Fine delle trasmissioni

Vorrei sbagliarmi, ma credo che la somma dei fatti accaduti ieri fuori dal campo e di quelli accaduti oggi sul terreno di gioco e nel postpartita segni un punto di non ritorno.

Per il calcio, per molti appassionati e per il fantastico ciclo vincente che in tre anni ha consegnato all’Avellino una promozione diretta in B, una Supercoppa di Lega Pro e due campionati trascorsi sempre nella parte sinistra della classifica e quasi sempre tra le prime 8 del torneo.

Mentre in A il Parma gioca per onore di firma, sommerso dai debiti, in cadetteria Brescia e Varese stanno raschiando il fondo per terminare il campionato. A Vicenza, intanto, gli eredi della Lanerossi mascherano con i risultati sportivi un’altra grave crisi finanziaria. Senza denari non si canta messa, tranne che nell’agonizzante calcio italiano, incapace di darsi regole o almeno di farle rispettare, e quindi alla mercé di decisioni prese altrove, nelle segrete stanze o nelle Prefetture e Questure della Repubblica.

Il Varese, insomma, e con essa le società sopra citate, al campionato non avrebbero dovuto partecipare. Ovvio che quando si è in quelle condizioni non si sia in grado di assicurare il regolare svolgimento di una gara. Ovvio che le istituzioni sportive, incapaci di fare il proprio mestiere, siano surrogate da quelle dell’ordinamento generale. Si tratti di Calciopoli di decidere il rinvio di una partita, i meccanismi dell’ordinamento sportivo non funzionano ormai da troppo tempo.

Sulla decisione del Presidente Taccone di non fare ricorso per chiedere la vittoria a tavolino ho qualche perplessità. Una scelta di stile, d’accordo, in qualche misura forzata dai cinguettii del Presidente della Lega di Serie B Abodi, ma che non ha tenuto conto della realtà: gli atti vandalici e il clima di contestazione hanno obbligato il derelitto Varese a una prova d’orgoglio, come ha ammesso nel dopogara Bettinelli, tecnico dei padroni di casa. Insomma, la partita è stata falsata da circostanze esterne, di cui, colpevole o meno, la società del Varese avrebbe dovuto rispondere a titolo di responsabilità oggettiva.

Per i supporter che hanno raggiunto il Franco Ossola è stata forse la trasferta più lunga, sicuro la più tormentata della storia: ai milleottocento chilometri che separano l’Irpinia dal confine elvetico si sono aggiunti l’inaspettato rinvio del match, l’incertezza sul quando e il come del recupero, la necessità di procurarsi un tetto per la notte. Roba da scoraggiare anche i più ostinati. E in effetti, temo, qualcuno dei trecento di Varese getterà la spugna, almeno per un po’. Se sarà così, non gli si potrà dare torto.

Quale ricompensa per questi fedelissimi? Uno schiaffo in faccia.

Una gara da vincere senza esitazioni, che si mette bene anche oltre i nostri meriti, e che però non riusciamo a fare nostra. Per pareggiare, al Varese basta un po’ di corsa e il coraggio di chi non ha niente da perdere, poiché ha già perso tutto. La difesa è narcolettica, il tap-in dall’area piccola facile facile. Uno a uno e palla al centro. Ci sarebbe tempo per raddrizzarla, e invece l’Avellino scompare dal campo, in bambola sia tecnicamente che agonisticamente. I fischi allo scadere sono meritati, come quelli di Padova lo scorso anno. E non c’entra il nigeriano Osuji, l’anno scorso con i biancoscudati o ora col Varese: non è lui che ci ha fatto la macumba.

Preoccupano, e molto, le dichiarazioni a fine gara di Rastelli. La squadra – dice – non ha fatto nulla di ciò che avevamo preparato in settimana. L’allenatore, insomma, consegna ai microfoni la certificazione di una frattura tra guida tecnica e calciatori cui spetta alla Società rimediare, per dare un senso a questo scampolo di stagione.

Sia che si raggiungano i play-off, sia che anche quest’anno il traguardo sfumi negli ultimi metri, la sensazione è quella della fine di una storia, fatta di molte esaltanti vittorie e di qualche delusione tanto più cocente quanto più inattesa.

Inattesa come l’amarezza che mi lascia questo brutto fine settimana iniziato con le porte divelte e finito con un pareggio che sa di sconfitta e molte nubi, nere e minacciose, all’orizzonte.

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Maciniamo chilometri e superiamo gli ostacoli

Maciniamo chilometri (ce ne sono 800 fa percorrere) e superiamo gli ostacoli (quasi tutti), per assistere ad Avellino – Brescia.
Non mi fermano la neve sull’Autostrada dal Brennero, la chiusura del tratto appenninico tra Bologna e Firenze, ancora il nevischio fino a Riccione. Compro le catene, perfino, che però non sarei in grado di montare. Per il Lupo, per arrivare in tempo per la partita.
Stamattina, però, la macchina non vuole saperne di partire e mi inchioda in un albergo di San Benedetto del Tronto,  tappa intermedia coatta in luogo della meta designata, Roma, ieri sera irraggiungibile a causa di una nevicata tra San Gabriele e Colledara, nel tratto abruzzese. La batteria è giù, le officine chiuse, le chanche di raggiungere il Partenio asfaltate.
Getto la spugna e mi preparo alla seconda partita consecutiva seguita in contumacia, tra streaming radio e condivisioni sui social media.
È andata appena un po’ meglio alla squadra del Brescia: il treno fa ritardo per il maltempo, la coincidenza a Milano salta, il viaggio diventa rocambolesco quasi quanto il mio. Quando si dice “L’Italia spezzata in due dalla morsa del gelo”. Oppure che “Una rondine(lla) non fa primavera”.
A San Benedetto esce un bel sole, una manna dal cielo dopo il tempaccio di ieri. Percorro il bel lungomare, adorno di palme, col cellulare all’orecchio, come si faceva trent’anni fa con il transistor. Giunto in albergo arricchisco il menu con l’intramontabile Televideo.
Da lontano la vittoria sembra meritata, e come sempre faticata, come conviene a un campionato livellato come quello in corso. Si poteva pareggiare, si poteva perdere, perfino. Come può accadere ad ogni turno di campionato e contro qualsiasi avversario. È bene tenerlo a mente; sarebbe opportuno evitare di fare drammi per le inevitabili sconfitte. Il Trapani dal gioco spumeggiante che alla Vigilia ce ne ha fatte quattro oggi le ha prese contro una coriacea Pro Vercelli. E noi, che non avremmo gioco, torniamo a + 2 dalla banda Boscaglia. Personalmente dell’estetica me ne infischio. Voglio vincere uno a zero in casa e pareggiare a reti bianche tutti i sabati. E che si perda di misura o con 3 goal di scarto per me non fa differenza. La sconfitta casalinga del Livorno ci consegna, al giro di boa, la quinta posizione, a sole due lunghezze dal posto d’onore. I fatti sono questi, mentre le chiacchiere le disperde il vento.
Uno che pure bada ai fatti è Angelo Picariello. La sua Rastrellata chiude i battenti, ed è un peccato. Lo dico da lettore; lo confermo da tifoso: nell’ambiente c’è bisogno di raziocinio e unità d’intenti, per evitare di replicare la vicenda di Filippo e del panaro, che incombe a ogni passo falso della nostra squadra. Ecco perché questo modesto blog è a disposizione del presidente onorario dell’Avellino Club Roma, ogni volta che vorrà scaldare i polpastrelli per scrivere di calcio.
Uno che le dita alla testiera non dobrebbe neppure avvicinarle è Mario Balotelli: twitta così male che di consulenti dovrebbe assumerne uno stuolo. Per il momento, però, il bresciano (eccone un altro!) ha al suo fianco solo il nostro ex difensore Desmond N’ze. Lo avevo lasciato in Giappone; me lo ritrovo a Liverpool, a fare da balia, con mansioni non meglio precisate, al suo più famoso compagno di squadra nelle giovanili neroazzurre. Nel dubbio, caro Desmond, sequestra il cellulare a Balo. O almeno cerca di evitare che scriva fesserie: una volta che hai postato, cancellare o precisare non serve.
Ci vorrebbe un social media manager, per alcuni calciatori. Oppure le società di calcio dovrebbero regolamentarne l’uso con delle policy precise e restrittive. Tipo che non si sputa via Twitter nel piatto in cui si mangia.

L’Avellino spiegato a una giapponese (Pescara 0 – Avellino 0)

Parte da Milano e mi riporta a casa, ma non è esattamente il treno di Natale né l’Espresso delle 21, entrambi di gargiuliana memoria: attacco il post da un vagone di Italo, in partenza da Milano Garibaldi e con destinazione Roma Tiburtina. Con quello che costa, il treno non è troppo pieno, e neppure corre troppo piano: tre ore e arrivo. Da lì, tiro diritto alla tana dell’Avellino Club Roma, per la festa prenatalizia. In palinsesto ricchi premi, cotillons, brindisi e Lupi-Lupi.
Li ho lasciati ieri allo stadio Adriatico,  gli amici della Capitale, dopo il pareggio a reti bianche con il Pescara: un buon punto, lo dico subito, a scanso di equivoci. Al triplice fischio mi accolgono i Lupi del Nord, antichi sodali con i quali raggiungo la metropoli ambrosiana, dove sono atteso a festa di triplice compleanno. Ecco perché, partito da Roma alla volta di Pescara, a Roma ritorno, il giorno dopo, da Milano.

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In totale ieri mi faccio sette ore d’auto e di chiacchiere. Gli inviti ad aggiornare il blog non mancano, e gli spunti neppure.
Il viaggio da Roma lo faccio con Giuseppe e con Nando. La giornata è tersa, la temperatura gradevole; le cime sono ricoperte da una coltre candida che neppure il Soratte nei versi del poeta Orazio. Verrebbe voglia di fare una bella scritta nella neve, così grande che la si veda dall’auto. Un po’ come quandi il Giro d’Italia fa tappa allo Stelvio o al Pordoi e l’elicottero inquadra dall’alto gli incitamenti a questo o quel ciclista, vergati sulla bianca lavagna ghiacciata. Cosa si potrebbe scrivere? “Forza Lupi” è banale, ci vorrebbe un guizzo di creatività. “Forza Filkor”, dovremmo scrivere: il fantomatico magiaro è argomento di conversazione per metà almeno del viaggio. Se qualche anno fa si costituì un fans club per Marco Capparella, anche Attila merita che i suoi adepti si riuniscano in circolo per decantarne le gesta.
Il viaggio per l’Alta Italia è più lungo. Con Michele e Daniele andavamo insieme in trasferta un decennio fa, quando anch’io ero lombardo e indossavo fiero la sciarpa dei Lupi del Nord.

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Con Michele rievochiamo un viaggio di ritorno dall’Aquila, zavorrati dal pareggio allo scadere di Vidallè e da pastiere, pizzechiene e pizzecollerba, ché erano appena finite le vacanze di Pasqua e si rincasava con le provviste.
Francesco, che sta a Milano da meno tempo, lo conosco dai tempi dei forum di avellinocalcio.net e poi del Pianeta Biancoverde. Sono tanti i campionati che abbiamo sulle spalle. Un pedigree di sostenitori al seguito che nel mio caso alimenta le ragioni e i contenuti di questo blog, nel caso di Francesco lo spinge ad essere uno dei principali autori delle voci di Wikipedia dedicate all’Avellino. Si deve a lui la modifica principale: la riunificazione delle voci di Aesse e Uesse, precedentemente separate, caso unico nel wikipedianesimo calcistico. Una circostanza che mi addolorava un bel po’: grazie a Lupo Caliente per aver ripristinato la verità.
Mentre esco dallo stadio chiamo in radio. Il conduttore mi parla di una brutta prestazione. Io lo contraddico: non toccava a noi fare la partita, ma ai padroni di casa.
Il punto è buono e la prova è incoraggiante, in termini di applicazione e capacità di soffrire: un passo in avanti verso l’uscita dal tunnel. Peccato per l’espulsione di Ely, per me troppo severa, giunta mentre stavamo affacciandoci più di frequente loro metà campo. Con Comi a fare da pivot, Castaldo ha potuto svariare su tutto il fronte d’attecco ed è parso in ripresa. Bene anche Zito, che ha i mezzi tecnici che molti dei nostri non hanno.
I nostri, noi. “Oggi giochiamo a Pescara”, ho detto ieri a colazione a Tomoko, l’amica giapponese nostra ospite per qualche giorno con marito siculo e figlio piccolo che timidamente cerco di conquistare alla causa dei Lupi, non avendo ancora scelto la sua squadra.
“Noi? Perché, giochi anche tu?”, mi ha chiesto meravigliata.
“In un certo senso sì”, le ho risposto, prima di lanciarmi in una dissertazione su identità e senso d’appartenenza, calcio e tifoserie, nella prospettiva di un italiano, e anzi di un irpino.

Una bella trasferta, in attesa dell’Atalanta (Entella 0 – Avellino 0)

Brutta partita, il match tra Entella e Avellino. Bella trasferta, invece, quella a Chiavari.

I padroni di casa fanno poco gioco e l’unica conclusione pericolosa, del solito Sansovini, nasce da un rimpallo fortuito dopo un tentativo di rilancio di Chiosa. I nostri ne fanno ancor di meno, e lo zero a zero è l’esito scontato di una partita fin dall’inizio incanalata verso il risultato a occhiali.

Un punto fuori casa, in assoluto, non è mai da buttare. Stavolta, però, resta l’amaro in bocca per una prestazione scialba, non all’altezza delle nostre potenzialità. C’è chi dice che di più non si poteva fare, a causa degli infortuni che ci perseguitano e della precaria condizione fisica dei top player biancoverdi, Castaldo e Kone in testa. Sarà forse così, ma se giochi con tutti quei rincalzi, e se questi non sono all’altezza dei titolari, ti precludi a priori la chance di far tuoi i tre punti contro un avversario tutt’altro che irresistibile.

Se la scelta – perché di questo si tratta: una scelta precisa dell’allenatore – si rivelerà azzeccata, lo vedremo mercoledì a Bergamo per la Coppa Italia.

Io ci sarò, come ci sono stato ieri, con un paio di centinaia di fedelissimi. Giorno e orario difficilmente consentono di ipotizzare numeri più importanti. Ed è un peccato, per chi ama il calcio e per chi lo organizza: quali esigenze televisive impongono di giocare il mercoledì alle 15 un ottavo di finale della seconda competizione nazionale? Chi lavora, non tornerà a casa anzitempo per vedersi Atalanta – Avellino. Chi sta davanti alla Tv sceglierà i talk del pomeriggio. Chi dopo pranzo suole schiacciare un pisolino non rinuncerà al sonno ristoratore. Non c’era una partita di hockey da trasmettere, per riempire il palinsesto di RaiSport?

E lo scrivo contro i miei interessi: l’orario pomeridiano mi consente di stanziare per la trasferta un solo giorno di ferie.

Per raggiungere la Riviera Ligure, invece, unico vessillifero dell’Avellino Club Roma, ci ho messo di più: venerdì sera sosto a Milano dove ero per lavoro, sabato mattina sono ospite di una delle due macchine dell’Avellino Club Milano, dopo la partita proseguo per Roma con un caro amico diretto qualche decina di chilometri più a sud.

L’appuntamento con i lupi milanesi è a San Donato, al capolinea della metropolitana, linea gialla. Per arrivarci raggiungo a piedi la fermata Missori, e mentre trotto per non fare ritardo, sciarpa dell’Avellino Club Roma già al collo nonostante il gran caldo, mi imbatto nella vetrina di un locale, che espone una T-shirt verde con la scritta “A difesa della mia città. “Tale e quale a quella della Curva Sud”, penso io, escludendo inconsciamente che possa essere proprio la maglietta della Curva Sud, come in effetti è. Mi ritrovo davanti alla sede dell’Avellino Club Milano: Ermanno mi offre un caffé, ci facciamo un selfie e ci salutiamo con il classico “Forza Lupi”, la capitale ufficiale e la capitale morale uniti nel tifo biancoverde.
20141129_143750_LLSGli Irpini della diaspora hanno cercato la propria via fuori dalla terra natia e nella gran parte dei casi l’hanno trovata. Me lo conferma la composizione dell’equipaggio in partenza da Metanopoli, nel quale figura anche il mio compaesano Fausto: bastano due parole e “usciamo a parenti”.

A Genova non piove, ed è una buona notizia, data l’allerta meteo della vigilia. Poco più di un’ora e mezza e siamo a Lavagna, esattamente a ora di pranzo. Nel portabagagli Alessandro, il capo della spedizione, ha una scorta di panini, una scamorza di Montella e del buon vino rosso, e però quella focacceria all’angolo sembra niente male. L’oste è sampdoriano e acconsente volentieri a che apriamo la nostra bottiglia di Morellino. La focaccia con lo stracchino è una cosa di lusso, bella calda, fatta al momento. Meglio ancora di quella mangiata a Recco, lo scorso anno, sulla strada per lo Juventus Stadium. Il ristoratore blucerchiato ci augura un pronto ritorno in serie A: la squadra e la tifoseria lo meritano, ci dice mentre lo salutiamo.

Il parcheggio conta già un paio di decine di veicoli. Scorgo Fabio: indossa la maglia numero 8 di Paolo Benedetti, quella della Uhlsport e con lo sponsor Dyal, che anch’io conservo tra i miei cimeli. L’equipaggio del Nordest offre a tutti cioccolato e grappa. Snobbo il primo e mi concentro sulla seconda, pura razza Tagliamento, evidentemente fatta artigianalmente.

20141129_142057Saluto Angelo, che provvidenziale mi offre un passaggio per il ritorno: tra Lupi ci si aiuta, sempre, e però ci tengo a ringraziarlo, da qui, per la cortesia e per la compagnia.

Lo stadio non è nemmeno così male, tutto sommato, mentre pessimo è il terreno di gioco, in sintetico, ma rovinato come fosse in erba naturale. Sui gradoni saluto Lello, i Lupi del Nord e faccio la conoscenza di Paolo di Trento e del Maremmano, uno storica voce del pomeriggio radiofonico e l’altro assiduo frequentatore di Pianeta Biancoverde.

Ci sono anche i Lupi del Tigullio: sono in cinque e reggono uno striscione che forse ho già visto lo scorso anno a Spezia. In fondo sono un blogger, come mi ricorda nella Rastrellata del mattino l’ottimo Angelo Picariello, e decido di indagare. Viene fuori che l’idea è di un irpino di seconda generazione che di recente si è appassionato alle sorti del Lupo; lo accompagnano amici di fede sampdoriana e genoana. Il gruppo è allegro e scatto l’ennesima foto, mentre ci diamo appuntamento al Picco.

20141129_145615_LLSCon gli altri ci vedremo allo Stadio Atleti azzurri d’Italia. Nonostante il periodo di forma non esaltante, la nostra difesa è solida e l’Atalanta ha da pensare al Campionato: hai visto mai che non ci scappi un golletto di Gigi Castaldo e che l’Avellino non possa brindare di nuovo in Coppa.

Alvaro di Garbatella e Quinto di Tormarancio (Una settimana da capolista)

Nel mercato di Garbatella c’è un baracchino che fa i panini con la trippa, gli straccetti, le polpette o il pollo con i peperoni. Cose leggere, dopo il lavoro mattutino agli orti urbani, sotto un sole giaguaro che sembra agosto.
Mentre sbocconcello il mio pranzo attacco bottone con Benedetto, uno che nel quartiere ci sta da settant’anni, ha lavorato ai mercati generali e ha fatto il buttafuori al Gilda, la discoteca per antonomasia negli anni del pentapartito.
Mentre mi racconta di Lando Fiorini e Renato Zero, di Alghero Noschese e di Gigi Sabani, arriva un ragazzo con la tuta dell’Atletico Garbatella. È infortunato e non scenderà in campo, oggi, nella trasferta di Tor Bellamonaca, a difendere i colori biancoverdi del mio rione.
Per effetto di questa apparizione, il discorso con Benedetto scivola sul calcio a Garbatella. Quello degli anni Cinquanta e Sessanta, dei campi sterrati dell’allora periferia e delle sfide tra i ragazzi delle borgate a ridosso della Colombo.
Il campo dell’OMI, a Tormarancio, è il teatro della sfida tra i locali e quelli di Garbatella.
L’arbitro, prima del fischio d’inizio, convoca i due capitani, che sono poi le teste calde delle due squadre. Uno è Alvaro di Garbatella. L’altro si chiama Quinto e sta a Tormarancio.
“Vi avverto: niente gioco duro. Al primo fallo vi ammonisco, al secondo vi butto fuori”.
Dopo pochi minuti Quinto entra duro su Alvaro: ammonito. Alvaro gli restituisce il favore e pareggia il conto dei cartellini. Infine Quinto si prende il secondo giallo e viene espulso.
Anziché andare a farsi la doccia (ma poi, c’erano davvero le docce al campo dell’OMI?), Quinto si fa dare la chiave dello spogliatoio dell’arbitro: quando la partita finisce, gliele dà di santa ragione, rimediando una squalifica a vita.
“Quinto è mì zzio”, fa il ragazzo del baracchino, mentre mi prepara il secondo panino. Suo zio: la controfigura di Tomas Milian nei film del Monnezza. Uno che di storie ne avrebbe da raccontare. Un po’ come Benedetto. E chissà Alvaro.
Mentre termino di scrivere, apprendo da Facebook che a Tor Bellamonaca la partita non si è disputata. Anche qui c’entra l’arbitro, che non si è presentato. Dopo due vittorie in avvio di campionato, con una partita in meno l’Atletico Garbatella rischia di perdere il primato in classifica.
Un po’ come l’Avellino, che domani va a Bari, dopo le vittorie odierne di Frosinone, Livorno e Bologna. Ha segnato perfino Abero.
Partita tosta, per di più inutilmente caricata alla vigilia. Meglio di me lo ha spiegato l’amico Angelo Picariello: il tifo sano si fa a favore, mai contro. Le provocazioni a mezzo social network non servono a niente, e anzi sono controproducenti.
Per fortuna, questa settimana da capolista conta al suo attivo un bel numero di momenti lieti: il primato della mia squadra non è passato inosservato, al lavoro, tra gli amici del calcetto, tra gli avventori della tavola calda dove vado a pranzo. Persino Diego Abatantuono, in una pubblicità radiofonica, fa menzione dell’Avellino.

Posr scriptum: Benedetto è un amico dell’Irpinia. All’epoca del terremoto, nel 1980, a Garbatella furono raccolti 180 milioni di lire, con i quali furono acquistati medicine, viveri e altri generi di prima necessità. Stipati in un furgone, furono distribuiti a Serino e Solofra. Il furgone lo guidava Benedetto.

Col cuore si vince (Avellino 2 – Livorno 1)

Col cuore si vince.
E il cuore dell’Avellino batte forte, al ritmo scandito da uno stadio colmo di entusiasmo, che non smette di incitare la squadra e i singoli nonostante le avversità.
L’autorete di Bittante avrebbe tagliato le gambe a qualunque squadra. Non alla nostra, che riparte a testa bassa a riannodare i fili di un avvio di gara promettente. Il pubblico neppure mugugna, e anzi incoraggia il buon Luca, che tiene botta e cresce alla distanza, meritando infine la sufficienza.
Il Livorno si limita all’ordinaria amministrazione e non punge. I nostri accumulano calci d’angolo e Pozzebon non sfrutta un assist di Castaldo. Dalla distanza ci provano prima Zito e poi Schiavon.
Nella ripresa è netta la sensazione che il meritato pareggio sia imminente. Quando Rastelli si gioca la carta Comi, la partita cambia verso. Gianmario serve di testa a Castaldo un pallone che Gigione trasforma in rete, in un remake di Avellino – Pro Vercelli.
Pochi minuti dopo, Mazzoni è prodigioso su un destro dalla distanza di Schiavon e ancor più sul colpo di testa in ribattuta di Castaldo.
Il match è bellissimo. Entra Galabinov e ci spaventa. Con la mano di richiamo, Alfredone toglie dalla porta un pallone insidioso.
Fino al novantesimo: allo scadere Castaldo ricambia il favore e con un velo mette Comi in condizione di girare in rete una punizione di Zito.
È il giusto premio per la squadra, il suo allenatore, il pubblico.
La classifica dice che i Lupi sono al secondo posto. I festeggiamenti a fine gara – con mio padre impegnato a partecipare alla sciarpata – dicono che il Partenio ci crede.
Oltre ai due cannonieri, sugli scudi Gomis, Ely e Pisacane. Positiva anche l’impressione suscitata dal subentrato Angeli.
L’Avellino è forte, più forte della malasorte. Non lo fermano gli infortuni (Fabbro, Regoli, Visconti, D’Angelo, Filkor, Frattali). Non lo fermano gli autogoal.
Non lo ferma più niente e nessuno, questo Avellino dal cuore grande.

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Capitombolo al Tombolato (Cittadella 3 – Avellino 1)

Se l’arcivescovo di Costantinopoli si fosse disarcivescostantinopolizzato, avrebbe l’Avellino capitolato al Tombolato?
Il fatto è che l’arcivescovo di disarcivescostantinopolizzarsi non ne ha voluto sapere, e al Tombolato di Cittadella l’Avellino le ha prese, e di brutto.
Il giorno dopo siamo qui a spargere balsamo sulle ferite, e così speriamo faccia lo staff tecnico, chiamato a meditare sull’adeguatezza di schemi e uomini all’attuale momento di forma fisica e mentale non brillantissima.
Dico la mia: meglio coprirsi con un classico 4-4-2, che all’occorrenza può diventare un 4-3-1-2, con Kone o Soumare nel ruolo di guastatori. Rimandato senza appello Bittante, scomparso Regoli, a destra non si crossa e non si contiene, e allora meglio un Pisacane-Ely-Chiosa-Visconti, con Zito davanti a quest’ultimo, senza compiti difensivi. Pure D’Angelo deve giocare, mentre resta irrisolto il problema di chi imposti il gioco: Arini in quel ruolo perde le sue caratteristiche di rubapalloni e di incursore.
Quanto ai tifosi, sono questi i momenti in cui la differenza tra la lana e la seta diventa eclatante: sui social network è andata in onda la solita fiera dell’isteria. Chissà a Bologna, chissà a Catania, chissà a Bari.
Qualche fattariello di contorno, a chiudere questo anomalo post del lunedì sera.
L’Avellino Club Roma ha inaugurato la sua nuova sede: non moltissimi i presenti, e però diversi bambini, a rammentare quali sono le cose importanti nella vita. Inaspettatamente si è materializzato pure Angelo, che fino a un minuto prima postava foto da Ascea con ciascuno dei componenti della famiglia di capitan D’Angelo.
Nel maxischermo è comparso, a un certo punto, il nostro steccato, retto dal pioniere Carmine, per l’occasione unico rappresentante del club in terra euganea. Come la squadra, a quanto pare anche noi soffriamo in avvio di campionato, specie in trasferta.
Lascia Roma, per qualche tempo, Luca, che se ne va a Londra: un pizzico di verde a colorare il grigio della perfida Albione. In bocca al Lupo e a presto.
Dopo la partita chiamo al telefono Fabio: era allo stadio e sta tornando nel suo Friuli. Mi sollecita il post e mi parla di Ugo Tosetto, il Keegan della Brianza, che era invece di Cittadella. Gli chiedo qualche particolare gustoso, e mi racconta della rete del pareggio giunta mentre la curva esegue la canzone dei Puffi, con annessa coreografia. Non sarà il caso di accantonarla?
La bacheca di Facebook mi propone la foto dell’indimenticato Pietro Terracciano con una vistosa fasciatura alla mano destra. Si è infortunato all’esordio in campionato, come dire nel momento meno propizio della stagione. Ma ha le spalle larghe e supererà anche questa.
Finiamo con il nuovo portiere: ad Alfred Gomis la palma del migliore a Cittadella, con alcuni interventi davvero prodigiosi.