Sui fatti di Nocera: nihil sub sole novi

L’anno era il 59: quinto del regno di Nerone.
Tacito definisce “futili incidenti” quelli che “diedero origine a violenti scontri, con morti, tra gli abitanti di Nocera e quelli di Pompei, durante uno spettacolo di gladiatori, organizzato da Livineio Regolo”. Costui era un politico che era stato espulso dal Senato. Regolo si era stabilito a Pompei, dove, per risollevare la propria fortuna politica, aveva deciso di finanziare quei giochi: l’equivalente di quello che sarebbe oggi l’acquisto di una squadra di calcio. Ma alla manifestazione intervennero anche gli abitanti di Nocera e di Pagus Campanus. Ai nocerini non andava bene che, grazie a intrallazzi politici, Pompei potesse esibire uno stadio nuovo, e oltretutto di dimensioni spropositate rispetto ai propri 20.000 abitanti. I padroni di casa invece non avevano digerito che Nocera fosse stata proclamata città imperiale, con relativa annessione di gran parte del contado prima appartenente a Pompei (…).
“Cominciarono, con l’intemperanza tipica delle cittadine di provincia, a scambiarsi insulti”, riferisce Tacito. “Poi sassi, per finire con il mettere mano alla spada; ebbero la meglio quelli di Pompei. (…) Molti di Nocera furono portati nella loro città con il corpo mutilato o segnato da ferite, e parecchi piangevano la morte di figli o di genitori. (…) Ai pompeiani furono vietate per dieci anni simili riunioni e vennero sciolte le associazioni costituitesi in modo illegale. A Livineio e a quanti avevano provocato i disordini fu comminato l’esilio”. Tradotto in linguaggio moderno: squalifica di campo per dieci anni; scioglimento dei club di ultras; divieto di frequentare lo stadio e obbligo di firma per i caporioni.

Tratto da Ultras, di Maurizio Stefanini, Boroli editore

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Riflessioni a margine del (presunto) caso-Evacuo

I fatti sono noti: Felice Evacuo, quest’anno di ritorno al Benevento, saluta i suoi ex tifosi della Nocerina al termine del derby vinto di misura dagli Stregoni, e i tifosi di casa, con un perentorio comunicato, gli intimano di lasciare la squadra.
Le ultime notizie dal Sannio, peraltro, dicono che il caso si sta sgonfiando.
Alcune riflessioni a margine:
La prima: fino a prova contraria, i tifosi più o meno radicali non possono licenziare nessun calciatore, dal momento che non sono loro a pagargli lo stipendio.
La seconda: si stigmatizza la mancanza di sentimenti da parte dei calciatori, ma poi quando uno di essi ne fa mostra si tira su un polverone.
La terza e ultima: fossi un ultras del Benevento, concentrerei le mie energie sulla vittoria del campionato di terza serie, sempre sbandierata in estate e puntualmente fallita a maggio. Vittoria alla quale il bomber di Pompei può dare un significativo contributo, come è accaduto, per ben due volte, quando vestiva il biancoverde.

Lost & found: Jonathan Vidallè

Mettiamola così: Jonathan Vidallè, argentino classe ’77, non è stato il miglior centravanti che abbia mai vestito la casacca biancoverde. Lo dicono i numeri, che per un attaccante non mentono mai: 13 presenze (playoff compresi) e una sola marcatura nel campionato di Serie C1, anno di grazia 2001.

Stesso ruolo e una vaga somiglianza con il connazionale Gabriel Omar Batistuta, dissimili le fortune calcistiche.

Dopo essersi formato nella cantera del Velez, a vent’anni Vidallè approda in Europa grazie all’Inter. Sandro Mazzola gli mette gli occhi addosso; la Beneamata lo dirotta prima agli svizzeri del San Gallo, poi alla Cremonese, a farsi le ossa in serie B.

A San Siro, però, Vidallè non ci metterà mai piede, e il trampolino di lancio diventa invece l’apice di una carriera irrimediabilmente declinante verso le categorie inferiori: in grigiorosso pochi spiccioli e nessuna rete a referto e l’anno successivo l’ingaggio a L’Aquila, in C2.

I rosssoblù abruzzesi, allenati da Aldo Luigi Ammazzalorso, vincono il campionato di C2 e Vidallè ne segna cinque.

Tecnico e centravanti si ritrovano l’anno successivo ad Avellino, dove il nostro approda nel mercato di riparazione. L’argentino è chiamato a rimpiazzare Nassim Mendil, beniamino dei tifosi, che fa le valigie in direzione Lecco.

L’Avellino di quell’anno è una gran bella squadra. Mascara, Fini, Costantino, De Zerbi, Ignoffo, Puleo, Polito sono tanta roba, la qualità del gioco è eccelsa, i risultati riaccendono l’entusiasmo sopito. Dopo un avvio incerto, sono ben 17 le gare consecutive senza sconfitte: il filotto comincia con la vittoria casalinga sulla Nocerina e termina esattamente un girone dopo al San Francesco, con i Lupi sconfitti dai Molossi per 2 a 0, nonostante il solito numerosissimo pubblico al seguito.

Qui vado a memoria, perché c’ero anch’io, e perché il World Wide Web non mi soccorre: proprio a Nocera esordisce Vidallè, che mette a dura prova il mio sentimento religioso quando fallisce un goal già fatto calciando sulla traversa a uno sputo dalla linea di porta.

Non ci sono, invece, nella successiva trasferta, quando l’Avellino supera l’Atletico Catania. Delle tre reti dei Lupi, il puntero segna la seconda. Clamoroso al Cibali: quella resta la prima e unica marcatura di Vidallè in maglia biancoverde.

Partito Ammazzalorso, parte anche Vidallè, che torna a L’Aquila. Ed è qui che lo ritroviamo il 27 aprile 2003, quando contro l’Avellino prima si procura un rigore, e poi con un colpo di testa in pieno recupero beffa la sua ex squadra e inchioda il risultato finale sul 2 a 2. Tra i quattromila al seguito ci sono anch’io – in una trasferta incastonata tra le vacanze di Pasqua in Irpinia e il ritorno in Lombardia – e pure stavolta le imprecazioni si sprecano, soprattutto quando l’autore del goal viene ad esultare sotto il nostro settore.

Da quella volta i destini dell’Avellino e di Vidallé si divaricano. Noi cominciamo l’altalena tra C e B, lui tra C1 e C2: dopo Taranto va a San Benedetto, Viterbo, Gela, Lanciano e Rieti. Quindi, nella stagione 2007/08, scende tra i dilettanti marchigiani e dice sì all’albiceleste del Centobuchi (sic), squadra dell’omonima frazione di Monteprandone, con cui gonfia il sacco in otto occasioni, di cui due dal dischetto; completano il quadro un’autorete, espulsioni e roventi polemiche.

Veniamo al dunque: che fine ha fatto Vidallè?

Arrivato il momento di appendere gli scarpini al chiodo, collabora con il Parma come consulente per il mercato sudamericano. Entra quindi nello staff dirigenziale del Boca Juniors: il Web lo descrive come “braccio destro del direttore sportivo Pablo Budna”, è più precisamente uno dei componenti della segreteria tecnica del club xeneize, lo stesso nel quale alcuni decenni fa iniziò la carriera di calciatore suo padre, Enrique Vidallé, con l’accento acuto, di ruolo portiere.