Zero a zero col Cesena, ora sotto col Frosinone

Quando arrivo ad Avellino, la neve caduta in settimana non c’è più. A casa mi attende lo striscione dell’Avellino Club Roma, che oggi ho l’onore di esporre in Tribuna Terminio: lo assicura saldamente alle inferriate lo spago da cucina, quello che si usa per fare gli involtini.
Avellino ancora privo di Terracciano e Fabbro, cui si aggiunge Izzo. Rientra Togni, assente dalla trasferta di Lanciano.
Il Cesena è un brutto cliente, e per un largo tratto del primo tempo prende in mano il pallino. Più di Succi e Defrel, punge D’Alessandro, che sfonda un paio di volte sulla sinistra, prima che Bittante gli prenda le misure.
Tutto sommato, però, Seculin non corre grossi pericoli, e anzi l’occasione migliore è di Arini, che ci prova di testa su cross di Galabinov.
Nel finale di tempo prendiamo campo e ci proviamo con Castaldo, in girata,  ancora con Arini, stavolta dalla distanza, e quindi con Zappacosta, di testa.
La premessa per una ripresa nella quale gli ospiti non superano la linea di metà campo.
La squadra cresce: al solito Arini, a Schiavon, a Castaldo, si aggiungono tra i migliori Bittante e Zappacosta.
Sul tabellino annoto un colpo di testa del bulgaro, due conclusioni da fuori area di Gigione e Schiavon, qualche cross pericoloso dalla destra.
Quando D’Angelo subentra a Togni, il centrocampo acquisisce maggiore sostanza: Romulo è sembrato un pesce fuor d’acqua, timido sia nell’impostazione che nel contrasto, certo ancora lontano dalla piena forma. Il risultato, in ogni caso, non si schioda: facciamo zero a zero in casa, dopo non so quanto tempo. Il sentimento dice di un’occasione persa, la ragione mi convince che se non si riesce a vincere, meglio pareggiare, al cospetto di un avversario con il quale si sarebbe potuto anche perdere. Su Twitter, Pisacane è d’accordo con questa tesi. Le distanza dall’Empoli restano immutate, dal Lanciano ci divide ora un solo punto, il Palermo fa corsa a sé, mentre gli specchietti retrovisori inquadrano le sagome del Latina e del Pescara. Se poi guardiamo la parte destra della classifica, allora abbiamo il doppio dei punti della quintultima, e quindi al diavolo le paturnie.
Nel dopopartita esplode il caso dei (presunti) fischi del Partenio. Specialmente in alcuni settori dello stadio, lo sappiamo, si annidano scienziati del pallone, la cui ragione di vita è la critica a prescindere. Uno, per dire, ce lo avevo oggi proprio di fianco. Però sono netta minoranza, e i fischi a fine gara ci saranno anche stati (quelli della Terminio, per la verità, indirizzati all’arbitro), ma sovrastati dagli applausi. Accorgersi dei primi, ignorando i secondi, è francamente ingeneroso nei confronti della stragrande maggioranza degli spettatori e regala il proscenio a una minoranza insignificante che va invece ignorata. Non c’erano, caro Mister, altri modi, meno dirompenti, per ribadire ai tifosi gli obiettivi di inizio stagione?
Per fortuna martedì c’è la Coppa Italia: ora sotto con il Frosinone, per conquistare lo Juventus Stadium e archiviare le polemiche, prima di preparare la trasferta a Spezia.

Tempo da Lupi: l’Avellino e la neve

Nevica su Avellino e l’Irpinia, dicono Facebook e Twitter. Mia madre, al telefono, conferma: cinque centimetri sul capoluogo quando è appena ora di cena. A Roma soffia la tramontana, e le previsioni per questa notte annunciano che il termometro scenderà sotto lo zero: Marino come Alemanno?
Tempo di polenta nel piatto, con un bel rosso nel bicchiere. E tempo da Lupi, sabato contro il Cesena.
Per intanto, tuffiamoci nei ricordi: quelle volte che l’Avellino ha giocato sotto la neve.
Quando dici neve, pensi subito al Verona.
Tutti ricordano la vittoria per due a uno contro l’Hellas che avrebbe vinto lo scudetto. Era il 13 gennaio 1985, ultima del girone d’andata, e un eurogoal di Angelo Colombo manda a male Garella e il Partenio in visibilio.

Io c’ero, per quanto non avessi fatto parte di quel centinaio di tifosi che provvide a spalare la neve dal terreno di gioco. Ricordo che indossai un paio di stivaloni da pescatore, il pigiama sotto i pantaloni, e percorsi a piedi i due chilometri e passa che separano casa mia dallo stadio. Avevo tredici anni, in tasca l’abbonamento di curva, e alla partita andai per la prima volta da solo.
Ma la neve, mista ad acqua, fa la sua comparsa anche in un Avellino – Verona del 31 gennaio 1988, seconda giornata di ritorno e seconda vittoria in campionato per l’Avellino, che alla fine non riesce a salvare la categoria. Segna Paolo Benedetti, di testa, su traversone dalla sinistra di Armando Ferroni.

Siamo nella ripresa, e già nevischia, dopo un repentino mutamento delle condizioni atmosferiche: prima dell’incontro una dozzina di ballerine brasiliane, sull’onda del Cacao Meravigliao, aveva sfilato in perizoma lungo la pista di atletica. La mattina faceva caldo – giuro – e non avevo pensato a portare un ombrello: mi riparai sotto la bandiera, con l’unico risultato di ritrovarmi i capelli inzuppati e tinti di verde.
Il 14 aprile 2001, la neve impedisce la regolare disputa della partita casalinga contro la Vis Pesaro, campionato di Serie C1. È la Settimana Santa, e io sono per la prima volta al Partenio con Elena. Ci accomodiamo – per modo di dire – nell’anello inferiore della Sud, battiamo e stringiamo i denti, si gioca pochi minuti nella ripresa, poi l’arbitro manda tutti a casa.
Non mi ricordo, invece, di un Avellino – Foggia, ancora in C1, non disputata il 29 gennaio 2005, cui mi conduce il motore di ricerca di Big G.
Nel 2012, il 12 febbraio, l’ultima nevicata, con rinvio dell’incontro con la Pro Vercelli, nonostante si rivedano gli ultras nel tentativo di spalare, a quasi trent’anni da quella volta contro il Verona.
E sabato prossimo? Le previsioni dicono che fino a mercoledì fiocca: tre giorni dovrebbero bastare per spalare la neve dal campo e dagli spalti e per restituire il Partenio all’Avellino e ai suoi tifosi, per una partita all’insegna di un tempo da Lupi, che ben si addice a entrambi.

Il teorema di Pitagora: Crotone 3 – Avellino 2

In ogni triangolo rettangolo il quadrato costruito sull’ipotenusa è sempre equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti. Cosi il teorema di Pitagora.
Altrettanto dimostrabile, alla vigilia, e con pari rigore scientifico, la seguente proposizione: se l’avversario ne ha segnati ventitré e ne ha subiti ventidue, la partita la vinci o la perdi in difesa.
E la partita contro i Pitagorici, oggi, l’abbiamo persa in difesa, orfana di Terracciano e Fabbro e con un Pisacane che la settimana l’ha passata in infermeria, scarsamente sorretta da un centrocampo troppo molle in fase di filtro: Arini si danna come al solito, ma il rientrante Massimo non la vede mai, mentre D’Angelo, pure lui alle prese con i postumi della battaglia con le Vespe, getta ben presto la spugna.
Il Crotone si dimostra squadra tecnica e veloce e vince meritatamente: pronti, via, e i calabresi sono già in vantaggio; l’Avellino segna con Zappacosta e Castaldo, ma un attimo dopo i padroni di casa pareggiano e poi vanno sul 3 a 2. Nei momenti topici loro ci sono, i nostri no. E a nulla vale una ripresa a larghi tratti dominata dai Lupi, con Izzo a cui non riesce la deviazione-goal.
Sul banco degli imputati – inutile girarci intorno – finisce Seculin, che in occasione della prima e della terza segnatura avversaria non esce come avrebbe dovuto. A vedere la partita con noi dell’Avellino Club Roma c’era, anche oggi, Pietro Terracciano, ancora infortunato: la sua presenza ci rende orgogliosi, ma è tempo che il nostro portiere titolare ritorni tra i pali.
Altri indizi portano invece ad attribuire la sconfitta ad una rosa ridotta ai minimi termini a causa di infortuni vecchi e nuovi e squalifiche in serie. Con il passare delle giornate la situazione non può che peggiorare: urgono rimedi, sia in quantità che in qualità. Se per recuperare getti nella mischia Soncin e Biancolino, vuol dire che nella faretra le frecce scarseggiano.
Con questa amarezza che ti rovina la serata e con la pioggia che scende copiosa da più di ventiquattro ore, di questo pomeriggio non resta molto da salvare.
Sul piano tecnico, le due reti odierne ribadiscono il buono stato di forma del nostro attacco, con Castaldo alla terza rete di seguito.
Su quello personale resta il piacere di aver scambiato qualche battuta con il nostro numero uno: era già successo la scorsa estate, a Stromboli, quando con mio padre ci eravamo imbattuti in un ragazzone con i pantaloncini verdi dell’Unione Sportiva. Incuriositi, dopo una rapida indagine, avevamo concluso trattarsi di Pietro Terracciano, in predicato di firmare per la nostra squadra, sicché, nell’occasione successiva, ci eravamo rivelati per quello che siamo: due tifosi sfegatati.
Il tuo beniamino che si ricorda di quell’episodio, le chiacchiere sull’isola e sul vulcano, una stretta di mano, una foto insieme a lui, ed ecco che il peso della sconfitta odierna è almeno un po’ meno opprimente.

La scossa delle 19 e 35 e la ricerca che non ho finito

Per quanto mi sia sempre piaciuto studiare, la programmazione non è mai stata il mio forte.

E così, quella domenica, alle sette e mezza di sera ero ancora con la testa sui libri, studente di quarta elementare, impegnato in una ricerca sul coccodrillo del Nilo, mentre il canale nazionale trasmetteva il secondo tempo di una partita di campionato e mia madre spiattellava di là in cucina. Dopo avere ritagliato e incollato sul quaderno un disegno che riproduceva le fattezze del possente rettile, per acquisire il quale avevo sacrificato un vecchio libro dei miei genitori, mi ero immerso nella lettura dell’Enciclopedia del Fanciullo, che avrei successivamente ricopiato per completare le ricerca.

Almeno: quelle erano le mie intenzioni. Se solo la ricerca non fosse stata interrotta da un avvenimento che, ancora oggi, dopo trent’anni, è sinonimo di paura (e di dolore) per me e per tutti gli irpini: la scossa delle 19 e 35 del 23 novembre 1980.

Il boato enorme, il rumore fragoroso di ferraglia che emana dai pavimenti e dai muri, il servizio buono che cade dalla credenza, il lampadario che schizza da una parte all’altra, mia madre che si precipita ad impedire che il televisore a colori, appena acquistato, si fracassi al suolo, gli sguardi di terrore in un tempo interminabile, lo stipite della porta tra ingresso e corridoio al quale, non so perché, mi aggrappo. Nessuno chiede cosa sia, ché il terremoto si presenta da sé.

Non c’è tempo di finirla, la ricerca. Ci vestiamo in fretta e ci precipitiamo lungo le scale, io e mio fratello saltando i gradini a quattro a quattro. Il palazzo pare integro, salvo alcune mattonelle staccatesi dalla facciata. Mio padre rientra a prendere le chiavi della macchina, i soldi e le coperte. Quando ritorna ci informa che il telefono non funziona.

Ci infiliamo nella Dyane verde, percorriamo Valle e poi Mercogliano, dove facciamo una prima sosta. La scuola è apparentemente al suo posto, ma le suore sono per strada. Cerco di dire a Suor Tarcisia, la mia maestra, che purtroppo non ho potuto finire la ricerca. Giungono vaghe notizie di crolli nel centro storico, a Capocastello. Funziona solo il passaparola, impossibile mettersi in contatto con parenti e amici. Ecco che allora ci dirigiamo al paese. I nonni stanno bene, zii e cugini pure. Ci si accampa nel piazzale del ristorante Cappuccino, nel quale si radunano almeno 6 o 7 famiglie. E’ la sera di domenica, c’è stato un banchetto nuziale, e dunque c’è cibo e ci sono riserve cui attingere. Si accendono i fuochi, si predispongono giacigli di fortuna. Una volta tolti i sedili, la Dyane si rivela capace di ospitare due adulti e due bambini.

Quei bambini che non capiscono esattamente cosa stia succedendo, anche perché neppure i grandi lo sanno, finché nella notte non arriva qualcuno a bordo di una Fiat Campagnola, che racconta di crolli e di morti in città, mentre località remote come Sant’Angelo, Lioni, Conza, cominciano ad entrare nelle cronache dal cratere.

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A San Mango è caduto l’intero paese. La casa del Professore De Blasi si è sbriciolata, seppellendo l’anziana madre sotto un cumulo di macerie. La stessa casa cui eravamo diretti quel pomeriggio di domenica, se il caldo insolito per quella stagione, il cielo rossastro e i capricci di Rino e Andrea non avessero convinto i Professori Marinelli a cambiare in corsa i programmi e fare rotta su Salerno, per mangiare un gelato, giocare alle giostre e ascoltare alla radio la cronaca della partita, con l’Avellino che quella domenica surclassa l’Ascoli per quattro reti a due e un Juary in gran forma.

23nov

Mesi dopo dalle macerie della collina della Terra riemerge uno striscione verde. Mio zio lo raccoglie e lo mette da parte. Verrà utile nove anni dopo, quando, all’indomani della retrocessione dalla massima serie, con un gruppo di amici ne dipingiamo il retro con la scritta “Risorgeremo!”.

Lupo ululà, Castellammare ululì

Le partite del pomeriggio terminano all’altezza di Santa Maria Capua Vetere. Come ai tempi che facevo lo studente – per citare un Gargiulo d’epoca -, le autolinee Marozzi mi stanno conducendo alle falde del Partenio, mentre i polpastrelli scivolano sulla tastiera e dallo schermo rimbalzano risultati per i quali avrei firmato col sangue. Empoli e Lanciano avrebbero potuto pareggiare, questo è vero. Ma i frentani sono entrati ufficialmente in crisi e i passi falsi di Crotone, Cesena, Spezia e Modena ci consentono di tenere a bada gli inseguitori: succeda quel che succeda stasera.
E però – come dice la canzone – hanno fatto uno squadrone ad Avellino, mentre la Juve di Castellammare, pur prodiga di proclami infrasettimanali, è ultima in classifica. Se tutto va come deve andare, Lupo ululà (in vetta), Castellammare ululì (con un piede nella fossa della serie C, da cui solo di recente si sono inopinatamente tratti). E stasera c’è luna piena.
Il prepartita è avaro di quei fattarieli sapidi che condiscono questo blog. Uno però lo trovo, nella lettura del saggio di Valerio Marchi che ho messo in borsa prima di partire: in Germania, sotto Hitler, una quota consistente di dissenso, e anzi di aperta minaccia per l’ordine costituito, viene dalle Wanderclicquen, le bande vaganti formate da giovani proletari urbani, che si muovono in gruppo e che si fanno riconoscere per i loro berretti … biancoverdi!
Sempre più fiero di questi colori, me ne vado allo stadio dopo una cena da centometrista. Gli spalti sono gremiti, ma al solito l’incitamento della curva non è raccolto dai rimanenti settori. Sistemo il bandierone, saluto il mio compagno di banco delle medie, mi siedo accanto a quello del liceo, col quale abbiamo condiviso i gradoni ai tempi della serie A: saranno passati vent’anni dell’ultima volta, ma è come fosse stato ieri.
Gli stabiesi danno eloquente prova di sé facendo scoppiare una dozzina di bombe carta, un paio arrivano in Tribuna Terminio, fortunatamente senza danni. Questa gente non dovrebbe entrare in uno stadio, una squadra con tifosi di tale fatta non merita questi palcoscenici.
Il primo tempo ci dice che le Vespe ronzano fastidiosamente intorno alla nostra area di rigore, ma non pungono. Cross, tiri da fuori area, ma Seculin non deve neppure sporcarsi i guantoni. I Lupi, invece, azzannano la preda in ben due occasioni: segna Schiavon, finalmente e meritatamente, dopo soli sette minuti, inserendosi dalla sinistra su un’apertura di Galabinov; poi sul finale tocca a Castaldo, che mette dentro una palla spizzata da Peccarisi. Tre volte in area, due reti: c’è di che essere soddisfatti.
Nelle ripresa i nostri si impadroniscono del pallino del gioco e dilagherebbero se non vi si opponessero la traversa, su conclusione di Gigione deviata da un difensore, un paio di interventi di Calderoni e qualche imprecisione nell’ultimo passaggio.
Invece gli ospiti trovano il jolly su conclusione dalla distanza, quando mancano una decina di minuti al termine. Allo scadere, con Massimo a terra, toccato duro, una girata di Doukara (?) ci procura un grosso spavento, che immediatamente si tramuta in un supplemento di soddisfazione quando subito dopo giunge il fischio finale e con esso la vetta della classifica, in condominio con Palermo ed Empoli.
Un campionato così è il migliore da un quarto di secolo a questa parte: come andrà a finire non lo so, o magari non voglio dirlo.
Per il momento mi incanto davanti alla pagina 210 del televideo, pianifico le prossime sortite al Partenio e le trasferte prenatalizie, mi delizio su Twitter, mi preparo a sognare da primo della classe.

Squadra grande, squadra mia

E in Germania, in Germania per chi tiferesti? Penso il Borussia Moenchengladbach. In Spagna? Il Bilbao, il Bilbao. Quando sai benissimo che non è così che funziona. Funziona che ti deportano. La squadra per cui tifi un’intera vita non è mai una libera scelta. È un dettaglio del karma. Così come pure i nemici, i rivali, gli avversari. Sono lì, preconfezionati, come un kit della Lego. I baresi, i barlettani, i tarantini. Puoi anche decidere di montarli diversamente, i pezzi che hai. Ma, esperienza personale, non otterrai mai nient’altro che sgorbi. C’ho provato. (…). Perché capita. A volte i grandi amori tradiscono. O sembra che lo stiano facendo. E tu non reggi, non puoi reggere. Le arterie allora si gonfiano, il sangue si gela. E decidi che basta. Che non vuoi saperne più niente. E fuggi tra le braccia di amanti flebili, a ricercare la scintilla primordiale. La Fiorentina, il Livorno, l’Atalanta. Il Genoa, finalmente dissi, da oggi tifo Genoa. Tifo. Puah. Un amico mi fece, un giorno: “Ma non tifavi la viola?”. E a me, lo ricordo bene, venne da piangere. (…) Anni di prove, di onanismo forzato, di clandestinità. Fino al giorno in cui riemersi. E la vidi. Rossa e nera, splendida, battersela epicamente contro un Foligno qualsiasi. E sussurrarle nell’orecchio, come il miglior Umberto Tozzi: “Non ho smesso di amarti mai”. (…)
Se fossi nato a Roma? Roma, Roma.
E a Torino? Beh, c’è da chiederlo? C’è una sola squadra a Torino. (…)
Ma in definiriva, dimmi un po’, tu dov’è che sei nato?
A Foggia.

Tratto da E non vorrei lo sai lasciarti mai perché di Lobanowski 2

Dedicato a tutti quelli che sono tornati, non avendo mai smesso di amare l’Avellino.

Video killed the radio star

Noi la domenica davanti alla tv non siamo mai stati.

Mai.

Finché il calcio è stato il calcio, finché tutte le squadre di A, B, C1 e dei quattro gironi di C2, giocavano il pomeriggio alle 14,30, alle 15 o alle 16, la mia famiglia, allargata a mo’ di clan ai nonni e agli zii, non ha mai passato una sola domenica davanti al televisore. Mai.

Anzi, il campo pilotava i pranzi. Ne stabiliva l’utilità, l’indispensabilità. Ed era un parere assoluto e inappellabile, quello della prima sezione staccata del tribunale dello “Zaccheria”. Bisognava che le cerimonie ufficiali familiari, gli anniversari, i battesimi, le comunioni e le cresime, fossero in sintonia con gli impegni del Foggia. Altrimenti, peggio per le cerimonie. 

“Domenica è il compleanno di nonna, andiamo a mangiare da lei”, “Domenica? Ma domenica c’è il Giarre”, “Ah, il Foggia gioca a Foggia? E vabbé, ma è il compleanno di nonna, ci resta male”, “Sì, ma che cazzo, lo sa …”, “… ma che ne può sapere?”, “Come che ne può sapere? E’ sempre la stessa storia”. Il risultato era uno schieramento di brutti grugni in preda ad una fretta spasmodica. Demoniaca. Una chiamata all’adunata che precedeva la sigla del Tg2. Una velocità ritmica, olimpica e coordinata delle donne nel far planare lasagne e ravioli sul desco, che venivano poi consumate nel più rigido silenzio e attraverso un lavorio di mandibole, denti e mascelle ostinato e determinatissimo. (…) Poi zio si alzava. E mi chiedeva: “E’ già ora?”. Allora zio sospirava. E annuiva. E gli occhi erano quelli di un Cristo del Mantegna. Di un Cristo nell’Orto. (…) Sulla tavola della festa, ridotta al campo di battaglia di una guerra lampo, calava un silenzio mistico. Una compassione cristiana per il plotoncino di volontari che scostava le sedie e si metteva in piedi per andare incontro alla sorte. Al più terrifico dei destini. Io e Guido recuperavamo la sciarpetta dalla poltrona a fiori. La legavamo al polso. E nel moto di condivisione femminile, in quel “poverini” che dicevano le facce tristi di chi rimaneva al riparo, c’era un particolare lampo per noi. Che recitava: “Così piccoli, già segnati”. Ma nessuno poteva metterci in salvo. Gli uomini di casa partivano. C’era una missione da compiere. Un supplizio da patire. Una pena da espiare.

Altro che televisione.

(…) La domenica era lo “Zaccheria”. Altrimenti, erano ancora lontani i tempi in cui il video avrebbe spento la stella della radio.

Tratto da E non vorrei lo sai lasciarti mai, di Lobanowski 2