Bruno Neri, il calciatore partigiano

In ricordo di Bruno Neri, calciatore e partigiano, caduto per la libertà.

La poesia e lo spirito

neri

Mimmo Mastrangelo

Bruno Neri, che qualche anno dopo dovrà fare la scelta della montagna ed abbracciare la lotta partigiana, non poteva alzare il braccio in ossequio al regime fascista e in uno stadio che veniva dedicato allo squadrista Giovanni Berta. L’evento (e il rituale) proprio non stava nelle corde del mediano già terzino della Fiorentina. Era il 10 settembre del 1931, a Firenze si inaugurava l’avveniristico stadio progettato dall’ingegnere Pier Luigi Nervi. In campo per una amichevole la squadra viola e il Montevarchi.
Come si può vedere in una foto Neri è l’unico tra i giocatori allineati sul campo prima del fischio d’inizio a non fare il saluto romano dei fascisti.

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Fine delle trasmissioni

Vorrei sbagliarmi, ma credo che la somma dei fatti accaduti ieri fuori dal campo e di quelli accaduti oggi sul terreno di gioco e nel postpartita segni un punto di non ritorno.

Per il calcio, per molti appassionati e per il fantastico ciclo vincente che in tre anni ha consegnato all’Avellino una promozione diretta in B, una Supercoppa di Lega Pro e due campionati trascorsi sempre nella parte sinistra della classifica e quasi sempre tra le prime 8 del torneo.

Mentre in A il Parma gioca per onore di firma, sommerso dai debiti, in cadetteria Brescia e Varese stanno raschiando il fondo per terminare il campionato. A Vicenza, intanto, gli eredi della Lanerossi mascherano con i risultati sportivi un’altra grave crisi finanziaria. Senza denari non si canta messa, tranne che nell’agonizzante calcio italiano, incapace di darsi regole o almeno di farle rispettare, e quindi alla mercé di decisioni prese altrove, nelle segrete stanze o nelle Prefetture e Questure della Repubblica.

Il Varese, insomma, e con essa le società sopra citate, al campionato non avrebbero dovuto partecipare. Ovvio che quando si è in quelle condizioni non si sia in grado di assicurare il regolare svolgimento di una gara. Ovvio che le istituzioni sportive, incapaci di fare il proprio mestiere, siano surrogate da quelle dell’ordinamento generale. Si tratti di Calciopoli di decidere il rinvio di una partita, i meccanismi dell’ordinamento sportivo non funzionano ormai da troppo tempo.

Sulla decisione del Presidente Taccone di non fare ricorso per chiedere la vittoria a tavolino ho qualche perplessità. Una scelta di stile, d’accordo, in qualche misura forzata dai cinguettii del Presidente della Lega di Serie B Abodi, ma che non ha tenuto conto della realtà: gli atti vandalici e il clima di contestazione hanno obbligato il derelitto Varese a una prova d’orgoglio, come ha ammesso nel dopogara Bettinelli, tecnico dei padroni di casa. Insomma, la partita è stata falsata da circostanze esterne, di cui, colpevole o meno, la società del Varese avrebbe dovuto rispondere a titolo di responsabilità oggettiva.

Per i supporter che hanno raggiunto il Franco Ossola è stata forse la trasferta più lunga, sicuro la più tormentata della storia: ai milleottocento chilometri che separano l’Irpinia dal confine elvetico si sono aggiunti l’inaspettato rinvio del match, l’incertezza sul quando e il come del recupero, la necessità di procurarsi un tetto per la notte. Roba da scoraggiare anche i più ostinati. E in effetti, temo, qualcuno dei trecento di Varese getterà la spugna, almeno per un po’. Se sarà così, non gli si potrà dare torto.

Quale ricompensa per questi fedelissimi? Uno schiaffo in faccia.

Una gara da vincere senza esitazioni, che si mette bene anche oltre i nostri meriti, e che però non riusciamo a fare nostra. Per pareggiare, al Varese basta un po’ di corsa e il coraggio di chi non ha niente da perdere, poiché ha già perso tutto. La difesa è narcolettica, il tap-in dall’area piccola facile facile. Uno a uno e palla al centro. Ci sarebbe tempo per raddrizzarla, e invece l’Avellino scompare dal campo, in bambola sia tecnicamente che agonisticamente. I fischi allo scadere sono meritati, come quelli di Padova lo scorso anno. E non c’entra il nigeriano Osuji, l’anno scorso con i biancoscudati o ora col Varese: non è lui che ci ha fatto la macumba.

Preoccupano, e molto, le dichiarazioni a fine gara di Rastelli. La squadra – dice – non ha fatto nulla di ciò che avevamo preparato in settimana. L’allenatore, insomma, consegna ai microfoni la certificazione di una frattura tra guida tecnica e calciatori cui spetta alla Società rimediare, per dare un senso a questo scampolo di stagione.

Sia che si raggiungano i play-off, sia che anche quest’anno il traguardo sfumi negli ultimi metri, la sensazione è quella della fine di una storia, fatta di molte esaltanti vittorie e di qualche delusione tanto più cocente quanto più inattesa.

Inattesa come l’amarezza che mi lascia questo brutto fine settimana iniziato con le porte divelte e finito con un pareggio che sa di sconfitta e molte nubi, nere e minacciose, all’orizzonte.

E se incontri Juary?

La settimana scorsa, in giro per le Marche in auto, per qualche giorno di vacanza.

In un bar di Acqualagna, non lontano da Urbino, chiedo notizie dell’enfant du pays, Mario Paradisi, trent’anni fa estremo difensore dei Lupi.

L’oste lo conosce, ha anzi il numero di telefono, e mi promette che proverà a chiamarlo. L’appuntamento è per la sera stessa: danno Vicenza – Avellino, il locale è attrezzato con Mediaset Premium e io vedrò la partita lì.

Di ritorno dal mare spingo sull’acceleratore per non arrivare tardi. Ancora non so se incontrerò il nostro portiere di un tempo, e però mo rammarico di non avere con me una sciarpa, una maglietta, qualcosa di verde da indossare e magari regalargli.

“Ma davvero non hai portato niente?”, mi fa Elena. “Devi sempre avere qualcosa dell’Avellino con te, in macchina, per ogni evenienza: e se incontri Juary?”

Paradisi non c’è e gli astanti mi guardano con curiosità. Poi scambiamo due chiacchiere. Uno di loro è amico di Federico Orlandi, altro portiere nato da quelle parti, il terzo di Fumagalli e Di Masi nel 2013. Mi racconta che era a Gubbio la sera che vincemmo per tre a due. Mi parla del goal di Castaldo, io della punizione di Zullo. Vado via contento, nonostante la sconfitta a Vicenza.

Nucelle e Rivoluzione (Avellino 1 – Latina 0)

‘Ind’e nucelle’. Espressione remota, dei tempi in cui lo Stadio Partenio era circondato da rigogliosi noccioleti, alla domenica adibiti a parcheggio dagli intraprendenti proprietari. Si stava in serie A, il piazzale traboccava di auto e ognuno si arrangiava come poteva.
Poi sono arrivati il terremoto e i prefabbricati a Campo Genova, le villette costruite a uno sputo dalla Curva Sud, il calcio moderno e le reti di protezione dietro la porta.
Ed è solo grazie alla rete di protezione che stavolta il pallone calciato dal dischetto da Ruben Olivera non finisce ‘ind’e nucelle’.
”Nucelle’. Quelle che ogni sabato decine di pseudotifosi, rivolti ai nostri calciatori, li invitano ad ‘arrigliare’: inabili con i piedi, i nostri al più potrebbero dedicarsi alla raccolta del prezioso frutto a guscio, una volta architrave dell’economia irpina.
Di questi soloni ieri, contro il Latina, se ne vedono e se ne sentono pochi. La loro memoria è selettiva: le sconfitte sono un’onta incancellabile, le vittorie, anche quelle esterne, atto dovuto. E poi piove e fa freddo: il tempo da Lupi fa filtro all’ingresso come il più arcigno dei buttafuori di Formentera. Entrano solo quelli di sempre, i pochi ma buoni che all’estetica preferiscono la passione.
Io ci sono, e dell’Avellino Club Roma siamo una dozzina a fare il nostro.

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Con me c’è il caro amico Fabio, che ho reclutato a metà strada, a Itri, ma che abita in Alta Carnia, tra le Dolomiti Friulane: è il tifoso dell’Avellino più a Settentrione tra quelli in Italia, uno che al Partenio ci veniva in treno, le cui gesta meritano più ben di un post.

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Fucina di aneddoti, mi racconta quello del rigore sbagliato da tal Bruno Sepe, roccioso stopper della Nuova Itri nel derby con il Fondi, lui che di Fondi era nativo, in un qualche remoto campionato dilettantistico. ‘Lo tiro io’, disse prendendosi il pallone, lui che rigorista non era. Più o mono come ‘El Pollo’ Olivera ieri, lui che è rigorista e che stava per passare all’Avellino prima di approdare tra le paludi pontine.
Estetica o passione, dicevo. Di passione ieri, contro il Latina, se ne vive tanta, specie nella ripresa. Arini e D’Angelo fanno guerra di trincea e mordono le eleganti caviglie di Crimi e compagni; Comi ci mette tutto quello che ha e sfiora in un paio di occasioni la rete; Rodrigo Ely domina la difesa, che concede poco e niente agli avanti pontini. Gli ospiti, contro i quali non abbiamo mai vinto, hanno il portafogli pieno e un tasso tecnico ragguardevole e manovrano con disinvoltura.
In certi frangenti sembra una partita di rugby, complice anche il campo pesante: una percussione centrale dell’Asceota murato da Di Gennaro inaugura la battaglia, il calcio in touche di Olivera la infiamma. Passata la paura, il quadro psicologico si capovolge. È netta la percezione di aver subìto un paio di ingiustizie: Chiosa espulso nell’occasione del penalty, un fallo da rigore su Comi in precedenza non sanzionato. Con uno in meno e senza niente da perdere, decidiamo di vincerla.
E ci riusciamo, grazie a una capocciata del solito Gigi Castaldo, centravanti atipico di una squadra operaia che può fare la Rivoluzione.
In attesa che sorga il sol dell’avvenire, si festeggia in campo e sugli spalti. L’Avellino è vivo e lotta insieme a noi.

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Bisogna saper perdere

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‘No, non puoi sempre vincere!’, cantavano nei favolosi anni Sessanta i Rokes.
Vaglielo a spiegare a certi tifosi dell’Avellino. Vaglielo a spiegare, se il giovedì, dopo cinque giorni, la sconfitta casalinga con il Cittadella non è stata ancora metabolizzata e in rete si sprecano le illazioni gratuite, le teorie del complotto, le polemiche e perfino lo spettro della retrocessione fa qua e là capolino.
Un ‘tanto peggio, tanto meglio’ contro il quale l’Avellino Club Roma ha preso posizione con un comunicato di sostegno a società, allenatore e squadra e con un accorato appello all’unità di intenti.
Ho chiesto allora a Stani, grande tifoso del Lupi, dirigente sportivo ed ex arbitro internazionale di handball, di scrivere un pezzo per questo blog. Il tema? Saper perdere, saper vincere. Cosa che in molti non sanno fare, all’ombra del Partenio e dietro i tasti dei propri device.
Di seguito il contributo di Stani, che di etica e di cultura sportiva scrive nel suo blog Sport and victory.

Come bisogna comportarsi quando si perde? E quando si vince?
Non stiamo parlando esclusivamente del comportamento che dovrebbe assumere un generico addetto ai lavori (giocatore, dirigente, allenatore, ecc.), ma anche di come dovrebbe comportarsi un semplice tifoso o appassionato sportivo. Quali sono i limiti da non superare? E quali sono le cause che fanno in modo che questi limiti vengano superati?
Un errore che si potrebbe commettere è quello di pensare che colui che partecipa attivamente all’evento sportivo (per es. il giocatore), in caso di sconfitta, provi sentimenti e assuma comportamenti diversi da chi assiste all’evento stesso (il tifoso); non solo comportamenti e sentimenti sono gli stessi, ma hanno anche la stessa natura e identica origine.
La cultura sportiva prevede il “fair play” cioè procedure “standard” di comportamento da seguire sempre, dopo una vittoria o una sconfitta, procedure scritte e non scritte ma universalmente accettate; è una sorta di “bon ton” o galateo sportivo. Questo va a braccetto con il modo in cui si dovrebbe agire durante l’evento sportivo; ma, in quest’ultimo caso, molti tendono a giustificare eventuali comportamenti scorretti con il fatto che l’adrenalina è a mille ed è molto più difficile l’autocontrollo.
Per quanto riguarda i giovani atleti e i giovani tifosi, il problema dovrebbe essere affrontato in contesti diversi da quello in cui avviene la competizione agonistica vera e propria. In termini di educazione, formazione, informazione e apprendimento, molto lavoro dovrebbe essere svolto in ambito familiare, scolastico e, soprattutto, per i soli atleti, durante le sessioni di allenamento. Ma è cosa nota che la maggior parte degli allenatori tende a dare molta importanza alle questioni di carattere tecnico, tattico e atletico e a lasciare poco spazio alla preparazione mentale e culturale dei competitori (che poi saranno anche tifosi) in ambito sportivo. In tanti anni di dirigenza sportiva, non ho mai visto un allenatore dedicare il proprio tempo, in maniera adeguata e programmata, a questioni inerenti la preparazione psicologica alle diverse situazioni che si susseguono durante un evento sportivo.
Un grande aiuto in tal senso, potrebbe essere offerto dalla figura dello psicologo dello sport che, però, da molti è sempre visto con sospetto; spesso è sempre paragonato a una sorta di psichiatra che deve intervenire in ambienti frequentati da pazienti sofferenti di malattie mentali. Beata ignoranza!
Tornando alla somiglianza di comportamento e all’identità di sentimenti tra gli addetti ai lavori e il mondo del tifo o, quantomeno, dei semplici appassionati sportivi, vale sempre e ovunque il detto “Winning at all costs” cioè vincere a tutti i costi.
E se non si vince? Semplice! Ci lasciamo accompagnare da sentimenti come la rabbia, la delusione, la frustrazione, l’amarezza, lo sconforto e da comportamenti come le contestazioni, le imprecazioni, le bestemmie, le offese, le critiche negative e talvolta gli atti di violenza.
Et voilà! Il gioco è fatto, ma non è completo. Infatti la competizione non si esaurisce sul terreno di gioco al termine della generica gara, no! Quando si perde, l’agonismo deve continuare in qualche modo oltre misura e a tempo indeterminato, superando i limiti della decenza sportiva, appunto con i comportamenti, gli atteggiamenti e i sentimenti sopra descritti.
Tutto questo viene condito con preziosi contributi frutto della cultura dell’alibi (vedi a riguardo cosa dice Julio Velasco), della cultura del sospetto, della cultura del capro espiatorio, del vittimismo congenito, delle aspettative troppo distanti dalla realtà oggettiva delle cose, di situazioni pregresse che esulano dall’ambito sportivo e così via. Ci vorrebbe uno psicologo dello sport anche per i tifosi!
L’avversario, poi, non esiste! Mai una volta che si riconosca prima la superiorità dell’avversario rispetto agli errori, sempre presenti e inevitabili, dei giocatori, dei dirigenti e, soprattutto, dell’allenatore della propria squadra. In caso di sconfitta, è molto più semplice commentare in maniera catastrofica la prestazione della propria squadra che esaltare la “performance” vincente degli avversari. E cosa dire dell’assunzione delle proprie responsabilità? Un vero e proprio “optional” da tirare fuori in poche circostanze e, comunque, in maniera mirata, senza mai perdere la faccia, senza mai sporcare la propria immagine di sportivo e tifoso.
Il problema è universale, non solo di pochi o alcuni; la questione ha dimensioni planetarie, non è vero che riguarda solo il nostro paese (parola di ex arbitro internazionale!).
Possiamo vedere la luce in fondo al tunnel? C’è un solo modo e già ho scritto a riguardo: educazione, formazione, informazione, apprendimento e tanta, tanta pazienza, condita da un ferreo spirito di sacrificio, da parte dei formatori e degli educatori.
Ma il gioco vale la candela?

Una questione di centimetri (Pro Vercelli 1 – Avellino 1)

Arrivo alla Officine XN, la tana dell’Avellino Club Roma, con lieve ritardo: Pro Vercelli – Avellino è già iniziata. Il “Silvio Piola” , però, merita il rango di campo principale di “Tutto il calcio”, e i primi minuti li seguo alla radio, mentre attraverso San Giovanni e raggiungo San Lorenzo. L’inviato sbaglia la formazione, segnalando tra i titolari Arnor Angeli. Tra gli undici, invece, neppure un belga.

La colpa del ritardo è tutta della tavola da Subbuteo, che per pochi centimetri non entra dal portabagagli: troppo larga, e l’impenetrabilità dei corpi non fa sconti. Per fortuna ho una Pluriel: via la capote, il truciolato infilato dall’alto, in verticale. Il risultato è un veicolo bizzarro, mezzo auto e mezzo barca a vela, con il quale solco lento e guardingo le vie della Capitale, occhi aperti a scrutare i vigili urbani, orecchie tese a seguire le imprese dei Lupi.

A Vercelli non sono mai stato, ma ho a casa un gagliardetto della Pro. I 7 scudetti delle Bianche Casacche, Virginio Rosetta, il giovane Silvio Piola: epoche lontane, storie e personaggi conosciuti attraverso i libri e gli almanacchi, alimento per il mio amore per il gioco del pallone. Ma anche un indistinto Nordovest, fatto di risaie, nebbia e zanzare: Riso amaro, Giuseppe De Santis dietro la macchina da presa e Silvana Mangano improbabile mondina. Il protagonista maschile del film è Raf Vallone, già calciatore nelle giovanili del Grande Torino, l’ultimo capitolo di un calcio epico, di cui quello attuale è pallido riflesso.

Raggiungo finalmente le Officine e consegno il prezioso carico; dopo la partita si gioca a calcio in punta di dita. Saluto collettivamente i presenti, una trentina circa.

Contemporaneamente un destro di Gigi Castaldo inaugura la lunga serie di occasioni non concretizzate per un nonnulla, la cui somma produce l’1 a 1 finale.

Il vantaggio dell’Avellino è in comproprietà tra Gigione e Paolo Regoli. Il bomber di Giugliano è oggi una spanna sopra a tutti gli altri, per tecnica e generosità; il terzino, orfano del gemello Arrighini, festeggia la ritrovata efficienza fisica con la prima rete in B.

Al goal esulto da seduto: la partita la guardo sdraiato su un pouf; al mio fianco Angelo Picariello, in versione Rai News24, che mi elargisce le sue preziose annotazioni tecniche e mi incoraggia ad aggiornare questo blog, per il quale in settimana ha speso parole al miele in diretta televisiva.

Una poltrona per due, insomma, che ci inghiottisce impedendoci di scattare in piedi per unirci ai festeggiamenti. La rete sembra il preludio di una rinfrancante vittoria esterna, e invece no, perché a 5 dal termine ci punisce Di Roberto. Anche qui è una questione di centimetri. Come per la tavola da Subbuteo.

L’importanza del punto conquistato al “Silvio Piola” è tutta nei numeri. In casa la Pro ha uno score di prim’ordine, fatto di 7 vittorie e una sola sconfitta; con quello di ieri, i pari sono appena 3. Lontano dal Partenio i Lupi hanno mosso la classifica in 8 occasioni sulle 11 trasferte totali. In un campionato estremamente equilibrato, rispettare la media inglese garantisce di sedersi al tavolo della post-season in una posizione vantaggiosa.

Al triplice fischio, però, il rammarico per l’occasione mancata prevale. Con 2 punti in più avremmo raggiunto il secondo posto in classifica. Avellino sprecone, sintetizza a caldo Mariano Messinese. Su Facebook Francesco scrive di un primo tempo da ricordare, il migliore che abbia mai visto dal ritorno in cadetteria. A Latina, lo scorso anno, eravamo stati ancora più convincenti, ribatto. Tra questa squadra e quella dello scorso anno c’è un filo rosso: siamo sempre qui, a giocarcela, al limite delle nostre possibilità. Al mercato di riparazione e a una diversa preparazione atletica le chance di trasformare gli auspici in realtà.

Raggiunti in extremis, tocca sfogarsi: con le mie miniature verdi ne segno cinque al mio avversario di giornata, giovane blogger caudino, che paga a caro prezzo le incaute parole della vigilia. A Subbuteo ancora ci so fare. Per festeggiare la ritrovata adolescenza, all’indomani mi taglio perfino la barba.

subbuteo

Ci sa fare tra i pali Pietro Terracciano, un amico di questo blog, che dopo l’ennesimo infortunio torna a difendere la porta del Catania. Forza Pietro, ci si rivede sotto al vulcano.