È stato bello, poteva essere magnifico (Modena 1 – Avellino 0)

“Ho fatto il turno di notte a Melfi. Ho staccato, mi sono messo in macchina, ho fatto un salto a Lacedonia per andare a prendere un amico e insieme siamo venuti qui a Modena”.

“Ma tu sei Mario? Ti ho riconosciuto dalla sciarpa dei Lupi del Nord. Dio mio, quanti anni sono che non ci vediamo?”
“Non so, c’erano Galderisi e Oddo: dieci anni, o poco meno”.
“E questo ragazzo chi è?”
“Mio figlio: si è fatto grande, non è vero? Ora andiamo in trasferta insieme.”
“L’hai cresciuto bene, nel culto del Lupo. Alla faccia di quelli che tifano Inter, Milan o Juventus”.

“Carissimo! Quanto tempo!”
“C’era Vullo in panchina. Ti ricordi quella volta a Fermo? Una macchina dietro di me mi fa i fari. Mi dico: ‘Che vuole questo?’ Poi vedo le sciarpe biancoverdi che sventolano dai finestrini e capisco: gli amici dell’Emilia-Romagna”.
“Ti abbiamo riconosciuto subito: chi è che va in giro per le Marche di domenica mattina con una macchina arancione? Ho letto che ancora ce l’hai. E ti ricordi quella volta a Pesaro?”
“Certo, ci siamo conosciuti in piadineria. È bastato qualche sguardo, e senza dire neppure una parola abbiamo capito che anche l’altro era dell’Avellino”.

“Aspetta: tu sei il fratello di Andrea?”
“Tu sei …?”
“Mirko, il fratello di Antonio. Sto a Pisa”.

“Alfredo, e tuo fratello non è venuto?”
“Lo sai, non è tifoso. Abita qui, ma non c’è stato verso. La famiglia la rappresento io, che vengo da Venezia”.

“Fabio, eccoci”.
“Ti presento mia moglie, e questi sono i piccoli. Andrea, Rino ti ha portato le figurine. Scrivilo: non è vero che lo stadio è un posto poco adatto alle famiglie. Ne ho viste diverse, oggi”.
“Lo sai quanto mi fa piacere che ci vediamo. Tra due settimane c’è il Padova: è la volta buona che mantengo la promessa e ti vengo a trovare su in Friuli”.

“Pippo, cosa ci fai in trasferta?”
“Guarda la combinazione, ieri ero qui a Carpi a sbrigare un servizio. A mia moglie ho detto: ‘Domani andiamo alla partita”.

Arriviamo al Braglia con due ore di anticipo, e quello che accade prima della partita da solo basta a dare un senso a questo ennesimo sabato al seguito del bianco e del verde. È questa la mia gente, e la partita è forse solo un pretesto per dare sfogo a quella voglia di comunità, reale o immaginata, di cui non è possibile fare a meno.

Sistemiamo con cura lo striscione. La coreografia dice tutto quello che c’è da dire: questi sono i nostri colori. Siamo in tanti, forse in cinquecento.

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La sconfitta è meritata, e dice che non siamo pronti per obiettivi ambiziosi, poiché fuori casa stentiamo e la panchina è corta. Resta il fatto che le occasioni per il pareggio le abbiamo avute. Resta il fatto che, senza la beffa di martedì sera, a doppia firma Mancosu&Ghersini, tutto sarebbe stato diverso.

Applaudiamo i calciatori e li riconosciamo lupi come noi. In precedenza altri applausi e incitamenti per gli allievi del Modena, a compensare inutili frizioni con i tifosi modenesi sistemati in gradinata.

Sale il magone, monta la stanchezza per una giornata e un campionato lunghissimi e intensi.
Carmine alla guida, Nando e Michele, e 450 chilometri da percorrere per il ritorno, che stavolta non è certo più breve dell’andata.
Facciamo il conto delle trasferte fatte in questa stagione, tiriamo le somme di un anno di Avellino Club Roma.

È stato bello, poteva essere magnifico, e forse non è detta l’ultima parola.

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