Discriminazione territoriale, un paradosso tutto italiano

Il tema è ormai uscito dalle cerchie dei dirigenti sportivi e dei conoscitori del fenomeno ultras: dopo la squalifica di San Siro, sponda Milan, della norma del Codice di Giustizia Sportiva sul divieto di discriminazione territoriale si dibatte sui giornali e telegiornali sportivi e non, in Rete e tra i tifosi comuni, ma anche tra coloro che seguono il calcio con scarsa attenzione.
E così, quasi d’improvviso, ci si accorge che la chiusura del Meazza è il culmine di una serie di provvedimenti sanzionatori che il Giudice Sportivo ha adottato da quando, questa estate, è stato varato il nuovo articolo 11: “Costituisce comportamento discriminatorio, sanzionabile quale illecito disciplinare, ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori”.
La peculiarità del caso-Milan è questa: in precedenza sono stati sanzionati comportamenti esplicitamente razzisti, qui, appunto, la discriminazione territoriale. “Noi non siamo napoletani”, questo il coro degli ultras rossoneri durante il match casalingo con i partenopei.
Concetto di incerta definizione, quello di discriminazione territoriale, e che non si ritrova nella norma Uefa cui quella nostrana cui intende dare applicazione.
Così, mentre il movimento ultras fa fronte comune contro la norma che sanziona la discriminazione territoriale (ma non protesta contro il divieto di cori razzisti), in Consiglio Federale si cerca una ragionevole mediazione, che eviti gli evidenti eccessi di una pedissequa equiparazione tra due fenomeni di ben diversa gravità e di un apparato sanzionatorio all’insegna della responsabilità oggettiva. Qui il rischio è di mettere le società e la stragrande maggioranza del pubblico regolarmente pagante alla mercé di pochi, che deliberatamente decidessero di provocare la squalifica dello stadio.
Il razzismo è una cosa orrenda e incomprensibile, da condannare e da reprimere senza eccezioni; la discriminazione territoriale è altra cosa, certamente sgradevole, ma che in una qualche misura rientra in quel lato oscuro del football per il quale stuoli di appassionati vanno tutte le settimane allo stadio e sostengono la propria squadra e la propria città, regolarmente ritenute le migliori al cospetto dei rivali storici così come di quelli di turno. La psicologia sociale lo insegna: favoritismo in-group e pregiudizio out-group. Il campanilismo italiano, intriso di storia e geografia, Comuni e Signorie, guelfi e ghibellini, migrazioni interne e linee di divisione politiche, fa il resto
E poi, cos’è un territorio? Nord e Sud, d’accordo. Ma Chievo è una squadra o un quartiere di Verona? E il territorio della Lazio qual è? E ancora, “Pisciaiuoli” indica gli abitanti di Salerno o i tifosi granata? “Stregoni” sono i sostenitori del Benevento e “Sanniti” gli odierni abitanti dell’antica Maleventum? Un “Noi non siamo Napoletani”, oltre che una verità incontestabile, è rivendicazione di identità se cantato dalla curva dell’Avellino, dal momento che molti insistono nel collocare il capoluogo irpino in provincia di Napoli. Il “Chi non salta è di” non va bene, e il “Chi non salta è del (o della)” è lecito?
La linea oltre la quale, a mio parere, la discriminazione territoriale sussiste e va sanzionata risiede in ciò: occorre vietare cori o striscioni che inneggiano a gravi fatti luttuosi riferibili a una data comunità civica o sportiva (il terremoto, il colera, la tragedia di Superga, il caso Paparelli), oggettivamente in grado di urtare la sensibilità dei più e dunque condurre, in potenza, a reazioni violente. Tutto il resto sta al di qua: se a Bergamo o a Piacenza mi danno del terrone, io controbatto a base di nebbia e polenta; se mi danno del terremotato, mi incazzo, e di brutto, perché sotto le macerie sono morti in tremila, trentatré anni fa.
Diversamente, per paradosso, un “Noi non siamo napoletani” continuerà ad essere qualificato come più grave di un – mi scuserete – “Vi romperemo il c…”
Il tema è complesso e controverso: si apra la discussione.

Il Siena, una bella squadretta

“Il Siena è una bella squadretta”. L’Avellino di quell’anno, invece, era una squadraccia, e Mister Salvatore Di Somma un uomo di mondo: meglio mettere le mani avanti e non fare troppi proclami, in quel campionato di serie C1 edizione 1993/94. L’unico precedente di cui vi fosse memoria, del resto, non era particolarmente incoraggiante: una secca e inopinata sconfitta ad opera di una squadra inferiore di due categorie all’esordio in Coppa Italia nella stagione 1986/87, con susseguente esonero dell’allenatore Robotti.
Totore lo avevamo incontrato la notte prima della partita, io e mio fratello, studente nella città del Palio, mentre si aggirava pieno di pensieri nei dintorni del Jolly, l’albergo con vista sull’Artemio Franchi. Uno stadio lontano parente di quello che troveremo domenica prossima, a distanza di vent’anni: il settore ospiti non c’era, malamente surrogato da un ampio prato, sul quale trovammo posto con una qualche decina di altri sostenitori biancoverdi.

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Nonostante la prudenza del nostro allenatore, quella partita la vincemmo, prima volta in campionato dopo sei giornate di astinenza, inframmezzate dall’exploit in Coppa Italia ai danni della Lazio.
In quell’ampia partizione del mio cervello in cui sono immagazzinati i dati che riguardano il football, nel file di quella partita è registrato il nome di Antonio Marasco, al quale attribuisco due reti, entrambe segnate di testa. Secondo il Web, invece, la seconda marcatura fu di Francesco Fonte, e così dev’essere: le reti furono realizzate dalla parte opposta rispetto alla nostra precaria postazione, e soprattutto a quell’epoca solo il giornale del giorno successivo avrebbe potuto smentire un errore nell’attribuzione di una rete.

Il calcio non è entertainment. Tifa per la squadra della tua città

Verissimo.
“Tifare per la squadra della propria città significa sentirsi parte di una comunità, ed essere orgogliosi delle proprie radici.”

Mondocalcio Magazine

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Alessandro Bezzi per mondocalcio.wordpress.com

Il pezzo di Christopher Harris si presenta da solo: “Perché tifare la squadra della propria città è fuori moda”. In sostanza, al tempo della globalizzazione, sostenere la squadra locale sarebbe insensato se non addirittura antistorico. Una riflessione che forse può andar bene per lo sport statunitense, ma che mi pare inapplicabile al contesto europeo. Negli Usa il confine tra entertainment e sport è molto più labile; e una franchigia della NBA, per capirci, può “migrare” da una città all’altra in base ad un criterio economico, senza valutare troppo il legame identitario.

Il calcio è un prodotto in vendita sul mercato globale, lo sappiamo tutti; ed è logico che i grandi club, sempre più simili a multinazionali, facciano tournee negli States per conquistare nuove fette di mercato per dirette tv e merchandising.

Per Harris, questi sono “tifosi”, come si capisce quando parla del Manchester (“Si…

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Riflessioni a margine del (presunto) caso-Evacuo

I fatti sono noti: Felice Evacuo, quest’anno di ritorno al Benevento, saluta i suoi ex tifosi della Nocerina al termine del derby vinto di misura dagli Stregoni, e i tifosi di casa, con un perentorio comunicato, gli intimano di lasciare la squadra.
Le ultime notizie dal Sannio, peraltro, dicono che il caso si sta sgonfiando.
Alcune riflessioni a margine:
La prima: fino a prova contraria, i tifosi più o meno radicali non possono licenziare nessun calciatore, dal momento che non sono loro a pagargli lo stipendio.
La seconda: si stigmatizza la mancanza di sentimenti da parte dei calciatori, ma poi quando uno di essi ne fa mostra si tira su un polverone.
La terza e ultima: fossi un ultras del Benevento, concentrerei le mie energie sulla vittoria del campionato di terza serie, sempre sbandierata in estate e puntualmente fallita a maggio. Vittoria alla quale il bomber di Pompei può dare un significativo contributo, come è accaduto, per ben due volte, quando vestiva il biancoverde.

Avellino 1 – Bari 0: gli ignoti malfattori, la porchetta e la lotta nel fango

Se tutto fosse andato secondo i piani, in questo post avrei ricordato di quella volta che con papà siamo andati in trasferta a Bari, avrei digitato dagli spalti del Partenio, sarei senza voce e avrei fatto il pieno di pioggia e di emozioni dal vivo.

E invece no. Ignoti malfattori – così recita la denuncia che ho consegnato di buon mattino ai Carabinieri – ieri sera hanno pensato bene di frantumare il vetro della mia vettura, resa inutilizzabile fino a lunedì. L’auto di scorta, data la veneranda età, non può allontanarsi granché dal Grande Raccordo Anulare, e soprattutto quando piove – e oggi ha diluviato – imbarca acqua che neanche il Titanic.

Ecco allora che per la seconda volta in una settimana devo rinunciare allo stadio: pure oggi mi accomodo davanti alla tivvù, con l’intento di contenere i danni e il disappunto, grazie alla diretta, alla compagnia di una qualificata rappresentanza dell’Avellino Club Roma e all’infinita pazienza della mia dolce metà.

L’appuntamento è a Tivoli. Anche lì serve l’ombrello, e la nebbia che preannuncia il vicino Abruzzo dà ragione alla mia tenuta da gentiluomo di campagna, a Roma invece decisamente inadeguata. Con questo tempo ci vorrebbe una bella mangiata a base di polenta e funghi.
Polenta, invece, è uruguaiano e gioca nel Bari, mentre il menu della fraschetta che ci ospita si impernia sulla porchetta e il vino di Zagarolo, squisita la prima, a dir poco schietto il secondo, entrambi complessivamente ancora a intrattenere il mio apparato digerente a diverse ore di distanza.

Ai nostri avversari, invece, resta indigesto il bolide con il quale Capitan Angelo d’Angelo  risolve una mischia scaturita da una punizione di Zappacosta e firma la rete che risolve il match: una partita di calcio – ma a tratti un incontro di lotta nel fango – che i Lupi fanno meritatamente propria grazie a un primo tempo accorto, un inizio di ripresa convincente e una difesa strenua nel finale. Oltre alla rete, al nostro attivo due pali e uno shoot out clamorosamente fallito da Castaldo. Dopo lo svantaggio il Bari attacca alla ricerca del pareggio, ma Terracciano è attento e al tirar delle somme non corre particolari pericoli.

A fine partita per il Guerriero di Ascea – altro che i #Guerrieri dell’Enel! – anche il titolo di man of the match.

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A Tivoli si festeggia, e dagli schermi di Sky ci sembra di udire un coro antichissimo: “Torneremo in serie A”. L’amico Carmine, che era allo stadio, nella consueta telefonata del dopopartita smentisce. E però col cuore – lo giuro – noi l’abbiamo sentito.

Dopo Avellino – Empoli: l’eloquenza dei numeri e i sogni ad occhi aperti

Il settimo giorno si riposò.
Dopo sei partite vissute allo stadio, quella contro l’Empoli la vedo in tivvù, insieme agli amici dell’Avellino Club Roma, qui alla Garbatella.
Mi astengo allora dal commentare il match, perché la mediazione dello schermo non ne consente una lettura a tutto tondo, mi godo la vittoria e il quinto posto in classifica, vado a dormire con il cuore immerso nello zucchero, a sognare tutta notte Fabbro, Izzo e d’Angelo, protesi a ringhiare e sradicare palloni ai settenani Maccarone e Tavano.
Il giorno dopo, nella consueta sessione mattutina di iPad, mi tuffo nelle statistiche. La domanda che mi pongo è la seguente: quante giornate ci sono volute nei precedenti campionati di B, con i vari Zeman, Oddo, Carboni, Incocciati, per raggiungere quota 12 punti?
Con il boemo in panchina, anno di (dis)grazia 2003/04, ben 23 giornate: dopo sette turni, avevamo cinque punti, compresi i tre assegnatici a tavolino dal Giudice Sportivo per il derby mai disputato col Napoli.
Stesso (magro) bottino due anni dopo, con quota 12 raggiunta e superata di un punto alla diciassettesima, dopo l’avvento di Colomba.
Nel 2007/2008 Carboni inizia con sei sconfitte e una sola vittoria nel match a porte chiuse col Bologna, e ci vogliono 16 giornate per mettere insieme 12 punti.
L’anno successivo, dopo il ripescaggio, il derelitto Avellino di Incocciati fa appena due punti, e all’ottava subentra Campilongo, che con una striscia di due vittorie e quattro pari ci porta a 12 punti in 13 giornate: grasso che cola, rispetto ai predecessori.
Tre successi, altrettanti pareggi, una sola sconfitta sul campo della capolista Lanciano; cinque reti al passivo e seconda miglior difesa; dieci punti nei quattro incontri casalinghi: sono i numeri la cui eloquenza marca la differenza tra questo e gli scorsi e sciagurati campionati di serie B. Quella dell’Avellino di Rastelli è un’altra storia: l’inferno è dietro le nostre spalle, il paradiso forse appena dietro l’angolo. Si può continuare a sognare. Anche il giorno dopo. Anche ad occhi aperti.