Carpi diem (Carpi 1 – Avellino 1)

Voglio essere sincero: venerdì sera, dopo la sconfitta con il Siena, ho pensato che il campionato dell’Avellino fosse finito.
Deluso com’ero, e con un sano esercizio di prudenza, ho tuttavia rimandato al giorno successivo l’aggiornamento del blog. Solo che, all’indomani, me ne sono andato al mare con mio padre, pure lui desideroso di rinfrancarsi dalla seconda batosta consecutiva, e il commento postpartita, per la prima volta, è passato definitivamente in cavalleria.
Per fortuna, perché il pari strappato stasera a Carpi dimostra che la squadra non è certo in vacanza, e che da qui al termine, nelle undici che restano, ci toglieremo ancora qualche soddisfazione.
Cogliamo l’attimo, e con esso il punto, preso a dispetto di tutte le possibili avversità, che interrompe la serie negativa, ci mantiene in quota play-off e restituisce morale all’ambiente e alla squadra.
Alla assenze di Izzo e D’Angelo si aggiungono quelle last-minute di Zappacosta e Galabinov; in porta si rivede Seculin, Millesi, encomiabile, fa il quarto a sinistra, Ladrière si piazza dietro Castaldo e Ciano, al posto dell’Asceota c’è il nostro Fez.
Il portiere goriziano si guadagna la palma del migliore: sembra il Terracciano del girone d’andata, e quando non ci arriva ci pensano i pali e quella parte del corpo che Secu porta inscritta nel proprio cognome. Neppure lo trafigge il calcio di rigore che il Signor La Penna inventa di sana pianta, che Memushaj calcia alto. Peccato che la giacchetta giallo fluo, non paga, abbia contestualmente espulso Arini, che in precedenza ci ha portato in vantaggio con una capocciata delle sue, dietro servizio di Angiulli.
Sicché, dalli e dalli, il Carpi pareggia allo scadere della prima frazione, e la seconda è una sofferenza che non vedevamo da tempo, ma che da sempre forgia il vero lupo, che scenda in campo, che segua dagli spalti o che guardi in tv, come stasera il vostro blogger.
Proprio la capacità di tenere botta alla malasorte e ai torti ci restituisce un Avellino operaio, che è quello meglio adatto ad affrontare questo finale di stagione: giocare non solo di fioretto, ma anche di spada, tenere lontana la quintultima, restare nella parte sinistra della classifica, giocarsi le proprie carte, molte o poche che siano, per i play-off. Fosse cosi, non avremmo altro da chiedere.
Inutile, però, confidare nel futuro: cogliamo l’attimo, e godiamoci dunque questo pareggio.

Le Idi di marzo (Bari 1 – Avellino 0)

Duemilacinquantotto anni dalle Idi di marzo, il Bruto che a tradimento ci pugnala alla schiena si chiama Joao Silva, paffuto centravanti portoghese dalla carriera finora non eccelsa.
Come il cesaricidio, anche l’assassinio del lupo risponde a un copione prevedibile per ognuno, salvo che per le vittime: quando tiri troppo la corda, qualcuno prima o poi te la fa pagare.
Cesare voleva farsi Re di Roma, i nostri volevano issarsi al secondo posto in classifica: entrambi, però, non avevano preso le giuste precauzioni. Per esempio non tenere a distanza i nemici conclamati o anche solo potenziali. Peggio ancora, sottovalutare le avvisaglie della prossima mala parata.

« Cosa ancor più straordinaria, molti dicono che un certo veggente lo preavvisò di un grande pericolo che lo minacciava alle idi di marzo, e che quando giunse quel giorno, mentre si recava al Senato, Cesare chiamò il veggente e disse, ridendo, “Le idi di marzo sono arrivate”; al che egli rispose, soavemente, “Sì; ma non sono ancora passate” » (Plutarco)

Fuori di similitudine, il Bari va in goal, a una decina di minuti dal termine, al culmine di una ripresa all’insegna di una chiara supremazia territoriale, per quanto fino a quel momento sterile. Dalli e dalli, i galletti ci infilano, con un golletto, sull’ennesimo traversone scaraventato in mezzo da un centrocampo divenuto progressivamente assai più dinamico rispetto alla nostra mediana, ormai spompatissima. Nelle precedenti occasioni, a sventare i pericoli ci pensa Terracciano, definitivamente tornato ai livelli pre-infortunio. Qui invece il pallido epigono del glorioso Joao Paulo sovrasta Fabbro e la butta dentro a noi.
È la dura legge del goal: troppe chiare occasioni neutralizzate da SuperGuarna o sprecate dai lupi, che dominano nella prima mezz’ora, ma poi lasciano sempre più il pallino al Bari.
Guardando il match in televisione – a questo turno sono fermo ai box per un pit stop – si capisce che occorrerebbe rafforzare il centrocampo, nel quale Schiavon non è in palla, e che Galabinov dovrebbe andare a fare la doccia: l’attacco sarebbe in ogni caso presidiato da Castaldo e Ciano, come ad Empoli. Invece i cambi – come al solito – ritardano: entra Biancolino al posto del Bulgaro, ma D’Angelo e Angiulli restano in panca.
E così, dopo un altro paio di occasioni buttate alle ortiche, la storia fa il suo corso e torniamo a casa con un pugno di mosche. È la terza sconfitta in otto giornate nel girone di ritorno.
Guardiamo classifica e calendario: siamo settimi, ma Pescara e Siena rimonteranno. Se si vuole dare un senso al prosieguo della stagione, bisogna fare dieci o undici punti nelle prossime cinque. Fondamentale non perdere con la Robur, poi fare il colpo a Carpi e vincere al Partenio con Cittadella e Brescia. Tra veneti e lombardi c’è la trasferta di Palermo.

Diecimila di questi click

Mentre inizio a scrivere mancano due soli click al traguardo delle diecimila visualizzazioni di pagine di questo blog.
Tutto è iniziato il 20 maggio dello scorso anno, sull’onda dell’entusiasmo per la promozione in Serie B, quando ho scelto la piattaforma, il layout e il titolo. Quasi contemporaneamente ho postato tre articoli: il primo della serie, per la categoria Alfabeto biancoverde, si intitola A come Aesse. In totale, da allora, i miei polpastrelli hanno sfornato centocinque post, compreso il presente.
Le statistiche di WordPress mi dicono che, dopo la home page, il post più visto (ben 980 volte) è La scossa delle 19 e 35 e la ricerca che non ho finito: come ogni irpino comprende, parlo del sisma del 1980 e l’ho postato il 23 novembre. Il pezzo di argomento calcistico che ha raccolto più click (314) è Brescia – Avellino, le anafore del giorno dopo, scritto una domenica mattina appena sveglio, dopo la prima vittoria esterna dei Lupi in questo campionato.
Eccettuata l’Italia, il Paese da cui proviene il maggior numero di visite sono gli Stati Uniti (247), poi Svizzera (107), Germania (73), Regno Unito (46). Alcune visite giungono da altri continenti: Brasile (34), anzitutto, poi Canada, Argentina, Giappone, Libano, Australia, Etiopia, Thailandia, Ecuador. I tifosi dell’Avellino, del resto, sono ovunque, e qualche articolo per le categorie Lost & Found, Altre storie biancoverdi e Il calcio degli altri fa il resto: le visite, infatti, provengono per un terzo da Facebook, poi dal Forum Pianeta Biancoverde, quindi da motori di ricerca; in quarta posizione Twitter, dove cinguetto da qualche mese come @rinoeillupo.
Oltre alla quantità, la qualità: in questi mesi i complimenti e gli incoraggiamenti di amici, conoscenti e sconosciuti, durante un’occasione conviviale come sugli spalti di uno stadio, non sono mancati; e ogni volta è una sorpresa sapere che qualcuno apprezza ciò che scrivi, e magari anche come lo scrivi. Perché, a dirla tutta, io sono sì un (grande) tifoso dell’Avellino, ma pure uno cui piace scrivere: me ne sono accorto bloggando, anche se in fondo l’ho sempre saputo.
Ora che il post è terminato, il traguardo è stato nel frattempo raggiunto e superato: diecimila e più volte grazie ai lettori di questo blog; per Pellegrino e per il lupo, altri diecimila e più di questi click!

La grande bellezza (Empoli 0 – Avellino 1)

L’Oscar a Sorrentino, i tre punti all’Avellino, che sbanca Empoli nell’anticipo del venerdì sera.
Il nostro Toni Servillo si chiama Armando Izzo, un fuoriclasse capace di interpretare tutti i ruoli, proprio come l’attore casertano. Lo scugnizzo di Scampia difende come un francobollatore d’altri tempi, esce palla al piede dalla difesa e rilancia l’azione come fosse Scirea, e per una sera straccia il copione e si traveste da goleador: è sua la zuccata che trafigge Bassi su traversone dalla sinistra, proprio sotto il nostro settore, pieno di qualche centinaio di intrepidi, al loro posto nonostante l’orario improbo.
Tra loro un consistente drappello di Marinelli, compreso il vostro blogger, sbarcato al Castellani giusto in tempo, dopo un viaggio di quelli che si ricordano, condito da un’improvvisata deviazione dalla Valdichiana. Pur se in extremis, lo striscione dell’Avelino Clu Roma è al suo posto anche stavolta.
Sugli spalti ci sono Irpini di ogni sorta, compresi quelli per susseguente matrimonio, che convergono su Empoli da tutti e quattro i punti cardinali. Il migliore è un arzillo vecchietto che si piazza proprio sotto di me. Coppola d’ordinanza, sembra che sia venuto da solo, immagino da qualche località vicina. L’accento è intatto, la passione debordante: ci diamo man forte l’un l’altro, nell’incitare e non solo.
Nel primo tempo la partita è davvero divertente, con continui capovolgimenti di fronte.
Rastelli sorprende con una difesa a quattro, con Bittante a destra e Pisacane a sinistra: i toscani attaccano con grande ampiezza di gioco, meglio essere più coperti, a costo di rinunciare alla spinta dei laterali e puntare sulle verticalizzazioni centrali. Debutta dal primo minuto Ladrière, che si mette dietro le punte. Galabinov, appena rientrato dall’esordio in nazionale, si accomoda in panchina.
All’intervallo si contano un prodigio di Terracciano in uscita su Croce, un batti e ribatti in area empolese cui si oppone Bassi, un tiro largo di Castaldo, una fucilata dalla distanza di Moro, una mancata espulsione di Laurini, che già ammonito stende da dietro Castaldo.
Per quanto non vi siano state occasioni clamorose, la rete di Izzo premia l’atteggiamento dei Lupi, sempre propositivo pur al cospetto della seconda forza del campionato.
Dopo il vantaggio arriva la superiorità numerica, per l’espulsione di Laurini.
Ciò nonostante, e al solito, la squadra arretra, comincia a buttar via la palla e non concretizza le occasioni per raddoppiare, con Castaldo stanco e Galabinov, subentrato nel frattempo.
Per fortuna la nostra rete resta inviolata, senza la consueta beffa finale.
Finisce in tripudio e con i ruoti di pasta al forno che escono dal portabagagli delle auto della carovana irpina.
Oltre al cannoniere di giornata, bene Terracciano, Fabbro, Arini e D’Angelo.
Male il Bulgaro, non so se stanco o svogliato.
Ora attendiamo con fiducia i risultati del pomeriggio, prima di tirare le somme di questo turno.

Il clacson sull’aereo (Avellino 1 – Pescara 1)

Non passa, stavolta, la rabbia.
I commenti a caldo e quelli consegnati a futura memoria attraverso i social network se la prendono con la malasorte. Sfortuna, dicono, alludendo al pari maturato anche stavolta nell’extratime al cospetto di un Pescara pressoché nullo, che al termine festeggia come se avesse impattato al Camp Nou.
È un’interpretazione che mi convince poco: la squadra, che ha lottato nel fango come piace a noi tifosi, ha creato molte situazioni pericolose (ma non occasioni clamorose), senza tuttavia finalizzarle; e nell’occasione del pareggio di Caprari ha commesso la solita ingenuità difensiva. Ciascuno è artefice del proprio destino, insomma, e l’Avellino ha sprecato e regalato.
Castaldo ha lottato come al solito, ma sotto rete si è mostrato poco lucido; Galabinov ha tecnica da vendere, ma altrettanto egoismo; assai meglio Ciano, schierato tra le linee nel ruolo che fu di Gianluca De Angelis.
Oltre a Camillo, sugli scudi papà Arini in stile Rambo De Napoli e il rientrante Izzo. All’appello manca solo Zappacosta, e con la migliore formazione o quasi la squadra è un’altra cosa.
Scellerata la gestione dei cambi: dopo la rete di Fabbro, a un quarto dal termine, Rastelli toglie Ciano per inserire D’Angelo; poi, al novantesimo, manda in campo Soncin per Castaldo. Lo stesso risultato tattico si poteva ottenere con una sola sostituzione (D’Angelo per Castaldo?), conservandosi la chance di un terzo cambio (Decarli? Biancolino?). Non mi ha convinto, soprattutto, la scelta di Soncin, e i miei vicini di gradoni possono testimoniarlo. Di letale il Cobra ha ormai solo il nome, e in più sbaglia le tre o quattro palle che fa in tempo a toccare. Esattamente come a Varese: Rastelli è qui recidivo. Su quel terreno e in quella situazione, peraltro, un brevilineo è utile come il clacson su un aereo.
Duemila chilometri macinati in sette giorni e due beffe al passivo per il vostro blogger; quattro punti mancanti e la classifica che piange: ad Empoli, in ogni caso, ci sarò.

Sbrogliare la matassa (Varese 1 – Avellino 1)

Sbrogliare la matassa di questo Varese – Avellino non è agevole, neppure il giorno dopo, dopo otto ore di sonno che compensano solo parzialmente la levataccia del sabato mattina e le quattordici ore di auto sulle diciotto di questa trasferta all’estrema Thule.
Inevitabile provarci a partire dalla coda: viste e riviste le immagini, quella che va in scena al minuto 94 è una evidente carica al portiere, che il direttore di gara avrebbe dovuto sanzionare. Non c’è solo Ely a ostacolare da tergo Terracciano, su cui contemporaneamente si abbatte una mischia in stile rugby alla quale partecipa anche il portiere biancorosso Bressan. Mentre quest’ultimo esulta sotto la sua curva, Pietro – cui per ulteriore beffa le statistiche attribuiranno un’autorete – esce dal campo in lacrime, e tra i nostri tifosi da tastiera c’è perfino chi riesce ad addebitargli presunti errori tecnici.
Per quanto mi riguarda, ogni diversa interpretazione è preclusa a chi sia intellettualmente onesto, dopo che lo stesso Bressan, da uomo di calcio e da portiere, riconosce che il goal andava annullato.
Essere raggiunti all’ultimo giro di lancette, ed essere raggiunti in questo modo; essere raggiunti dopo averne segnato uno già nel primo tempo e senza che la quaterna arbitrale abbia visto; essere raggiunti dopo aver avuto in almeno tre occasioni la palla del match point; essere raggiunti dopo settecento chilometri e con altrettanti ancora da fare: nella vita può accadere di meglio.
Ci sarebbe, insomma, di che non bloggare, per questo turno.
Voglio però che la Rete tenga traccia di questa giornata di un tifoso dell’Avellino e dei suoi compagni d’avventura, il viaggio in auto complessivamente più lungo che mi sia capitato di compiere in un giorno solo per motivi calcistici.
Con Arnaldo ci incontriamo alle sei alla Stazione Tiburtina; con lui il figlio, dieci anni, alla sua prima volta fuori casa. Tanto perché comprenda cosa vuol dire una trasferta, il padre deve aver scelto questa maratona: dopo Varese c’è la Svizzera, e alla Coppa Uefa non partecipiamo.
Giovanni fa le scuole elementari e ha una predilezione per la geografia: appena passiamo il confine regionale ci ragguaglia sull’orografia dell’Umbria, al 75 % collinare e al 25 % montuosa.
Le montagne vere ci attendono al varco a Barberino del Mugello, e a Roncobilaccio ci viene incontro il nevischio. Bomba o non bomba, arriveremo a Varese.
Alla guida c’è mio fratello, che nel frattempo abbiamo reclutato a Firenze. Ci si nutre di Pocket Coffee, si attinge al thermos, anch’esso pieno del prezioso liquido, ci si esercita a dominare la vescica e lo stomaco finché a Fiorenzuola non decidiamo di fermarci e di dare fuoco alle polveri dei rispettivi pranzi al sacco, come l’equipaggio rimpinguati durante la sosta nella capitale della Renzia.
A Masnago arriviamo con un’ora e mezza di anticipo. Ci sono già diversi equipaggi giunti dal Nord Italia e dalla Confederazione Elvetica. Accenti che si mescolano, padri con i figli nati oltreconfine ma con la sciarpa biancoverde al collo. Come dice Andrea, il tifo dell’Avellino, specie in trasferte simili, è bello soprattutto per questo.
Varcati i tornelli, entriamo nel Franco Ossola. Lo stadio-velodromo è messo male; dal settore ospiti si vede pochissimo, troppo lontana l’altra porta e la vista di quella più vicina ostruita da un’inferriata arrugginita sulla quale tocca arrampicarsi in qualche modo per collocare lo striscione dell’Avelllino Club Roma. Dal terreno di gioco, appena rizollato, si alza polvere come se si giocasse su uno sterrato.
Il Varese parte bene. Oduamadi imperversa sulla sinistra e mette in ambasce Bittante, D’Angelo e Fabbro, tutti ammoniti in rapida sequenza. Ne scaturiscono alcuni calci fermi, che la difesa sbroglia agevolmente.
Dopo i primo quindici o venti minuti prendiamo in mano il pallino del gioco.
Il pacchetto arretrato è guidato eficacemente dal rientrante Peccarisi e i lombardi non tirano mai in porta, neppure nell’occasione del pareggio. A centrocampo siamo tonici, con l’Asceota sugli scudi. A sinistra giostra un Millesi in versione Caceres. In avanti il Bulgaro si muove bene e ha in Ciano un valido compagno di reparto: i due dialogano forse meglio di quanto faccia la coppia titolare Galabinov & Castaldo.
Ho la sorte di filmare la punizione con cui Ciano ci porta in vantaggio; carico il video su Facebook: il pugno alzato è di mio fratello.
Poi il finale, su cui ho già detto la mia, mentre sull’arbitraggio non aggiungo altro.
Il viaggio di ritorno, che per definizione “è sempre più breve”, è invece tutt’altro che una passeggiata. Alla stanchezza che monta si aggiungono la rabbia e l’amarezza; ciò che non eravamo riusciti a vedere dal vivo, lo vediamo da Internet, e sfogarsi tra di noi, al telefono con gli amici a casa o su Facebook serve a poco.
Tocco terra all’una di notte, e un’altra ora, prima di addormentarmi, la passo a riguardare video, foto e commenti su uno schermo più grande.
A consuntivo sono due punti persi contro una squadra molto involuta rispetto a quanto mostrato al Partenio nel girone d’andata. La classifica ne risente, e da un potenziale terzo posto ci ritroviamo al sesto. Ecco perché, tabelle alla mano, non concordo con chi afferma che nell’economia di una stagione due punti in più o in meno non contino più di tanto.
Dopo l’autodafè casalingo con il Lanciano, resta in ogni caso una buona prestazione, che si inserisce nella scia delle prove di Trapani e di Terni, occasioni nelle quali avremmo strameritato di vincere; anche se in teoria il pareggio fuori casa non è mai da buttare. Ci mancano, dopo la sosta, i risultati al Partenio, che sabato prossimo attende il Pescara, giunto alla sesta sconfitta consecutiva: il Delfino giungerà in Irpinia con un nuovo tecnico al timone, dopo l’esonero di Pasquale Marino.
La caffeina in eccesso si è nel frattempo diluita, l’adrenalina e la rabbia pure, la matassa è stata dipanata: bloggare il giorno successivo, alla fine dei conti, serve anche a questo.

La banda del Büchel (Avellino 1 – Lanciano 3)

È una bella batosta, quella di oggi.
Che contro il Lanciano fosse una partita tosta si sapeva, ma nessuno si aspettava questa Caporetto, dopo la prova confortante di Terni. Tre reti al passivo all’intervallo: sul Partenio aleggiano i fantasmi dell’Albinoleffe, Rastelli si traveste da Zeman.
Il nuovo Bonazzi si chiama Büchel. Il capellone austriaco, in prestito al Lanciano dalla Juve, imperversa sul nostro fronte destro e manda in bambola prima Decarli e poi Pisacane. Il numero 15 fa secco Terracciano con un sinistro dalla distanza e serve gli assist in occasione delle altre due marcature.
La terza rete la segna il solito Amenta, che in difesa le prende tutte, sia di testa che di piede, una diga contro la quale si infrangono i tentativi veilletari di un attacco spuntato.
La formazione iniziale sorprende tutti. Squalificato Arini, Zappacosta è assente per un infortunio last minute e si aggiunge in infermeria ai lungodegenti Izzo e Ladrière. Le novità si chiamano Togni, Abero e Pizza, quest’ultimo dirottato sulla destra, in un ruolo non suo. Nessuno dei tre si distingue, e – sotto di due reti – l’ex viareggino fa posto a Ciano. Il brasiliano, scongelato al primo sole dopo due mesi in freezer, sperpera l’ennesima occasione; appena un po’ meglio l’uruguaiano.
Terracciano non la prende e tutta la difesa gioca malissimo. Si inizia con De Carli a destra, poi Saulo passa centrale, ma cambiando l’ordine degli addendi il prodotto non cambia: un disastro. Pisacane è in ambasce, forse il meno peggio è Fabbro, che però non è ancora tornato ai suoi livelli.
In mezzo al campo i ritmi compassati di Romulo spengono le velleità di D’Angelo e di Schiavon: non si contrasta, non si corre e neppure si inventa qualcosa. Ci chiediamo perché non ci sia Angiulli, e anche il sinistro di Millesi ci manca moltissimo.
Bittante è in panchina, dopo averle giocate tutte o quasi, giusto quando potrebbe essere schierato a destra, salvo essere buttato nella mischia nel finale. Biancolino, che pure subentra nella ripresa, si dimostra ancora in gran spolvero e serve Castaldo per la rete della bandiera. Squalificato Gigione, il Pitone meriterebbe la maglia da titolare alla prossima.
Accorciamo le distanze quando mancano ancora venti minuti. La Virtus non ha fretta e l’arbitro se la cava con il minimo sindacale: ammonizione a Sepe e soli tre minuti di recupero. Da rivedere un atterramento in area di Castaldo: il direttore di gara fischia fallo in attacco.
A fine gara non so se fischiare o applaudire honoris causa, e nel dubbio resto zitto, ripiego lo striscione e me ne vado alla macchina, per riparare a casa e prepararmi per la sfilata di carnevale di domani.
Nel tragitto mi imbatto in una suora benedettina. Tiene nella mano un cappello e una sciarpa verdi. Mi avvicino e mi presento: ho fatto le elementari dalle monache. La madre si ricorda di me, ci salutiamo calorosamente e facciamo due chiacchiere, pure sulla partita. “I ragazzi hanno bisogno delle vostre preghiere”, dice mio padre. “Qui le preghiere non servono, serve che si allenino”, dice lei. Parole sante.