L’Avellino spiegato a una giapponese (Pescara 0 – Avellino 0)

Parte da Milano e mi riporta a casa, ma non è esattamente il treno di Natale né l’Espresso delle 21, entrambi di gargiuliana memoria: attacco il post da un vagone di Italo, in partenza da Milano Garibaldi e con destinazione Roma Tiburtina. Con quello che costa, il treno non è troppo pieno, e neppure corre troppo piano: tre ore e arrivo. Da lì, tiro diritto alla tana dell’Avellino Club Roma, per la festa prenatalizia. In palinsesto ricchi premi, cotillons, brindisi e Lupi-Lupi.
Li ho lasciati ieri allo stadio Adriatico,  gli amici della Capitale, dopo il pareggio a reti bianche con il Pescara: un buon punto, lo dico subito, a scanso di equivoci. Al triplice fischio mi accolgono i Lupi del Nord, antichi sodali con i quali raggiungo la metropoli ambrosiana, dove sono atteso a festa di triplice compleanno. Ecco perché, partito da Roma alla volta di Pescara, a Roma ritorno, il giorno dopo, da Milano.

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In totale ieri mi faccio sette ore d’auto e di chiacchiere. Gli inviti ad aggiornare il blog non mancano, e gli spunti neppure.
Il viaggio da Roma lo faccio con Giuseppe e con Nando. La giornata è tersa, la temperatura gradevole; le cime sono ricoperte da una coltre candida che neppure il Soratte nei versi del poeta Orazio. Verrebbe voglia di fare una bella scritta nella neve, così grande che la si veda dall’auto. Un po’ come quandi il Giro d’Italia fa tappa allo Stelvio o al Pordoi e l’elicottero inquadra dall’alto gli incitamenti a questo o quel ciclista, vergati sulla bianca lavagna ghiacciata. Cosa si potrebbe scrivere? “Forza Lupi” è banale, ci vorrebbe un guizzo di creatività. “Forza Filkor”, dovremmo scrivere: il fantomatico magiaro è argomento di conversazione per metà almeno del viaggio. Se qualche anno fa si costituì un fans club per Marco Capparella, anche Attila merita che i suoi adepti si riuniscano in circolo per decantarne le gesta.
Il viaggio per l’Alta Italia è più lungo. Con Michele e Daniele andavamo insieme in trasferta un decennio fa, quando anch’io ero lombardo e indossavo fiero la sciarpa dei Lupi del Nord.

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Con Michele rievochiamo un viaggio di ritorno dall’Aquila, zavorrati dal pareggio allo scadere di Vidallè e da pastiere, pizzechiene e pizzecollerba, ché erano appena finite le vacanze di Pasqua e si rincasava con le provviste.
Francesco, che sta a Milano da meno tempo, lo conosco dai tempi dei forum di avellinocalcio.net e poi del Pianeta Biancoverde. Sono tanti i campionati che abbiamo sulle spalle. Un pedigree di sostenitori al seguito che nel mio caso alimenta le ragioni e i contenuti di questo blog, nel caso di Francesco lo spinge ad essere uno dei principali autori delle voci di Wikipedia dedicate all’Avellino. Si deve a lui la modifica principale: la riunificazione delle voci di Aesse e Uesse, precedentemente separate, caso unico nel wikipedianesimo calcistico. Una circostanza che mi addolorava un bel po’: grazie a Lupo Caliente per aver ripristinato la verità.
Mentre esco dallo stadio chiamo in radio. Il conduttore mi parla di una brutta prestazione. Io lo contraddico: non toccava a noi fare la partita, ma ai padroni di casa.
Il punto è buono e la prova è incoraggiante, in termini di applicazione e capacità di soffrire: un passo in avanti verso l’uscita dal tunnel. Peccato per l’espulsione di Ely, per me troppo severa, giunta mentre stavamo affacciandoci più di frequente loro metà campo. Con Comi a fare da pivot, Castaldo ha potuto svariare su tutto il fronte d’attecco ed è parso in ripresa. Bene anche Zito, che ha i mezzi tecnici che molti dei nostri non hanno.
I nostri, noi. “Oggi giochiamo a Pescara”, ho detto ieri a colazione a Tomoko, l’amica giapponese nostra ospite per qualche giorno con marito siculo e figlio piccolo che timidamente cerco di conquistare alla causa dei Lupi, non avendo ancora scelto la sua squadra.
“Noi? Perché, giochi anche tu?”, mi ha chiesto meravigliata.
“In un certo senso sì”, le ho risposto, prima di lanciarmi in una dissertazione su identità e senso d’appartenenza, calcio e tifoserie, nella prospettiva di un italiano, e anzi di un irpino.

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