La grande bellezza (Empoli 0 – Avellino 1)

L’Oscar a Sorrentino, i tre punti all’Avellino, che sbanca Empoli nell’anticipo del venerdì sera.
Il nostro Toni Servillo si chiama Armando Izzo, un fuoriclasse capace di interpretare tutti i ruoli, proprio come l’attore casertano. Lo scugnizzo di Scampia difende come un francobollatore d’altri tempi, esce palla al piede dalla difesa e rilancia l’azione come fosse Scirea, e per una sera straccia il copione e si traveste da goleador: è sua la zuccata che trafigge Bassi su traversone dalla sinistra, proprio sotto il nostro settore, pieno di qualche centinaio di intrepidi, al loro posto nonostante l’orario improbo.
Tra loro un consistente drappello di Marinelli, compreso il vostro blogger, sbarcato al Castellani giusto in tempo, dopo un viaggio di quelli che si ricordano, condito da un’improvvisata deviazione dalla Valdichiana. Pur se in extremis, lo striscione dell’Avelino Clu Roma è al suo posto anche stavolta.
Sugli spalti ci sono Irpini di ogni sorta, compresi quelli per susseguente matrimonio, che convergono su Empoli da tutti e quattro i punti cardinali. Il migliore è un arzillo vecchietto che si piazza proprio sotto di me. Coppola d’ordinanza, sembra che sia venuto da solo, immagino da qualche località vicina. L’accento è intatto, la passione debordante: ci diamo man forte l’un l’altro, nell’incitare e non solo.
Nel primo tempo la partita è davvero divertente, con continui capovolgimenti di fronte.
Rastelli sorprende con una difesa a quattro, con Bittante a destra e Pisacane a sinistra: i toscani attaccano con grande ampiezza di gioco, meglio essere più coperti, a costo di rinunciare alla spinta dei laterali e puntare sulle verticalizzazioni centrali. Debutta dal primo minuto Ladrière, che si mette dietro le punte. Galabinov, appena rientrato dall’esordio in nazionale, si accomoda in panchina.
All’intervallo si contano un prodigio di Terracciano in uscita su Croce, un batti e ribatti in area empolese cui si oppone Bassi, un tiro largo di Castaldo, una fucilata dalla distanza di Moro, una mancata espulsione di Laurini, che già ammonito stende da dietro Castaldo.
Per quanto non vi siano state occasioni clamorose, la rete di Izzo premia l’atteggiamento dei Lupi, sempre propositivo pur al cospetto della seconda forza del campionato.
Dopo il vantaggio arriva la superiorità numerica, per l’espulsione di Laurini.
Ciò nonostante, e al solito, la squadra arretra, comincia a buttar via la palla e non concretizza le occasioni per raddoppiare, con Castaldo stanco e Galabinov, subentrato nel frattempo.
Per fortuna la nostra rete resta inviolata, senza la consueta beffa finale.
Finisce in tripudio e con i ruoti di pasta al forno che escono dal portabagagli delle auto della carovana irpina.
Oltre al cannoniere di giornata, bene Terracciano, Fabbro, Arini e D’Angelo.
Male il Bulgaro, non so se stanco o svogliato.
Ora attendiamo con fiducia i risultati del pomeriggio, prima di tirare le somme di questo turno.

Il clacson sull’aereo (Avellino 1 – Pescara 1)

Non passa, stavolta, la rabbia.
I commenti a caldo e quelli consegnati a futura memoria attraverso i social network se la prendono con la malasorte. Sfortuna, dicono, alludendo al pari maturato anche stavolta nell’extratime al cospetto di un Pescara pressoché nullo, che al termine festeggia come se avesse impattato al Camp Nou.
È un’interpretazione che mi convince poco: la squadra, che ha lottato nel fango come piace a noi tifosi, ha creato molte situazioni pericolose (ma non occasioni clamorose), senza tuttavia finalizzarle; e nell’occasione del pareggio di Caprari ha commesso la solita ingenuità difensiva. Ciascuno è artefice del proprio destino, insomma, e l’Avellino ha sprecato e regalato.
Castaldo ha lottato come al solito, ma sotto rete si è mostrato poco lucido; Galabinov ha tecnica da vendere, ma altrettanto egoismo; assai meglio Ciano, schierato tra le linee nel ruolo che fu di Gianluca De Angelis.
Oltre a Camillo, sugli scudi papà Arini in stile Rambo De Napoli e il rientrante Izzo. All’appello manca solo Zappacosta, e con la migliore formazione o quasi la squadra è un’altra cosa.
Scellerata la gestione dei cambi: dopo la rete di Fabbro, a un quarto dal termine, Rastelli toglie Ciano per inserire D’Angelo; poi, al novantesimo, manda in campo Soncin per Castaldo. Lo stesso risultato tattico si poteva ottenere con una sola sostituzione (D’Angelo per Castaldo?), conservandosi la chance di un terzo cambio (Decarli? Biancolino?). Non mi ha convinto, soprattutto, la scelta di Soncin, e i miei vicini di gradoni possono testimoniarlo. Di letale il Cobra ha ormai solo il nome, e in più sbaglia le tre o quattro palle che fa in tempo a toccare. Esattamente come a Varese: Rastelli è qui recidivo. Su quel terreno e in quella situazione, peraltro, un brevilineo è utile come il clacson su un aereo.
Duemila chilometri macinati in sette giorni e due beffe al passivo per il vostro blogger; quattro punti mancanti e la classifica che piange: ad Empoli, in ogni caso, ci sarò.

Sbrogliare la matassa (Varese 1 – Avellino 1)

Sbrogliare la matassa di questo Varese – Avellino non è agevole, neppure il giorno dopo, dopo otto ore di sonno che compensano solo parzialmente la levataccia del sabato mattina e le quattordici ore di auto sulle diciotto di questa trasferta all’estrema Thule.
Inevitabile provarci a partire dalla coda: viste e riviste le immagini, quella che va in scena al minuto 94 è una evidente carica al portiere, che il direttore di gara avrebbe dovuto sanzionare. Non c’è solo Ely a ostacolare da tergo Terracciano, su cui contemporaneamente si abbatte una mischia in stile rugby alla quale partecipa anche il portiere biancorosso Bressan. Mentre quest’ultimo esulta sotto la sua curva, Pietro – cui per ulteriore beffa le statistiche attribuiranno un’autorete – esce dal campo in lacrime, e tra i nostri tifosi da tastiera c’è perfino chi riesce ad addebitargli presunti errori tecnici.
Per quanto mi riguarda, ogni diversa interpretazione è preclusa a chi sia intellettualmente onesto, dopo che lo stesso Bressan, da uomo di calcio e da portiere, riconosce che il goal andava annullato.
Essere raggiunti all’ultimo giro di lancette, ed essere raggiunti in questo modo; essere raggiunti dopo averne segnato uno già nel primo tempo e senza che la quaterna arbitrale abbia visto; essere raggiunti dopo aver avuto in almeno tre occasioni la palla del match point; essere raggiunti dopo settecento chilometri e con altrettanti ancora da fare: nella vita può accadere di meglio.
Ci sarebbe, insomma, di che non bloggare, per questo turno.
Voglio però che la Rete tenga traccia di questa giornata di un tifoso dell’Avellino e dei suoi compagni d’avventura, il viaggio in auto complessivamente più lungo che mi sia capitato di compiere in un giorno solo per motivi calcistici.
Con Arnaldo ci incontriamo alle sei alla Stazione Tiburtina; con lui il figlio, dieci anni, alla sua prima volta fuori casa. Tanto perché comprenda cosa vuol dire una trasferta, il padre deve aver scelto questa maratona: dopo Varese c’è la Svizzera, e alla Coppa Uefa non partecipiamo.
Giovanni fa le scuole elementari e ha una predilezione per la geografia: appena passiamo il confine regionale ci ragguaglia sull’orografia dell’Umbria, al 75 % collinare e al 25 % montuosa.
Le montagne vere ci attendono al varco a Barberino del Mugello, e a Roncobilaccio ci viene incontro il nevischio. Bomba o non bomba, arriveremo a Varese.
Alla guida c’è mio fratello, che nel frattempo abbiamo reclutato a Firenze. Ci si nutre di Pocket Coffee, si attinge al thermos, anch’esso pieno del prezioso liquido, ci si esercita a dominare la vescica e lo stomaco finché a Fiorenzuola non decidiamo di fermarci e di dare fuoco alle polveri dei rispettivi pranzi al sacco, come l’equipaggio rimpinguati durante la sosta nella capitale della Renzia.
A Masnago arriviamo con un’ora e mezza di anticipo. Ci sono già diversi equipaggi giunti dal Nord Italia e dalla Confederazione Elvetica. Accenti che si mescolano, padri con i figli nati oltreconfine ma con la sciarpa biancoverde al collo. Come dice Andrea, il tifo dell’Avellino, specie in trasferte simili, è bello soprattutto per questo.
Varcati i tornelli, entriamo nel Franco Ossola. Lo stadio-velodromo è messo male; dal settore ospiti si vede pochissimo, troppo lontana l’altra porta e la vista di quella più vicina ostruita da un’inferriata arrugginita sulla quale tocca arrampicarsi in qualche modo per collocare lo striscione dell’Avelllino Club Roma. Dal terreno di gioco, appena rizollato, si alza polvere come se si giocasse su uno sterrato.
Il Varese parte bene. Oduamadi imperversa sulla sinistra e mette in ambasce Bittante, D’Angelo e Fabbro, tutti ammoniti in rapida sequenza. Ne scaturiscono alcuni calci fermi, che la difesa sbroglia agevolmente.
Dopo i primo quindici o venti minuti prendiamo in mano il pallino del gioco.
Il pacchetto arretrato è guidato eficacemente dal rientrante Peccarisi e i lombardi non tirano mai in porta, neppure nell’occasione del pareggio. A centrocampo siamo tonici, con l’Asceota sugli scudi. A sinistra giostra un Millesi in versione Caceres. In avanti il Bulgaro si muove bene e ha in Ciano un valido compagno di reparto: i due dialogano forse meglio di quanto faccia la coppia titolare Galabinov & Castaldo.
Ho la sorte di filmare la punizione con cui Ciano ci porta in vantaggio; carico il video su Facebook: il pugno alzato è di mio fratello.
Poi il finale, su cui ho già detto la mia, mentre sull’arbitraggio non aggiungo altro.
Il viaggio di ritorno, che per definizione “è sempre più breve”, è invece tutt’altro che una passeggiata. Alla stanchezza che monta si aggiungono la rabbia e l’amarezza; ciò che non eravamo riusciti a vedere dal vivo, lo vediamo da Internet, e sfogarsi tra di noi, al telefono con gli amici a casa o su Facebook serve a poco.
Tocco terra all’una di notte, e un’altra ora, prima di addormentarmi, la passo a riguardare video, foto e commenti su uno schermo più grande.
A consuntivo sono due punti persi contro una squadra molto involuta rispetto a quanto mostrato al Partenio nel girone d’andata. La classifica ne risente, e da un potenziale terzo posto ci ritroviamo al sesto. Ecco perché, tabelle alla mano, non concordo con chi afferma che nell’economia di una stagione due punti in più o in meno non contino più di tanto.
Dopo l’autodafè casalingo con il Lanciano, resta in ogni caso una buona prestazione, che si inserisce nella scia delle prove di Trapani e di Terni, occasioni nelle quali avremmo strameritato di vincere; anche se in teoria il pareggio fuori casa non è mai da buttare. Ci mancano, dopo la sosta, i risultati al Partenio, che sabato prossimo attende il Pescara, giunto alla sesta sconfitta consecutiva: il Delfino giungerà in Irpinia con un nuovo tecnico al timone, dopo l’esonero di Pasquale Marino.
La caffeina in eccesso si è nel frattempo diluita, l’adrenalina e la rabbia pure, la matassa è stata dipanata: bloggare il giorno successivo, alla fine dei conti, serve anche a questo.

La banda del Büchel (Avellino 1 – Lanciano 3)

È una bella batosta, quella di oggi.
Che contro il Lanciano fosse una partita tosta si sapeva, ma nessuno si aspettava questa Caporetto, dopo la prova confortante di Terni. Tre reti al passivo all’intervallo: sul Partenio aleggiano i fantasmi dell’Albinoleffe, Rastelli si traveste da Zeman.
Il nuovo Bonazzi si chiama Büchel. Il capellone austriaco, in prestito al Lanciano dalla Juve, imperversa sul nostro fronte destro e manda in bambola prima Decarli e poi Pisacane. Il numero 15 fa secco Terracciano con un sinistro dalla distanza e serve gli assist in occasione delle altre due marcature.
La terza rete la segna il solito Amenta, che in difesa le prende tutte, sia di testa che di piede, una diga contro la quale si infrangono i tentativi veilletari di un attacco spuntato.
La formazione iniziale sorprende tutti. Squalificato Arini, Zappacosta è assente per un infortunio last minute e si aggiunge in infermeria ai lungodegenti Izzo e Ladrière. Le novità si chiamano Togni, Abero e Pizza, quest’ultimo dirottato sulla destra, in un ruolo non suo. Nessuno dei tre si distingue, e – sotto di due reti – l’ex viareggino fa posto a Ciano. Il brasiliano, scongelato al primo sole dopo due mesi in freezer, sperpera l’ennesima occasione; appena un po’ meglio l’uruguaiano.
Terracciano non la prende e tutta la difesa gioca malissimo. Si inizia con De Carli a destra, poi Saulo passa centrale, ma cambiando l’ordine degli addendi il prodotto non cambia: un disastro. Pisacane è in ambasce, forse il meno peggio è Fabbro, che però non è ancora tornato ai suoi livelli.
In mezzo al campo i ritmi compassati di Romulo spengono le velleità di D’Angelo e di Schiavon: non si contrasta, non si corre e neppure si inventa qualcosa. Ci chiediamo perché non ci sia Angiulli, e anche il sinistro di Millesi ci manca moltissimo.
Bittante è in panchina, dopo averle giocate tutte o quasi, giusto quando potrebbe essere schierato a destra, salvo essere buttato nella mischia nel finale. Biancolino, che pure subentra nella ripresa, si dimostra ancora in gran spolvero e serve Castaldo per la rete della bandiera. Squalificato Gigione, il Pitone meriterebbe la maglia da titolare alla prossima.
Accorciamo le distanze quando mancano ancora venti minuti. La Virtus non ha fretta e l’arbitro se la cava con il minimo sindacale: ammonizione a Sepe e soli tre minuti di recupero. Da rivedere un atterramento in area di Castaldo: il direttore di gara fischia fallo in attacco.
A fine gara non so se fischiare o applaudire honoris causa, e nel dubbio resto zitto, ripiego lo striscione e me ne vado alla macchina, per riparare a casa e prepararmi per la sfilata di carnevale di domani.
Nel tragitto mi imbatto in una suora benedettina. Tiene nella mano un cappello e una sciarpa verdi. Mi avvicino e mi presento: ho fatto le elementari dalle monache. La madre si ricorda di me, ci salutiamo calorosamente e facciamo due chiacchiere, pure sulla partita. “I ragazzi hanno bisogno delle vostre preghiere”, dice mio padre. “Qui le preghiere non servono, serve che si allenino”, dice lei. Parole sante.

Fere, picchia e pampepatu (Ternana 1 – Avellino 1)

Mi sveglio prima del solito. E’ sempre così, il giorno della trasferta: agitazione che neppure prima di un esame all’università, voglia di respirare a pieni polmoni e fin dal mattino l’aria frizzante del match day.
Alla levataccia contribuiscono i postumi della serata in pizzeria: Izzo e Ladrière con noi, le foto di rito e gli autografi, gli incitamenti e le strette di mano, i pronostici e le sciarpe al collo dei nostri beniamini, e però la frittura all’italiana non l’ho digerita. Good vibes e qualche crampo allo stomaco l’indomani.
Quando il pericolo incombe, il Capo del Governo riunisce d’urgenza il Gabinetto, e così faccio anch’io, armato del fedele iPad, che mi aiuta a deliberare.
Cerco qualche immagine della serata di ieri, di cui mi rimane un solo scatto, che mi ritrae accanto al nostro numero 5. Michele, cui ho affidato lo smartphone, ha zoomato troppo e non ha messo a fuoco, sicché confido nel potere del crowdsourcing per recuperare qualche foto decente. E’ ancora presto, però: gli associati dell’Avellino Club Roma dormono il sonno dei giusti, e tra essi il nostro Presidente, di cui divoro una Rastrellata da antologia, consegnata alle stampe nel cuore della notte. L’Avellino è una fede e un credente non può mancare ai suoi doveri.
L’Umbria, poi, è terra di santi e beati, monasteri e santuari, mentre lu ternanu affida da sempre la propria devozione alla trimurti “Fere, picchia & pampepatu”. Le Fere sono i calciatori rossoverdi, la picchia merita un pudico omissis, il pampepato è un dolce natalizio a base di noci, nocciole, mandorle e quant’altro, che però ben si presta ai doppi sensi. Nella città dell’acciaio, la “Manchester italiana”, insomma, resiste un immaginario da old working class che sembra di stare negli anni Settanta. Gli stessi nei quali la Ternana approda, sia pure fugacemente, in Serie A, e al cui epilogo si formano i Freak Brothers, lo storico gruppo ultras rossoverde, quello dello striscione a testa in giù, solide tradizioni di sinistra, gemellaggi con le principali tifoserie antirazziste d’Europa.
Insomma, Ternana significa tradizione, e il sabato al Libero Liberati – che nome fantastico, e che stadio, con quei tre anelli! – non è un pranzo di gala. Lanciano e Cesena hanno pareggiato, se ne uscissimo con un punto nel carniere sarei più che soddisfatto, a prescindere.
Ora, però, basta divagare: tra poco più di un’ora l’appuntamento con il capocarovana, bisogna acchittarsi per l’occasione e prepararsi una robusta colazione.
Quando ricomincio a digitare siamo ripartiti da poco dal meeting point di Fiano Romano, dove si fa il pieno di entusiasmo e calorie. Io mi sparo un panino con cassoeula, giacché è noto che mi nutro di avanzi. A completare la metamorfosi lombarda, mi metto al collo la sciarpa dell’Avellino Club Milano, appena consegnatami, nuova di pacca.

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A fine partita la soddisfazione per una prestaziione da incorniciare è pari solo al rammarico per la mancanza di cinismo che ci ha impedito di fare bottino pieno.
Galabinov, che nella ripresa pareggia immediatamente (e misteriosamente per noi dall’altra parte) il vantaggio dal dischetto di Antenucci, raggiunge la doppia cifra. Ci vogliono tutte e due le mani anche per contare le occasioni a referto per i Lupi, i cui numerosi tentativi si infrangono contro i guantoni di un Brignoli ispiratissimo. In una circostanza è la traversa che respinge il pallonetto di Castaldo, oggi davvero in palla, dopo un paio di turni di appannamento.
Confortano la ritrovata condizione atletica e la capacità di creare palle goal, che però non buttiamo dentro.
Bene De Carli, menzione per Angiulli al debutto da titolare in trasferta, buono l’impatto dei subentranti Ciano e Biancolino.
Tolta la vittoria di misura del Palermo, sono quasi tutti pareggi, per effetto dei quali ci consolidiamo in terza posizione. Ora vinciamo con il Lanciano e poi tiriamo le somme.

La mattata (Avellino 1 – Latina 1)

La mattata, per dirla con Fernando, l’abbiamo fatta noi, lasciandoci alle spalle la Capitale mezza allagata, subito dopo pranzo, per affrontare l’incognita del Grande Raccordo Anulare col traffico del venerdì e il nubifragio in corso.
Ci ha detto bene, anzi di lusso, però: organizzazione ferrea e fortuna sfacciata, qualche rallentamento, ma niente di più.
La mattata l’ha fatta il nostro allenatore, quando nella ripresa, in svantaggio di una rete e a corto di gioco e fiato, cala il poker di punte, prima Camillo Ciano, ultimo asso nella manica Raffaele Biancolino. Nella mischia Rastelli getta anche un volitivo Millesi.
Ci dice bene, anzi di lusso, però: tutti in avanti e un pizzico di buona sorte sulle inevitabili ripartenze neroazzurre.
Il neoacquisto dà vivacità alla manovra, il Pitone conferma quanto si diceva di lui da qualche settimana: è in forma, lotta come un ossesso su ogni palla, ci prova in sforbiciata, e quindi, in posizione di pivot, serve proprio a Camillo l’assist del pareggio quando siamo al primo di recupero. Angelo mi abbraccia forte, grida e piange come un bambino, e io non sono da meno.
Un altro giro di lancette e un’azione rugbistica porta Castaldo a un soffio dal vantaggio: Gigione ciabatta di destro e spreca il classico goal che avrei fatto anch’io.
E così, a consuntivo, annotiamo un primo tempo scialbo, una manovra asfittica, una condizione fisica deficitaria, la mancata vittoria casalinga contro gli aborriti pontini, un solo punto in due partite, la prospettiva di un girone di ritorno in salita, la delusione per un mercato un po’ così. Sull’altro piatto della bilancia, tuttavia, un finale veemente, la capacità di grattare il fondo del barile anche quando non sembra essercene più, lo smacco agli avversari ormai certi del colpaccio, un punto che muove la classifica e ci mantiene in quota nonostante il momento negativo, un Ciano subito in goal e una rosa ampia, nella quale per ognuno arriva il momento di essere chiamato in causa.
A mente fredda, dopo averci dormito su, potevamo sì perdere, ma alla fine, senza arbitro e buona sorte, il Latina le avrebbe prese.
Già, l’arbitro. Al quarto d’ora non vede un rigore netto su Galabinov. È restio a mostrare i cartellini e grazia Jonathas che, ammonito, lo manda platealmente a quel paese. Ci nega un angolo per una deviazione di Iacobucci su siluro di Zappacosta e sul ribaltamento il Latina fa goal. Non concede la rete su un salvataggio di Alhassan sulla linea di porta: dagli spalti ci è parso goal, le immagini mostrano il difensore con entrambi i piedi bel oltre la linea di porta, ma – arbitro o fortuna – la palla ufficialmente non entra.
In attesa dei risultati di questo pomeriggio, ci proiettiamo sulla trasferta di Terni. Con Tesser in panca, le Fere sono in ripresa: inutile fare voli pindarici, un punto sarebbe oro colato, se vi si aggiungesse il ritorno alla vittoria in casa. A patto che la condizione fisica migliori e Rastelli prenda atto che il limone è spremuto e non fa più succo. Mi riferisco alla necessità di far rifiatare, magari a turno, i tre del centrocampo, inserendo un elemento in grado di costruire gioco meglio di un Arini fuori ruolo come centrale. Anche Castaldo, spiace dirlo, deve riposare. Millesi, Angiulli, Pizza, Ciano, magari Togni e Abero, e naturalmente Biancolino: le alternative ci sono, è arrivato il tempo di praticarle, sia a livello di uomini che sotto l’aspetto tattico.

Lo schiaffo di Novara e il mercato degli altri

E’ uno schiaffo in faccia di quelli che lasciano il segno, questa sconfitta con il Novara. Un manrovescio che ci prendiamo senza neppure tentare di scansarci, tanto è ineluttabile. E che disvela quello che tutti, in fondo, sapevamo, e che non osavamo dire: troppo bello e perciò irripetibile l’anno appena trascorso, piacevole perfino la lunga pausa passata a goderci la classifica e a riempirci la bocca di proclami.

Mentre noi vagheggiamo, gli altri mettono mano al portafoglio e acquistano. Il Novara, per dire, prende Crescenzi e Sansovini. Il primo è oggi il migliore dei ventidue, il secondo ci fa secchi con un sinistro incrociato a cinque dal termine. I nostri rinforzi? Saulo si prende un cartellino rosso, Camillo entra nella ripresa e non incide.

Torno a casa per guardarmi Novantesimo minuto. Ecco allora Belingheri e Marilungo nel Cesena corsaro a Varese, a Carpi esordisce Ardemagni, il Pescara schiera Caprari, lo Spezia tratta De Luca, perfino la Juve Stabia risorge con i sei nuovi acquisti.

Venerdì c’è il Latina, un brutto cliente. Confidiamo nel Partenio, il nostro fortino. Siamo a un bivio: a quota trentatré c’è un gruppone folto e agguerrito, nel quale rischiamo di essere risucchiati.

Fuga per la vittoria (Avellino 2 – Padova 1)

Mancano ancora cinque minuti più recupero, e quest’ultimo si preannuncia eterno.
Stiamo due a uno, ma ci sarà da stringere i denti contro un Padova che nel frattempo ha schierato l’artiglieria pesante. Io, però, devo andare: alle cinque parte l’ultimo bus per Roma.
Decido di dare retta al navigatore e mi muovo dalla Terminio con venti minuti di anticipo. Troppi, scoprirò in seguito.
Faccio il giro dalla Curva Sud: l’ultima azione che riesco a vedere è un tentativo di Soncin.
Poi, una lunga fuga, di corsa lungo via Zoccolari, deserta, sospinto dalla ripida discesa.
Quando la strada torna in piano sono ormai fuori dalla portata sonora dello stadio e mi affido allo streaming di Radio Magic. Il cronista, al solito, ha finito o quasi la voce. Loro ci provano, noi controlliamo e ripartiamo. Il Cobra pare si divori la rete del tre a uno.
Arrivo a Piazza Macello che l’extra time è scaduto, e però ancora si gioca. Al triplice fischio esultiamo con un altro passeggero, più fortunato di me: dallo stadio è giunto in macchina, rimanendo sugli spalti fino all’ultimo, mentre io andavo in fuga per la vittoria
E allora eccomi qui, seduto nel posto centrale dell’ultima fila del bus, a riavvolgere il nastro della partita, per provare a tirare le somme.
Gara combattuta, come sempre o quasi in questo girone d’andata, oggi all’epilogo. Abbiamo vinto, ma potevamo pareggiarla, e perfino perderla.
L’Avellino è subito in vantaggio grazie a un inserimento centrale di Arini, servito dalla sinistra da un inedito Pisacane in versione assist man.
Il Padova è bravo a rimediare al nostro avvio lampo e perviene al pari su una mischia innescata da una punizione dalla destra, malamente respinta da Seculin, in precedenza incerto su un altro calcio franco, stavolta dalla parte opposta, e però reattivo in una provvidenziale uscita di piede ben oltre il limite dell’area.
I biancoscudati se la giocano con le  qualità tecniche e con il mestiere di Rocchi e Pasquato, noi ci mettiamo le incursioni di Arini, la corsa e il calcio di Angiulli, oggi titolare neanche tanto a sorpresa, i cross di Zappacosta, un paio di tentativi di testa di Galabinov.
Su una girata del Trace vediamo un fallo di mano, ma il direttore di gara fa proseguire.
La ripresa pare avviata sui binari del pareggio. Si gioca molto poco, a causa di infortuni e manfrine. Intorno al ventesimo Mutti è costretto a sostituire il portiere.
Neanche un paio di minuti che Colombi, il nuovo entrato, deve raccogliere la palla in fondo al sacco. Il contropiede è fulmineo: il belga Ladrière, anch’egli da poco in campo, lascia sul posto Santacroce e serve in profondità Castaldo; Gigione crossa al centro per l’accorrente Arini che la mette di nuovo dentro, stavolta di testa.
Mariano è oggi un altro giocatore rispetto a quello di Reggio Calabria, stanco e falloso. Bene Angiulli, che ha giocato con personalità, provando anche la conclusione. Positivo l’impatto dell’ultimo arrivato Ladrière, davvero un bel trottolino. In difesa benissimo Faffolino, mentre Izzo esce alla distanza. Castaldo è sempre pericoloso, se non alla conclusione in fase di rifinitura.
Palermo ed Empoli passano a Crotone e Pescara e ci precedono in classifica rispettivamente di tre e due punti. Con un pizzico di buona sorte potevamo agguantare il primato. Ma va bene così.
La vera fortuna è che a casa mia non abbiano sentito la scossa di terremoto verificatasi nel frattempo tra Molise e Campania, di cui ho avuto notizia da un tweet: loro non se n’erano accorti, ed è toccato a me, che ero in viaggio, avvertirli. Potenza dei social media e della connettività mobile.

Non c’è più morale, Contessa (Reggina 1 – Avellino 1)

“Non c’è più morale, Contessa”, cantava negli anni Settanta Paolo Pietrangeli.
E il verso mi ritorna in mente quando, a una decina dal termine, Contessa, calciatore della Reggina, si tuffa in area e intercetta di mano la palla proveniente dalla sinistra, come neanche il miglior centroboa.
È rigore, ognuno direbbe, ma l’arbitro, che aveva già concesso ai nostri un penalty per un tocco di braccio di Strasser, non fischia. Davvero non c’è più morale.
E così, in questo Boxing Day, da Scilla torniamo con un solo punto nel carniere.
Punto d’oro, alla luce di un primo tempo da dimenticare.
Punto che sa di poco, dopo un secondo tempo giocato in costante proiezione offensiva.
Punto pesante, se fra tre giorni battiamo il Padova al Partenio, il Palermo non passa a Pescara e il Crotone ferma l’Empoli.
Il goal a freddo di Di Michele inaugura una prima frazione brutta, la peggiore dall’inizio del campionato. La difesa soffre, il centrocampo arranca nel tentativo di fate gioco e randella più del lecito; perfino Castaldo gioca male.
Fortuna che c’è l’intervallo, da cui torna in campo una squadra più vogliosa.
Al posto di D’Angelo, ammonito, c’è Angiulli, e proprio dal sinistro di Fez scaturisce il tiro intercettato dal braccio di Strasser: è rigore, che Galabinov trasforma.
Il rammarico per la vittoria mancata si alimenta, oltre che della parata di Contessa, di una grossa occasione di Castaldo, che devia di testa un traversone al bacio di Zappacosta, migliore in campo.
Bisogna stringere i denti fino a domenica. In casa, di solito, è però un altro Avellino.

Trapani 1 – Avellino 1, il pareggio è come la cassata

Il pareggio è come la cassata: dolce al primo assaggio, con tutto quello zucchero che ti delizia il palato, insopportabilmente stucchevole già dal secondo boccone.
Dopo il punto preso a Spezia, al Provinciale di Trapani i Lupi mettono in carniere un altro pari esterno, uscendo indenni da due trasferte consecutive molto temute alla vigilia. Timori infondati, ad ogni modo: come già la compagine di Stroppa, anche quella di Boscaglia non ci mette mai in difficoltà, e alla fine l’Avellino Club Roma recrimina all’unanimità per una vittoria mancata. In classifica abbiamo fatto 30, ma, già che c’eravamo, potevamo fare 30 e lode, cioè 32.
Già nel primo tempo il taccuino segnala una netta prevalenza dell’Avellino: un cross dalla destra non finalizzato da Schiavon, una conclusione da fuori di D’Angelo, una percussione di stile rugbistico di Arini, una deviazione in spaccata di Izzo, una zuccata di Castaldo su traversone ancora di Zappacosta, due occasioni non finalizzate da Soncin, cui il Trapani risponde con due conclusioni dalla distanza di Pirrone e Basso. Nessuna palla-goal eclatante, ma una netta prevalenza dei nostri nel computo delle occasioni.
Nella ripresa è un crescendo dei verdi, fino alla rete del vantaggio. Si inizia con un tiro dalla distanza di Arini, Nordi ribatte sui piedi di Castaldo, conclusione di Gigione, nuova parata del portiere siciliano. Ma è l’occasione sprecata da Soncin, servito dalla destra da Zappacosta, a gridare vendetta. Ci provano ancora Castaldo, Arini e Galabinov (subentrato al Cobra), finché Mariano Settepolmoni non la butta dentro, finalmente, incornando su calcio d’angolo. Manca meno di un quarto d’ora: sembra fatta.
Il Legend pub esplode di gioia, ma i festeggiamenti non sono finiti che il Trapani pareggia con Mancosu, tutto solo in prossimità dell’area piccola, servito in posizione dubbia sugli sviluppi di una punizione dalla sinistra.
Una conclusione larga del bulgaro e un colpo di testa di Abate, alto, chiudono il match.
Sulla strada del ritorno da San Lorenzo, conveniamo con Angelo Picariello nei giudizi postpartita: prestazione ottima, che alimenta i rimpianti per non aver fatto bottino pieno; la classifica si muove ancora, e i due pari esterni vanno ora capitalizzati con un pieno di punti nei tre incontri che ci separano dalla fine del girone d’andata.
Soprattutto, aggiungo io, per la prima volta nelle ultime cinque stagioni il Trapani di Boscaglia non sembra a noi superiore, anzi ci teme, ci subisce e ringrazia gli dei dell’Olimpo per il pareggio. Per me che ero al Provinciale quando i granata ci surclassarono nella finale play-off di Seconda Divisione, solo tre anni fa, e per tutti quelli che hanno sofferto sugli spalti o davanti alla tv quando, lo scorso maggio, il Trapani ci ha conteso fino all’ultimo respiro la Supercoppa di Lega Pro, è una confortante novità.
Preoccupa la scarsa capacità di finalizzare la mole di gioco prodotta: serve come il pane una seconda punta, poiché Soncin ha definitivamente le polveri bagnate, Galabinov alterna ottime prestazioni a prove svagate e Castaldo non può cantare e portare la croce.
Sugli scudi Arini, sia in fase di contenimento che in attacco, dove ci prova di forza, da fuori, con inserimenti in area piccola e di testa. Buona anche la prova di Izzo. Zappacosta è una spina nel fianco di Boscaglia, ma cala nel finale. Seculin si guadagna la pagnotta, in attesa che torni Saracinesca Terracciano.
Per stasera siamo quarti in classifica: da qui ripartiamo per i prossimi appuntamenti di campionato e per il mercoledì di coppa. Torino sarà biancoverde.