Fere, picchia e pampepatu (Ternana 1 – Avellino 1)

Mi sveglio prima del solito. E’ sempre così, il giorno della trasferta: agitazione che neppure prima di un esame all’università, voglia di respirare a pieni polmoni e fin dal mattino l’aria frizzante del match day.
Alla levataccia contribuiscono i postumi della serata in pizzeria: Izzo e Ladrière con noi, le foto di rito e gli autografi, gli incitamenti e le strette di mano, i pronostici e le sciarpe al collo dei nostri beniamini, e però la frittura all’italiana non l’ho digerita. Good vibes e qualche crampo allo stomaco l’indomani.
Quando il pericolo incombe, il Capo del Governo riunisce d’urgenza il Gabinetto, e così faccio anch’io, armato del fedele iPad, che mi aiuta a deliberare.
Cerco qualche immagine della serata di ieri, di cui mi rimane un solo scatto, che mi ritrae accanto al nostro numero 5. Michele, cui ho affidato lo smartphone, ha zoomato troppo e non ha messo a fuoco, sicché confido nel potere del crowdsourcing per recuperare qualche foto decente. E’ ancora presto, però: gli associati dell’Avellino Club Roma dormono il sonno dei giusti, e tra essi il nostro Presidente, di cui divoro una Rastrellata da antologia, consegnata alle stampe nel cuore della notte. L’Avellino è una fede e un credente non può mancare ai suoi doveri.
L’Umbria, poi, è terra di santi e beati, monasteri e santuari, mentre lu ternanu affida da sempre la propria devozione alla trimurti “Fere, picchia & pampepatu”. Le Fere sono i calciatori rossoverdi, la picchia merita un pudico omissis, il pampepato è un dolce natalizio a base di noci, nocciole, mandorle e quant’altro, che però ben si presta ai doppi sensi. Nella città dell’acciaio, la “Manchester italiana”, insomma, resiste un immaginario da old working class che sembra di stare negli anni Settanta. Gli stessi nei quali la Ternana approda, sia pure fugacemente, in Serie A, e al cui epilogo si formano i Freak Brothers, lo storico gruppo ultras rossoverde, quello dello striscione a testa in giù, solide tradizioni di sinistra, gemellaggi con le principali tifoserie antirazziste d’Europa.
Insomma, Ternana significa tradizione, e il sabato al Libero Liberati – che nome fantastico, e che stadio, con quei tre anelli! – non è un pranzo di gala. Lanciano e Cesena hanno pareggiato, se ne uscissimo con un punto nel carniere sarei più che soddisfatto, a prescindere.
Ora, però, basta divagare: tra poco più di un’ora l’appuntamento con il capocarovana, bisogna acchittarsi per l’occasione e prepararsi una robusta colazione.
Quando ricomincio a digitare siamo ripartiti da poco dal meeting point di Fiano Romano, dove si fa il pieno di entusiasmo e calorie. Io mi sparo un panino con cassoeula, giacché è noto che mi nutro di avanzi. A completare la metamorfosi lombarda, mi metto al collo la sciarpa dell’Avellino Club Milano, appena consegnatami, nuova di pacca.

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A fine partita la soddisfazione per una prestaziione da incorniciare è pari solo al rammarico per la mancanza di cinismo che ci ha impedito di fare bottino pieno.
Galabinov, che nella ripresa pareggia immediatamente (e misteriosamente per noi dall’altra parte) il vantaggio dal dischetto di Antenucci, raggiunge la doppia cifra. Ci vogliono tutte e due le mani anche per contare le occasioni a referto per i Lupi, i cui numerosi tentativi si infrangono contro i guantoni di un Brignoli ispiratissimo. In una circostanza è la traversa che respinge il pallonetto di Castaldo, oggi davvero in palla, dopo un paio di turni di appannamento.
Confortano la ritrovata condizione atletica e la capacità di creare palle goal, che però non buttiamo dentro.
Bene De Carli, menzione per Angiulli al debutto da titolare in trasferta, buono l’impatto dei subentranti Ciano e Biancolino.
Tolta la vittoria di misura del Palermo, sono quasi tutti pareggi, per effetto dei quali ci consolidiamo in terza posizione. Ora vinciamo con il Lanciano e poi tiriamo le somme.

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