Riflessioni a margine del (presunto) caso-Evacuo

I fatti sono noti: Felice Evacuo, quest’anno di ritorno al Benevento, saluta i suoi ex tifosi della Nocerina al termine del derby vinto di misura dagli Stregoni, e i tifosi di casa, con un perentorio comunicato, gli intimano di lasciare la squadra.
Le ultime notizie dal Sannio, peraltro, dicono che il caso si sta sgonfiando.
Alcune riflessioni a margine:
La prima: fino a prova contraria, i tifosi più o meno radicali non possono licenziare nessun calciatore, dal momento che non sono loro a pagargli lo stipendio.
La seconda: si stigmatizza la mancanza di sentimenti da parte dei calciatori, ma poi quando uno di essi ne fa mostra si tira su un polverone.
La terza e ultima: fossi un ultras del Benevento, concentrerei le mie energie sulla vittoria del campionato di terza serie, sempre sbandierata in estate e puntualmente fallita a maggio. Vittoria alla quale il bomber di Pompei può dare un significativo contributo, come è accaduto, per ben due volte, quando vestiva il biancoverde.

Avellino 1 – Bari 0: gli ignoti malfattori, la porchetta e la lotta nel fango

Se tutto fosse andato secondo i piani, in questo post avrei ricordato di quella volta che con papà siamo andati in trasferta a Bari, avrei digitato dagli spalti del Partenio, sarei senza voce e avrei fatto il pieno di pioggia e di emozioni dal vivo.

E invece no. Ignoti malfattori – così recita la denuncia che ho consegnato di buon mattino ai Carabinieri – ieri sera hanno pensato bene di frantumare il vetro della mia vettura, resa inutilizzabile fino a lunedì. L’auto di scorta, data la veneranda età, non può allontanarsi granché dal Grande Raccordo Anulare, e soprattutto quando piove – e oggi ha diluviato – imbarca acqua che neanche il Titanic.

Ecco allora che per la seconda volta in una settimana devo rinunciare allo stadio: pure oggi mi accomodo davanti alla tivvù, con l’intento di contenere i danni e il disappunto, grazie alla diretta, alla compagnia di una qualificata rappresentanza dell’Avellino Club Roma e all’infinita pazienza della mia dolce metà.

L’appuntamento è a Tivoli. Anche lì serve l’ombrello, e la nebbia che preannuncia il vicino Abruzzo dà ragione alla mia tenuta da gentiluomo di campagna, a Roma invece decisamente inadeguata. Con questo tempo ci vorrebbe una bella mangiata a base di polenta e funghi.
Polenta, invece, è uruguaiano e gioca nel Bari, mentre il menu della fraschetta che ci ospita si impernia sulla porchetta e il vino di Zagarolo, squisita la prima, a dir poco schietto il secondo, entrambi complessivamente ancora a intrattenere il mio apparato digerente a diverse ore di distanza.

Ai nostri avversari, invece, resta indigesto il bolide con il quale Capitan Angelo d’Angelo  risolve una mischia scaturita da una punizione di Zappacosta e firma la rete che risolve il match: una partita di calcio – ma a tratti un incontro di lotta nel fango – che i Lupi fanno meritatamente propria grazie a un primo tempo accorto, un inizio di ripresa convincente e una difesa strenua nel finale. Oltre alla rete, al nostro attivo due pali e uno shoot out clamorosamente fallito da Castaldo. Dopo lo svantaggio il Bari attacca alla ricerca del pareggio, ma Terracciano è attento e al tirar delle somme non corre particolari pericoli.

A fine partita per il Guerriero di Ascea – altro che i #Guerrieri dell’Enel! – anche il titolo di man of the match.

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A Tivoli si festeggia, e dagli schermi di Sky ci sembra di udire un coro antichissimo: “Torneremo in serie A”. L’amico Carmine, che era allo stadio, nella consueta telefonata del dopopartita smentisce. E però col cuore – lo giuro – noi l’abbiamo sentito.

Dopo Avellino – Empoli: l’eloquenza dei numeri e i sogni ad occhi aperti

Il settimo giorno si riposò.
Dopo sei partite vissute allo stadio, quella contro l’Empoli la vedo in tivvù, insieme agli amici dell’Avellino Club Roma, qui alla Garbatella.
Mi astengo allora dal commentare il match, perché la mediazione dello schermo non ne consente una lettura a tutto tondo, mi godo la vittoria e il quinto posto in classifica, vado a dormire con il cuore immerso nello zucchero, a sognare tutta notte Fabbro, Izzo e d’Angelo, protesi a ringhiare e sradicare palloni ai settenani Maccarone e Tavano.
Il giorno dopo, nella consueta sessione mattutina di iPad, mi tuffo nelle statistiche. La domanda che mi pongo è la seguente: quante giornate ci sono volute nei precedenti campionati di B, con i vari Zeman, Oddo, Carboni, Incocciati, per raggiungere quota 12 punti?
Con il boemo in panchina, anno di (dis)grazia 2003/04, ben 23 giornate: dopo sette turni, avevamo cinque punti, compresi i tre assegnatici a tavolino dal Giudice Sportivo per il derby mai disputato col Napoli.
Stesso (magro) bottino due anni dopo, con quota 12 raggiunta e superata di un punto alla diciassettesima, dopo l’avvento di Colomba.
Nel 2007/2008 Carboni inizia con sei sconfitte e una sola vittoria nel match a porte chiuse col Bologna, e ci vogliono 16 giornate per mettere insieme 12 punti.
L’anno successivo, dopo il ripescaggio, il derelitto Avellino di Incocciati fa appena due punti, e all’ottava subentra Campilongo, che con una striscia di due vittorie e quattro pari ci porta a 12 punti in 13 giornate: grasso che cola, rispetto ai predecessori.
Tre successi, altrettanti pareggi, una sola sconfitta sul campo della capolista Lanciano; cinque reti al passivo e seconda miglior difesa; dieci punti nei quattro incontri casalinghi: sono i numeri la cui eloquenza marca la differenza tra questo e gli scorsi e sciagurati campionati di serie B. Quella dell’Avellino di Rastelli è un’altra storia: l’inferno è dietro le nostre spalle, il paradiso forse appena dietro l’angolo. Si può continuare a sognare. Anche il giorno dopo. Anche ad occhi aperti.