E se incontri Juary?

La settimana scorsa, in giro per le Marche in auto, per qualche giorno di vacanza.

In un bar di Acqualagna, non lontano da Urbino, chiedo notizie dell’enfant du pays, Mario Paradisi, trent’anni fa estremo difensore dei Lupi.

L’oste lo conosce, ha anzi il numero di telefono, e mi promette che proverà a chiamarlo. L’appuntamento è per la sera stessa: danno Vicenza – Avellino, il locale è attrezzato con Mediaset Premium e io vedrò la partita lì.

Di ritorno dal mare spingo sull’acceleratore per non arrivare tardi. Ancora non so se incontrerò il nostro portiere di un tempo, e però mo rammarico di non avere con me una sciarpa, una maglietta, qualcosa di verde da indossare e magari regalargli.

“Ma davvero non hai portato niente?”, mi fa Elena. “Devi sempre avere qualcosa dell’Avellino con te, in macchina, per ogni evenienza: e se incontri Juary?”

Paradisi non c’è e gli astanti mi guardano con curiosità. Poi scambiamo due chiacchiere. Uno di loro è amico di Federico Orlandi, altro portiere nato da quelle parti, il terzo di Fumagalli e Di Masi nel 2013. Mi racconta che era a Gubbio la sera che vincemmo per tre a due. Mi parla del goal di Castaldo, io della punizione di Zullo. Vado via contento, nonostante la sconfitta a Vicenza.

Bisogna saper perdere

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‘No, non puoi sempre vincere!’, cantavano nei favolosi anni Sessanta i Rokes.
Vaglielo a spiegare a certi tifosi dell’Avellino. Vaglielo a spiegare, se il giovedì, dopo cinque giorni, la sconfitta casalinga con il Cittadella non è stata ancora metabolizzata e in rete si sprecano le illazioni gratuite, le teorie del complotto, le polemiche e perfino lo spettro della retrocessione fa qua e là capolino.
Un ‘tanto peggio, tanto meglio’ contro il quale l’Avellino Club Roma ha preso posizione con un comunicato di sostegno a società, allenatore e squadra e con un accorato appello all’unità di intenti.
Ho chiesto allora a Stani, grande tifoso del Lupi, dirigente sportivo ed ex arbitro internazionale di handball, di scrivere un pezzo per questo blog. Il tema? Saper perdere, saper vincere. Cosa che in molti non sanno fare, all’ombra del Partenio e dietro i tasti dei propri device.
Di seguito il contributo di Stani, che di etica e di cultura sportiva scrive nel suo blog Sport and victory.

Come bisogna comportarsi quando si perde? E quando si vince?
Non stiamo parlando esclusivamente del comportamento che dovrebbe assumere un generico addetto ai lavori (giocatore, dirigente, allenatore, ecc.), ma anche di come dovrebbe comportarsi un semplice tifoso o appassionato sportivo. Quali sono i limiti da non superare? E quali sono le cause che fanno in modo che questi limiti vengano superati?
Un errore che si potrebbe commettere è quello di pensare che colui che partecipa attivamente all’evento sportivo (per es. il giocatore), in caso di sconfitta, provi sentimenti e assuma comportamenti diversi da chi assiste all’evento stesso (il tifoso); non solo comportamenti e sentimenti sono gli stessi, ma hanno anche la stessa natura e identica origine.
La cultura sportiva prevede il “fair play” cioè procedure “standard” di comportamento da seguire sempre, dopo una vittoria o una sconfitta, procedure scritte e non scritte ma universalmente accettate; è una sorta di “bon ton” o galateo sportivo. Questo va a braccetto con il modo in cui si dovrebbe agire durante l’evento sportivo; ma, in quest’ultimo caso, molti tendono a giustificare eventuali comportamenti scorretti con il fatto che l’adrenalina è a mille ed è molto più difficile l’autocontrollo.
Per quanto riguarda i giovani atleti e i giovani tifosi, il problema dovrebbe essere affrontato in contesti diversi da quello in cui avviene la competizione agonistica vera e propria. In termini di educazione, formazione, informazione e apprendimento, molto lavoro dovrebbe essere svolto in ambito familiare, scolastico e, soprattutto, per i soli atleti, durante le sessioni di allenamento. Ma è cosa nota che la maggior parte degli allenatori tende a dare molta importanza alle questioni di carattere tecnico, tattico e atletico e a lasciare poco spazio alla preparazione mentale e culturale dei competitori (che poi saranno anche tifosi) in ambito sportivo. In tanti anni di dirigenza sportiva, non ho mai visto un allenatore dedicare il proprio tempo, in maniera adeguata e programmata, a questioni inerenti la preparazione psicologica alle diverse situazioni che si susseguono durante un evento sportivo.
Un grande aiuto in tal senso, potrebbe essere offerto dalla figura dello psicologo dello sport che, però, da molti è sempre visto con sospetto; spesso è sempre paragonato a una sorta di psichiatra che deve intervenire in ambienti frequentati da pazienti sofferenti di malattie mentali. Beata ignoranza!
Tornando alla somiglianza di comportamento e all’identità di sentimenti tra gli addetti ai lavori e il mondo del tifo o, quantomeno, dei semplici appassionati sportivi, vale sempre e ovunque il detto “Winning at all costs” cioè vincere a tutti i costi.
E se non si vince? Semplice! Ci lasciamo accompagnare da sentimenti come la rabbia, la delusione, la frustrazione, l’amarezza, lo sconforto e da comportamenti come le contestazioni, le imprecazioni, le bestemmie, le offese, le critiche negative e talvolta gli atti di violenza.
Et voilà! Il gioco è fatto, ma non è completo. Infatti la competizione non si esaurisce sul terreno di gioco al termine della generica gara, no! Quando si perde, l’agonismo deve continuare in qualche modo oltre misura e a tempo indeterminato, superando i limiti della decenza sportiva, appunto con i comportamenti, gli atteggiamenti e i sentimenti sopra descritti.
Tutto questo viene condito con preziosi contributi frutto della cultura dell’alibi (vedi a riguardo cosa dice Julio Velasco), della cultura del sospetto, della cultura del capro espiatorio, del vittimismo congenito, delle aspettative troppo distanti dalla realtà oggettiva delle cose, di situazioni pregresse che esulano dall’ambito sportivo e così via. Ci vorrebbe uno psicologo dello sport anche per i tifosi!
L’avversario, poi, non esiste! Mai una volta che si riconosca prima la superiorità dell’avversario rispetto agli errori, sempre presenti e inevitabili, dei giocatori, dei dirigenti e, soprattutto, dell’allenatore della propria squadra. In caso di sconfitta, è molto più semplice commentare in maniera catastrofica la prestazione della propria squadra che esaltare la “performance” vincente degli avversari. E cosa dire dell’assunzione delle proprie responsabilità? Un vero e proprio “optional” da tirare fuori in poche circostanze e, comunque, in maniera mirata, senza mai perdere la faccia, senza mai sporcare la propria immagine di sportivo e tifoso.
Il problema è universale, non solo di pochi o alcuni; la questione ha dimensioni planetarie, non è vero che riguarda solo il nostro paese (parola di ex arbitro internazionale!).
Possiamo vedere la luce in fondo al tunnel? C’è un solo modo e già ho scritto a riguardo: educazione, formazione, informazione, apprendimento e tanta, tanta pazienza, condita da un ferreo spirito di sacrificio, da parte dei formatori e degli educatori.
Ma il gioco vale la candela?

Una bella serata d’Irpinia

“Mia moglie prima tifava Inter. Quando ci fidanzammo, per prima cosa le feci imparare a memoria la formazione dell’Avellino, che ancora oggi ricorda perfettamente”.
Dura più di un’ora la chiacchierata con Claudio, storico tifoso di Vallesaccarda, tra i promotori del Club Baronia Biancoverde.

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Siamo nel ristorante di famiglia, il leggendario Minicuccio, tempio della cucina irpina. Prima che io mi sieda a tavola per una cena a dir poco commovente, è un serrato botta e risposta che si dipana tra attualità e ricordi. L’Avellino di Giammarinaro e di ‘Miniussi, Codraro e Piaser’ non lo ricordo per motivi d’anagrafe; Claudio c’era e sciorina i numeri di quella stagione da record: 18 vittorie in casa e 10 in trasferta per i Lupi, sconfitti solo 4 volte. ‘Dalla piana di Montoro alle balze di Vallesaccarda, tutta l’Irpinia è in festa’, titolò Peppino Pisano sul Corriere dello Sport dopo la vittoria sul Lecce che proiettò l’Avellino in B per la prima volta nella sua storia.
Dai dribbling di Frufrù Palazzese si passa al calciomercato. Condividiamo il rimpianto per Angiulli e Ciano; anche Herrera sta facendo un buon campionato. Insieme ricostruiamo la mappa del tifo in questo spicchio di provincia, da Carife a Trevico e fino a Zungoli. E poi i derby vinti contro il Napoli, Zeman e le rispettive e spesso comuni trasferte, da quelle della serie A e quelle della D. Sempre al posto nostro, a seguire una squadra che è più di una squadra: un modo d’essere.
Che sia così io lo so, Claudio lo sa; me lo conferma Elena, mentre percorriamo la strada del ritorno, con la luna piena o quasi che illumina i campi innevati, la pancia piena e il cuore caldo, al termine di una bella serata d’Irpinia.

L’Avellino spiegato a una giapponese (Pescara 0 – Avellino 0)

Parte da Milano e mi riporta a casa, ma non è esattamente il treno di Natale né l’Espresso delle 21, entrambi di gargiuliana memoria: attacco il post da un vagone di Italo, in partenza da Milano Garibaldi e con destinazione Roma Tiburtina. Con quello che costa, il treno non è troppo pieno, e neppure corre troppo piano: tre ore e arrivo. Da lì, tiro diritto alla tana dell’Avellino Club Roma, per la festa prenatalizia. In palinsesto ricchi premi, cotillons, brindisi e Lupi-Lupi.
Li ho lasciati ieri allo stadio Adriatico,  gli amici della Capitale, dopo il pareggio a reti bianche con il Pescara: un buon punto, lo dico subito, a scanso di equivoci. Al triplice fischio mi accolgono i Lupi del Nord, antichi sodali con i quali raggiungo la metropoli ambrosiana, dove sono atteso a festa di triplice compleanno. Ecco perché, partito da Roma alla volta di Pescara, a Roma ritorno, il giorno dopo, da Milano.

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In totale ieri mi faccio sette ore d’auto e di chiacchiere. Gli inviti ad aggiornare il blog non mancano, e gli spunti neppure.
Il viaggio da Roma lo faccio con Giuseppe e con Nando. La giornata è tersa, la temperatura gradevole; le cime sono ricoperte da una coltre candida che neppure il Soratte nei versi del poeta Orazio. Verrebbe voglia di fare una bella scritta nella neve, così grande che la si veda dall’auto. Un po’ come quandi il Giro d’Italia fa tappa allo Stelvio o al Pordoi e l’elicottero inquadra dall’alto gli incitamenti a questo o quel ciclista, vergati sulla bianca lavagna ghiacciata. Cosa si potrebbe scrivere? “Forza Lupi” è banale, ci vorrebbe un guizzo di creatività. “Forza Filkor”, dovremmo scrivere: il fantomatico magiaro è argomento di conversazione per metà almeno del viaggio. Se qualche anno fa si costituì un fans club per Marco Capparella, anche Attila merita che i suoi adepti si riuniscano in circolo per decantarne le gesta.
Il viaggio per l’Alta Italia è più lungo. Con Michele e Daniele andavamo insieme in trasferta un decennio fa, quando anch’io ero lombardo e indossavo fiero la sciarpa dei Lupi del Nord.

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Con Michele rievochiamo un viaggio di ritorno dall’Aquila, zavorrati dal pareggio allo scadere di Vidallè e da pastiere, pizzechiene e pizzecollerba, ché erano appena finite le vacanze di Pasqua e si rincasava con le provviste.
Francesco, che sta a Milano da meno tempo, lo conosco dai tempi dei forum di avellinocalcio.net e poi del Pianeta Biancoverde. Sono tanti i campionati che abbiamo sulle spalle. Un pedigree di sostenitori al seguito che nel mio caso alimenta le ragioni e i contenuti di questo blog, nel caso di Francesco lo spinge ad essere uno dei principali autori delle voci di Wikipedia dedicate all’Avellino. Si deve a lui la modifica principale: la riunificazione delle voci di Aesse e Uesse, precedentemente separate, caso unico nel wikipedianesimo calcistico. Una circostanza che mi addolorava un bel po’: grazie a Lupo Caliente per aver ripristinato la verità.
Mentre esco dallo stadio chiamo in radio. Il conduttore mi parla di una brutta prestazione. Io lo contraddico: non toccava a noi fare la partita, ma ai padroni di casa.
Il punto è buono e la prova è incoraggiante, in termini di applicazione e capacità di soffrire: un passo in avanti verso l’uscita dal tunnel. Peccato per l’espulsione di Ely, per me troppo severa, giunta mentre stavamo affacciandoci più di frequente loro metà campo. Con Comi a fare da pivot, Castaldo ha potuto svariare su tutto il fronte d’attecco ed è parso in ripresa. Bene anche Zito, che ha i mezzi tecnici che molti dei nostri non hanno.
I nostri, noi. “Oggi giochiamo a Pescara”, ho detto ieri a colazione a Tomoko, l’amica giapponese nostra ospite per qualche giorno con marito siculo e figlio piccolo che timidamente cerco di conquistare alla causa dei Lupi, non avendo ancora scelto la sua squadra.
“Noi? Perché, giochi anche tu?”, mi ha chiesto meravigliata.
“In un certo senso sì”, le ho risposto, prima di lanciarmi in una dissertazione su identità e senso d’appartenenza, calcio e tifoserie, nella prospettiva di un italiano, e anzi di un irpino.

Una bella trasferta, in attesa dell’Atalanta (Entella 0 – Avellino 0)

Brutta partita, il match tra Entella e Avellino. Bella trasferta, invece, quella a Chiavari.

I padroni di casa fanno poco gioco e l’unica conclusione pericolosa, del solito Sansovini, nasce da un rimpallo fortuito dopo un tentativo di rilancio di Chiosa. I nostri ne fanno ancor di meno, e lo zero a zero è l’esito scontato di una partita fin dall’inizio incanalata verso il risultato a occhiali.

Un punto fuori casa, in assoluto, non è mai da buttare. Stavolta, però, resta l’amaro in bocca per una prestazione scialba, non all’altezza delle nostre potenzialità. C’è chi dice che di più non si poteva fare, a causa degli infortuni che ci perseguitano e della precaria condizione fisica dei top player biancoverdi, Castaldo e Kone in testa. Sarà forse così, ma se giochi con tutti quei rincalzi, e se questi non sono all’altezza dei titolari, ti precludi a priori la chance di far tuoi i tre punti contro un avversario tutt’altro che irresistibile.

Se la scelta – perché di questo si tratta: una scelta precisa dell’allenatore – si rivelerà azzeccata, lo vedremo mercoledì a Bergamo per la Coppa Italia.

Io ci sarò, come ci sono stato ieri, con un paio di centinaia di fedelissimi. Giorno e orario difficilmente consentono di ipotizzare numeri più importanti. Ed è un peccato, per chi ama il calcio e per chi lo organizza: quali esigenze televisive impongono di giocare il mercoledì alle 15 un ottavo di finale della seconda competizione nazionale? Chi lavora, non tornerà a casa anzitempo per vedersi Atalanta – Avellino. Chi sta davanti alla Tv sceglierà i talk del pomeriggio. Chi dopo pranzo suole schiacciare un pisolino non rinuncerà al sonno ristoratore. Non c’era una partita di hockey da trasmettere, per riempire il palinsesto di RaiSport?

E lo scrivo contro i miei interessi: l’orario pomeridiano mi consente di stanziare per la trasferta un solo giorno di ferie.

Per raggiungere la Riviera Ligure, invece, unico vessillifero dell’Avellino Club Roma, ci ho messo di più: venerdì sera sosto a Milano dove ero per lavoro, sabato mattina sono ospite di una delle due macchine dell’Avellino Club Milano, dopo la partita proseguo per Roma con un caro amico diretto qualche decina di chilometri più a sud.

L’appuntamento con i lupi milanesi è a San Donato, al capolinea della metropolitana, linea gialla. Per arrivarci raggiungo a piedi la fermata Missori, e mentre trotto per non fare ritardo, sciarpa dell’Avellino Club Roma già al collo nonostante il gran caldo, mi imbatto nella vetrina di un locale, che espone una T-shirt verde con la scritta “A difesa della mia città. “Tale e quale a quella della Curva Sud”, penso io, escludendo inconsciamente che possa essere proprio la maglietta della Curva Sud, come in effetti è. Mi ritrovo davanti alla sede dell’Avellino Club Milano: Ermanno mi offre un caffé, ci facciamo un selfie e ci salutiamo con il classico “Forza Lupi”, la capitale ufficiale e la capitale morale uniti nel tifo biancoverde.
20141129_143750_LLSGli Irpini della diaspora hanno cercato la propria via fuori dalla terra natia e nella gran parte dei casi l’hanno trovata. Me lo conferma la composizione dell’equipaggio in partenza da Metanopoli, nel quale figura anche il mio compaesano Fausto: bastano due parole e “usciamo a parenti”.

A Genova non piove, ed è una buona notizia, data l’allerta meteo della vigilia. Poco più di un’ora e mezza e siamo a Lavagna, esattamente a ora di pranzo. Nel portabagagli Alessandro, il capo della spedizione, ha una scorta di panini, una scamorza di Montella e del buon vino rosso, e però quella focacceria all’angolo sembra niente male. L’oste è sampdoriano e acconsente volentieri a che apriamo la nostra bottiglia di Morellino. La focaccia con lo stracchino è una cosa di lusso, bella calda, fatta al momento. Meglio ancora di quella mangiata a Recco, lo scorso anno, sulla strada per lo Juventus Stadium. Il ristoratore blucerchiato ci augura un pronto ritorno in serie A: la squadra e la tifoseria lo meritano, ci dice mentre lo salutiamo.

Il parcheggio conta già un paio di decine di veicoli. Scorgo Fabio: indossa la maglia numero 8 di Paolo Benedetti, quella della Uhlsport e con lo sponsor Dyal, che anch’io conservo tra i miei cimeli. L’equipaggio del Nordest offre a tutti cioccolato e grappa. Snobbo il primo e mi concentro sulla seconda, pura razza Tagliamento, evidentemente fatta artigianalmente.

20141129_142057Saluto Angelo, che provvidenziale mi offre un passaggio per il ritorno: tra Lupi ci si aiuta, sempre, e però ci tengo a ringraziarlo, da qui, per la cortesia e per la compagnia.

Lo stadio non è nemmeno così male, tutto sommato, mentre pessimo è il terreno di gioco, in sintetico, ma rovinato come fosse in erba naturale. Sui gradoni saluto Lello, i Lupi del Nord e faccio la conoscenza di Paolo di Trento e del Maremmano, uno storica voce del pomeriggio radiofonico e l’altro assiduo frequentatore di Pianeta Biancoverde.

Ci sono anche i Lupi del Tigullio: sono in cinque e reggono uno striscione che forse ho già visto lo scorso anno a Spezia. In fondo sono un blogger, come mi ricorda nella Rastrellata del mattino l’ottimo Angelo Picariello, e decido di indagare. Viene fuori che l’idea è di un irpino di seconda generazione che di recente si è appassionato alle sorti del Lupo; lo accompagnano amici di fede sampdoriana e genoana. Il gruppo è allegro e scatto l’ennesima foto, mentre ci diamo appuntamento al Picco.

20141129_145615_LLSCon gli altri ci vedremo allo Stadio Atleti azzurri d’Italia. Nonostante il periodo di forma non esaltante, la nostra difesa è solida e l’Atalanta ha da pensare al Campionato: hai visto mai che non ci scappi un golletto di Gigi Castaldo e che l’Avellino non possa brindare di nuovo in Coppa.

Chiudi gli occhi e sogna

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“Piccolo mio, chiudi gli occhietti e fai un bel sogno”
“Va bene, papà. Sognerò di quando giocavi nell’Avellino”.
Lo racconta Fabio, tifoso biancoverde, nativo di Itri, nel Basso Lazio, e che da molti anni vive e lavora in Friuli.
“Solo nei sogni nulla è impossibile”, conclude Fabio. Che però, come me e molti altri, avrà sognato anche lui, almeno una volta, addormentato o forse da sveglio, di calcare l’erba del Partenio con la maglia dell’Avellino addosso, durante una partita di serie A.
Perché il nostro sogno, diciamocela tutta, è di ritornare, presto o tardi, nel massimo campionato.
“Ascoli, Atalanta, Avellino”.