsa verso Avellino: ci attende la partita col Modena.
Nonostante la solita coda sul Raccordo, spacchiamo il minuto e a un quarto a mezzogiorno siamo a casa, a recuperare papà, l’abbonamento e una bella sporta di calzoni ripieni e mandarini: bisogna pur sopravvivere.  In Terminio entriamo mentre lo speaker sta annunciando le formazioni. La nostra, stavolta, è la migliore possibile, con Togni in panca.
La partita è emozionante, dentro e fuori dal terreno di gioco. Sugli spalti, i Maestri della Sciarpata si esibiscono nella specialità della casa
L’Avellino parte bene: il diagonale di Castaldo, servito da Zappacosta, esce di un niente. Poi i Canarini prendono il sopravvento, nel gioco e nelle occasioni. Il palo dice no a una conclusione da fuori di Bianchi, e sulla ribattuta seculin è prodigioso nel respingere di piede.
Le manovre dei Lupi si dipanano sulla destra, mentre al centro facciamo fatica ad impostare. Poco prima del 45esimo, però, peschiamo il jolly. Capitan D’Angelo, sul filo del fuorigioco, intercetta una conclusione di Zappacosta, si gira e fulmina Pinsoglio.
Andiamo all’intervallo in vantaggio, e il fiero pasto portato da casa va giù che è una meraviglia.
Altrettanto corroborante l’avvio di ripresa. Prima Galabinov si vede intercettare dal portiere modenese una conclusione a colpo sicuro, poi Castaldo si divora il raddoppio a tu per tu con Pinsoglio, che non si fa superare dal pallonetto di Gigione.
Quando finalmente l’arbitro sanziona un fallo su Galagoal al limite dell’area, sul pallone ci va il Bulgaro, che la mette dentro con una parabola da brasiliano.
Sembra finita, ma non lo è. Il Modena coglie un altro legno, poi accorcia con Babacar che approfitta di un’improvvisa amnesia di Peccarisi. La sofferenza, del resto, è di prammatica, e vale a rendere ancora più belle partita e vittoria.
Benissimo Seculin, Zappacosta è il solito stantuffo, del trio di centrocampo Sc-Ar-D’A il migliore è il leone asceota. Sfortunato Castaldo, Galabinov sornione.

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Dopo il fischio finale, lo scambio degli auguri, poi a casa per un caffè e un giro veloce sui Social Network: i primi tweet con gli hashtag #Avellino e #Forzalupi sono in finlandese, e per fortuna c’è Google Translator.
Non c’è tempo di bloggare: bisogna andare a Gesualdo per il corteo contro le trivellazioni petrolifere in Alta Irpinia. Tra i partecipanti qualcuno innalza uno steccato da stadio, altri sfilano con la sciarpa biancoverde al collo.
In ballo c’è il futuro della nostra provincia: sarebbe bello se alla prossima occasione vi fosse il bandierone che quest’anno sventola in Curva Sud e che reca la sagoma dell’Irpinia.
La sortita gesualdese termina a tavola: diciamo no al petrolio, sì ai mugliatielli al sugo, autentica e rara prelibatezza della nostra cucina.

Ogni cosa è biancoverde (di ritorno da Torino)

La sortita allo Juventus Stadium dura due giorni.
Il ritorno è un lungo viaggio in auto, al collo la sciarpa dell’Avellino pure durante la sosta per il pranzo: si commenta l’aspetto tecnico, certo, ma soprattutto lo spettacolo sugli spalti.
La soddisfazione è enorme, di fronte al coro di elogi per i Lupi al seguito, numerosi e corretti come di rado accade: dai tifosi bianconeri, dai telecronisti, dai radiocronisti, dai giornali, dalle testate online, su Twitter e Facebook.
Magnifico, tra tutti, il pezzo di Marco Ansaldo su La stampa.

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Tra una galleria e un’altra, i video su YouTube sono cliccatissimi: il titolo di “Maestri della sciarpata” è meritato e ci riempie di orgoglio.
Da casa Elena mi fa la rassegna stampa e ne tira fuori un pezzo commovente per il suo nuovo giornale.
Insomma, ieri, e non solo nelle dieci e passa ore di viaggio, ogni cosa è biancoverde.
Tanto che, percorrendo a piedi le ultime centinaia di metri dal ritorno a casa, mi imbatto in un adesivo del Nucleo Roma Ultras Avellino, appiccicato al palo di un segnale stradale.
Forse c’è sempre stato, forse qualcuno lo ha attaccato dopo la partita del giorno prima: fatto sta che non lo avevo mai visto prima, pur avendo fatto tante volte quella strada.
Forse so chi lo ha messo lì: a lui, se è lui, e se mai mi leggesse, dico che è tempo di tornare nel branco.

Avrei voluto

Avrei voluto giocarla a gennaio, come da calendario, e non in mezzo agli impegni di campionato.
Avrei voluto giocarla con il portiere titolare, il centrale titolare, un mediano in più e una seconda punta vera.
Avrei voluto vedere parate, pali, entrate decise e cartellini, fortuna e ostruzionismo.
Avrei voluto sentire sugli spalti una sana distanza tra due mondi incommensurabilmente diversi.
Avrei voluto un arbitraggio equilibrato.
È andata diversamente: mi consolano gli amici, i messaggi da casa, una hinchada da massima serie, il coro “Torneremo in Serie A”, che non sentivo cantare da decenni.
Già, la Serie A: è tempo di provarci.
Solo così mi spiego la formazione di questa sera.
Bravo Izzo, già maturo per altri palcoscenici.  Non così Zappacosta. I soliti Arini e D’Angelo. Castaldo a predicare nel deserto. Si è rivisto Angiulli: lo meritava, si è guadagnato altre chances.

Dalla Viribus alla Juventus: per aspera ad astra

Dalla Viribus alla Juventus: per aspera ad astra.
Dopo aver calcato negli anni recenti i polverosi teatri della provincia, meridionale e non solo (Adrano, certo, ma pure Pomezia o Lumezzane), la compagnia di giro biancoverde si esibisce stasera allo Juventus Stadium. Se sarà comparsa o protagonista, se ci sarà da piangere o da ridere, lo sapremo prima della mezzanotte.
Noi, che siamo la claque al seguito, in ogni caso applaudiremo.
Raramente mi capita di commentare articoli pubblicati on line. Mi è successo ieri, dopo aver letto un pezzo di una nota testata irpina: la partita di questa sera – scrive l’autore – è la festa di chi ha seguito la squadra fin dal giorno in cui essa è nata. Ma come – ribatto io – la squadra, questa squadra, è la stessa di sempre, fondata (per convenzione) nel 1912. Bisognerebbe aver compiuto 103 o 104 anni, e tifosi-Matusalemme io non ne conosco.
La società è la società, e la squadra è la squadra: l’Avellino è una e una sola, distinguere non si può e non si dovrebbe.
La continuità tra Aesse e Uesse è uno degli assi portanti dello statuto dell’Avellino Club Roma, che stiamo provando a buttare giù.
Provate a chiederlo a uno juventino: ci dirà di Tacconi e Vignola, Favero e Alessio, della storia che è di tutti noi e non solo dei custodi dell’ortodossia.
Con questo orgoglio andiamo a Torino: l’Avellino siamo noi, tutti noi.
Il viaggio scorre lungo la costa tirrenica; Aurelia e autostrada, lo stesso itinerario che ci ha condotto la scorsa settimana alla Spezia. Proprio durante quel viaggio, ecco via Twitter la notizia dell’anticipo del match di stasera: non ci siamo fatti cogliere alla sprovvista, e siamo qui, con le sagome delle Apuane che si stagliano alla nostra destra, il telefono del lavoro nell’altra mano, la sciarpa al collo, il biglietto in tasca e una speranza in fondo al cuore.
Pochi giorni fa ho vinto la riffa dell’Avellino Club Roma, è stato estratto il numero 17. Tutto può succedere: Fortuna audaces iuvat. E non mi riferisco ai bianconeri.

Trapani 1 – Avellino 1, il pareggio è come la cassata

Il pareggio è come la cassata: dolce al primo assaggio, con tutto quello zucchero che ti delizia il palato, insopportabilmente stucchevole già dal secondo boccone.
Dopo il punto preso a Spezia, al Provinciale di Trapani i Lupi mettono in carniere un altro pari esterno, uscendo indenni da due trasferte consecutive molto temute alla vigilia. Timori infondati, ad ogni modo: come già la compagine di Stroppa, anche quella di Boscaglia non ci mette mai in difficoltà, e alla fine l’Avellino Club Roma recrimina all’unanimità per una vittoria mancata. In classifica abbiamo fatto 30, ma, già che c’eravamo, potevamo fare 30 e lode, cioè 32.
Già nel primo tempo il taccuino segnala una netta prevalenza dell’Avellino: un cross dalla destra non finalizzato da Schiavon, una conclusione da fuori di D’Angelo, una percussione di stile rugbistico di Arini, una deviazione in spaccata di Izzo, una zuccata di Castaldo su traversone ancora di Zappacosta, due occasioni non finalizzate da Soncin, cui il Trapani risponde con due conclusioni dalla distanza di Pirrone e Basso. Nessuna palla-goal eclatante, ma una netta prevalenza dei nostri nel computo delle occasioni.
Nella ripresa è un crescendo dei verdi, fino alla rete del vantaggio. Si inizia con un tiro dalla distanza di Arini, Nordi ribatte sui piedi di Castaldo, conclusione di Gigione, nuova parata del portiere siciliano. Ma è l’occasione sprecata da Soncin, servito dalla destra da Zappacosta, a gridare vendetta. Ci provano ancora Castaldo, Arini e Galabinov (subentrato al Cobra), finché Mariano Settepolmoni non la butta dentro, finalmente, incornando su calcio d’angolo. Manca meno di un quarto d’ora: sembra fatta.
Il Legend pub esplode di gioia, ma i festeggiamenti non sono finiti che il Trapani pareggia con Mancosu, tutto solo in prossimità dell’area piccola, servito in posizione dubbia sugli sviluppi di una punizione dalla sinistra.
Una conclusione larga del bulgaro e un colpo di testa di Abate, alto, chiudono il match.
Sulla strada del ritorno da San Lorenzo, conveniamo con Angelo Picariello nei giudizi postpartita: prestazione ottima, che alimenta i rimpianti per non aver fatto bottino pieno; la classifica si muove ancora, e i due pari esterni vanno ora capitalizzati con un pieno di punti nei tre incontri che ci separano dalla fine del girone d’andata.
Soprattutto, aggiungo io, per la prima volta nelle ultime cinque stagioni il Trapani di Boscaglia non sembra a noi superiore, anzi ci teme, ci subisce e ringrazia gli dei dell’Olimpo per il pareggio. Per me che ero al Provinciale quando i granata ci surclassarono nella finale play-off di Seconda Divisione, solo tre anni fa, e per tutti quelli che hanno sofferto sugli spalti o davanti alla tv quando, lo scorso maggio, il Trapani ci ha conteso fino all’ultimo respiro la Supercoppa di Lega Pro, è una confortante novità.
Preoccupa la scarsa capacità di finalizzare la mole di gioco prodotta: serve come il pane una seconda punta, poiché Soncin ha definitivamente le polveri bagnate, Galabinov alterna ottime prestazioni a prove svagate e Castaldo non può cantare e portare la croce.
Sugli scudi Arini, sia in fase di contenimento che in attacco, dove ci prova di forza, da fuori, con inserimenti in area piccola e di testa. Buona anche la prova di Izzo. Zappacosta è una spina nel fianco di Boscaglia, ma cala nel finale. Seculin si guadagna la pagnotta, in attesa che torni Saracinesca Terracciano.
Per stasera siamo quarti in classifica: da qui ripartiamo per i prossimi appuntamenti di campionato e per il mercoledì di coppa. Torino sarà biancoverde.